«PROVE» PROVATE O GRANDE MISTIFICAZIONE?
Enrico Galoppini
Guerra vs verità: l’ennesima conferma
In guerra, la prima e più illustre vittima è, come spesso si ripete, la verità.
Ma in questa «guerra contro il terrorismo», alla quale dà il suo contributo anche l’Italia, il black-out informativo è stato eretto a sistema, al punto che sentendosi investita di un alto dovere patriottico la quasi totalità dei giornalisti occidentali si è imposta un’autocensura che, dal punto di vista di chi patrocina questa «guerra», ha l’indubbio pregio di evitare un particolare dispendio di energie in attività censorie. E la morte della povera Cutuli, strumentalizzata oltre ogni decenza nella speranza che salvasse la faccia all’intera categoria, non è servita a scacciare il fantasma dell’inedito ed imbarazzante codice non scritto di deontologia professionale che vediamo applicare di questi tempi dagli iscritti all’Ordine con metodicità certosina.
Per carità, non ci illudiamo che in tempi d’emergenza qualche ‘aggiustamento’ in più rispetto alla media, già alta, di quelli a cui siamo abituati non debba finire per imporsi: i «danni collaterali» (morti di civili - tra cui gli esperti in sminamento afgani! -, distruzioni di abitazioni private, depositi di alimenti e di medicinali) li abbiamo pero' visti finché Kabul non è stata «liberata» (del resto, l’ultimo collateral damage è stato proprio il bombardamento dell’ufficio di «al-Jazîra» nella capitale afgana), i reparti speciali dell’Angloamerica scorrazzano in lungo e in largo ma nessuno è in grado di dirci quali compiti stiano svolgendo [1] , i russi li abbiamo visti una mezza giornata camuffati da ‘protezione civile’ e poi basta, la «Garibaldi» solca l’Oceano a nostre spese ma l’abbiamo persa di vista a Suez, i profughi nessuno sa più da che parte siano andati a morire di fame e di freddo. Bei tempi quelli della Guerra del Golfo, quando ci abbeveravamo alle fonti del briefing quotidiano; in quel caso c’era almeno qualcuno che perdeva tempo per darci l’illusione di sapere qualcosa.
Ma da quando mondo è mondo, e soprattutto dal momento in cui l’opinione pubblica ha preso a tiranneggiare le nostre vite, verità e guerra hanno sempre fatto a cazzotti.
La storia degli ultimi due secoli (quella della suddetta tirannia, per intenderci) ci offre un’infinità di motivi addotti per giustificare la reazione armata di chi si ritiene gravemente offeso, specialmente se l’offeso ha poi finito per vincere la guerra. A Pearl Harbour - prescindendo da ogni sostenibile dietrologia - fu chiaro a tutti che gli aerei che fecero colare a picco parte (e non la più importante) della flotta americana nel Pacifico fossero giapponesi. Ogni casus belli presta il fianco a critiche ed obiezioni [2] , pero' un elemento è sempre stato chiaro fin da principio affinché si capisse contro chi si doveva combattere, a torto o a ragione: la responsabilità del nemico nei fatti dai quali prende avvio il conflitto. Ma sull’identità dei registi dell’attacco dell’11 settembre grava ancora il mistero più assoluto.
L’avvocato del diavolo e la saga delle videocassette
Nella nuova «guerra al terrorismo» questo buco nero è parso fin dall’inizio di una evidenza talmente inattaccabile che per tutto settembre anche alcuni degli esponenti più irrequieti fra i cosiddetti «no global», facendo eco alle dichiarazioni del 99% dei musulmani interpellati [3] , hanno sollevato leciti dubbi sulle «prove schiaccianti» a carico di Osama Bin Laden che i nostri politici e militari andavano affermando di avere tra le mani. Quando poi, in un impeto d’orgoglio d’altrui patriottismo, si è trattato di «prenderci le nostre responsabilità», a quel punto nessuno - fatto salvo il ‘visionario’ avvocato del diavolo Adel Smith, capace di far trasalire in diretta tv l’imperturbabile Buttiglione - ha più osato insistere su quel tasto, onde non incorrere nelle consuete accuse squalificanti: antiamericanismo preconcetto, favoreggiamento del nemico, disfattismo antipatriottico eccetera.
Le «prove», ci dicono che l’Angloamerica le avrebbe fatte vedere fin dal primo giorno a chi di dovere, in modo da persuadere vassalli, valvassori e valvassini della bontà della Guerra del Bene contro il Male, quest’ultimo incarnato da Bin Laden e «al-Qâ‘ida». Chi aveva da obiettare, facendosi coraggio in un clima del tutto ostile, si sentiva catechizzare con frasi del tipo «le abbiamo visionate ma non possiamo riferirne i contenuti», «renderle note adesso inficerebbe il lavoro dei nostri informatori» (che non avevano avuto il minimo sentore della po’ po’ di sorpresa che si andava preparando per l’11 settembre…), e cosi' la questione della dimostrazione di elementi chiari sulla responsabilità dello sceicco saudita è andata archiviata sulla base di «prove» mai esibite a nessun comune mortale, fatta eccezione per ‘coloro che sanno’. Pian piano dunque, anche gli ultimi scettici hanno dovuto calibrare su altri registri gli obiettivi dei loro strali polemici, lasciando perdere la questione della colpevolezza o meno di Bin Laden.
Talvolta si è avuto il dubbio che le «schiaccianti prove» non fossero altro che quei filmati amatoriali della jihâd dai quali attingono a piene mani gli esperti di persuasione di massa utilizzandone alcuni spezzoni per la propaganda dei vari telegiornali. Di queste videocassette capaci di terrorizzare addirittura un critico cinematografico del calibro di Vincenzo Mollica (avvezzo quindi ai generi horror e splatter) è stato detto tutto e il contrario di tutto. Ad un certo punto si sparse la voce che ne stesse circolando una dal taglio antologico della durata di un’ora e mezzo, recapitata alle redazioni di mezzo mondo. Fatto sta che il presidente dell’«Impero del Bene» ha a disposizione qualche centinaio di emittenti televisive piene zeppe di fautori dell’autocensura patriottica per diffondere ai quattro angoli dell’orbe terracqueo i suoi proclami, mentre il «colpevole» Osama ce lo raccontano a cavallo, a capo di un migliaio di fedelissimi, mentre si fa beffe di una pioggia di bombe che le fortezze volanti dell’Angloamerica scaricano a migliaia di tonnellate sui monti e i cunicoli di Tora Bora, oppure rintanato nella sua Gotham City sotterranea intento a pianificare terrore a non finire.
Va in onda il colpo di scena
Ma il 9 dicembre 2001 accade l’imprevedibile. Dopo l’Osama-cavaliere, l’Osama-cecchino, l’Osama-predicatore, l’Osama-padrino dei filmati che ci hanno propinato fino alla nausea, da un’abitazione privata di Jalalabad salta fuori una videocassetta - “non ancora diffusa dalla Casa Bianca” - che ci regala l’ultima puntata della versione binladiana del «Grande Fratello», la quale, per sopravvenuti (è proprio il caso di dirlo) ‘inconvenienti tecnici’, non va più in onda su «al-Jazîra». Il Nostro viene li' ripreso mentre racconta che nel corso della cena del fatidico giorno gli giunse improvvisa la notizia dell’attacco alle torri gemelle e del loro conseguente crollo (di cui, da impresario edile qual’è, si sarebbe dichiarato sorpreso). Scatta allora un allegro brindisi (con il tè?) con i commensali.
Di questo scoop ci ha dato notizia il Tg1 delle 20,30 del 9 dicembre, appunto, il quale ha ripreso una dichiarazione del vicepresidente statunitense Dick Cheney, che a sua volta ha confermato indiscrezioni del «Washington Post». Ma con un candore disarmante, in un delirio di amnesia, ci è stato detto a chiare lettere che “il filmato dimostrerebbe la diretta responsabilità di Osama Bin Laden”. Dunque, dall’11 settembre al 9 dicembre non esisteva alcuna «prova definitiva» e il ‘visionario’ Adel Smith, che agitava da Vespa le sue scartoffie in faccia a Buttiglione, per una volta tanto aveva visto giusto.
Ma fatta eccezione dei vertici dell’alleanza planetaria della «guerra al terrorismo», la notizia del rinvenimento del prezioso nastro non ha fatto che spargere il dubbio e la diffidenza sulla reale consistenza delle accuse rivolte al «principe del terrore».
Dopo alcune esitazioni, il gran giorno della ‘prima mondiale’ viene fissato per il 12 dicembre, e per tre giorni - anzi quattro, per «scrupoli nella traduzione» - è stato tutto un rincorrersi di spifferate, illazioni, congetture intorno a questo concentrato di verità.
Ma com’è «saltata fuori» la videocassetta? Da un’abitazione di Jalalabad, l’abbiamo già detto. Secondo il «Los Angeles Times» [4] l’avrebbe invece trovata un pashtun vicino a Jalalabad e questa sarebbe stata acquisita da Christopher Ross, consigliere speciale del Ministero egli Esteri Usa, per poi passare nelle mani del Pentagono (uno dei bersagli degli attacchi dell’11 settembre), che ne ha curato la traduzione e la diffusione.
Il 13 dicembre 2001 la televisione del Qatar «al-Jazîra» [5] ha intervistato Christopher Ross in merito all’autenticità del video: “Ammetto che ho preso il video una settimana fa, e abbiamo lavorato per tradurlo insieme a un’altra persona. La voce dei parlanti non è chiara, e non ho tradotto tutto quello che hanno detto”. Alla domanda su tempo e luogo di ritrovamento di questo video, Ross ha risposto che lo hanno trovato le forze speciali americane in una casa abbandonata, senza specificare il posto o la città, e se c’era qualcun altro.
Non è neppure chiara la data del «ritrovamento» di quest’autentica reliquia: ufficialmente, una settimana prima della messa in giro dello scoop. E invece no. Il filmato, girato a Kandahar i primi di novembre (forse il 9) [6] , pare piuttosto essere rimasto tra le mani di Bush per un mesetto, in attesa di decidere sul da farsi.
Insomma, non si sa né chi l’ha «trovato» né dove e quando è stato «trovato».
E non è tutto. Si è saputo di diverse e più complete traduzioni poi scartate, si è fatta notare la lacunosità dei sottotitoli in inglese a fronte di dialoghi in arabo che a malapena si percepiscono (che fine ha fatto la versione in arabo fatta «per gli arabi»?), di manipolazioni realizzate al computer [7] e altre incongruenze a cui finisce per prestare il fianco l’opera dei confezionatori della versione finale fatta circolare per le redazioni a cura del Pentagono.
Se non fosse tutto tragicamente vero, potremmo credere di assistere ad un tipico film hollywoodiano, ma d’altra parte è l’intera vicenda innescatasi l’11 settembre ad avere tutti i contorni della spettacolarità delle produzioni dell’industria del «sogno americano».
La corsa all’interpretazione
Ricostruire le ingarbugliatissime circostanze del «ritrovamento» e del confezionamento della versione finalmente andata in onda appare dunque un’impresa disperata. Sarà forse più utile interrogarsi sul/sui perché della proiezione dell’ormai celebre video, e soprattutto perché su quest’evento si sono coagulate cosi' tante aspettative.
1) Il video come profilassi antifondamentalista
Secondo «The Times» [8] , l’obiettivo consisterebbe nell’indurre i leader dei principali gruppi islamici a dissociarsi pubblicamente da Bin Laden e far recedere l’opinione pubblica arabo-islamica dall’idea che gli attentati siano attribuibili ad un fantomatico complotto ispirato da Israele. Un motivo ripreso da Christiane Amanpour, uno dei corrispondenti più noti della Cnn, la quale, provando ad immaginare le reazioni che avrebbero potuto verificarsi nel mondo arabo dopo la diffusione del video, ha auspicato una dura reazione dei musulmani, che a più riprese hanno sottolineato che azioni del genere non sono giustificate perché contrarie all’Islam [9] . Niente di più fuorviante: tra i musulmani (figuriamoci tra quelli più politicizzati), ricondurre qualsiasi sciagura che li tocca alle trame dell’«Entità Sionista» raggiunge in alcuni frangenti livelli da paranoia, mentre è completamente campata in aria l’idea che qualche «autorità islamica» possa «scomunicare» Bin Laden e i suoi.
2) Il video come prova giudiziale
Poiché la Corte Suprema americana, in una recente decisione in linea con il sovvertimento di ogni diritto fin qui noto, avrebbe statuito regole di ammissibilità della prova meno rigide qualora essa venga raccolta fuori dagli Stati Uniti, il «Washington Post» [10] ha ipotizzato che il video possa essere utilizzato in un futuro processo contro i «terroristi». Ce n’è dunque abbastanza per inchiodare Bin Laden alle sue responsabilità davanti ad un costituendo Tribunale Internazionale per crimini contro l'umanità.
3) Il video come testamento di Osama
Alcuni sostengono che il video altro non sarebbe che l’estrema confessione di un uomo disperato, malato, che ormai con il fiato sul collo non riterrebbe di avere più nulla da perdere, addossandosi percio' ogni responsabilità se questo servisse a renderlo agli occhi dei suoi fans un martire, il cui ricordo fungerebbe da sprono per i suoi epigoni.
Una delusione? No, un fallimento
Materializzatosi effettivamente proprio per «provare» il «già provato», questo video ha mirato semmai a convincere un’opinione pubblica «mondiale» (in realtà occidentale) ancora scettica sulla genesi, gli sviluppi e gli obiettivi di questa «guerra al terrorismo».
Un fatto che anche gli irriducibili dell’Occidente dovrebbero riconoscere per onestà intellettuale è che Osama Bin Laden ha si' mostrato ampia soddisfazione per quanto accaduto a New York e Washington, ma mai ha rivendicato la paternità degli attacchi. Al limite si puo' parlare di una reticente ammissione d’indiretta corresponsabilità, che è una cosa diversa da una confessione o una “devastante ammissione di colpevolezza” come ha sentenziato il presidente degli Usa.
Chi al contrario non si è sintonizzato sulla lunghezza d’onda dell’occidentalismo vincente, in vario modo dubitando dell’autenticità di quanto diffuso dal Pentagono, dalla vicenda dell’ormai celebre filmato puo' intanto trarre alcune lezioni.
Malgrado il crollo del regime dei Talebani, i bombardamenti sull’Afganistan - forse anche per far capire al neo-insediato governo chi comanda - stanno continuando imperterriti con la loro scia di ‘indesiderati’ effetti, e riproporre periodicamente ad un’opinione pubblica che potrebbe mostrare segni di cedimento lo spauracchio del «genio del Male» rende accettabile come male necessario la morte di qualche altro afgano.
Per di più, se il capo di «al-Qâ‘ida» fosse perito sotto le bombe, le somministrazioni di suoi proclami giustificherebbero il proseguimento dell’operazione «Libertà duratura». In effetti, che sia morto o no, Osama vive come paurosa entità oleografica attivabile a piacimento. Non è da scartare infine l’ipotesi secondo cui i comandi angloamericani stiano prendendo tempo con artifici utili a tenere alta la tensione emotiva, in attesa di scegliere la prossima ‘canaglia’ da ridurre all’impotenza.
Con il ricorso allo strumento delle videocassette l’Angloamerica ha in pratica dichiarato di non essere stata abbastanza convincente: a ben vedere è proprio questa l’unica «ammissione» di colpevolezza a cui abbiamo assistito.
[1] Con l’eccezione dello spezzone della «Reuters» sull’assedio al carcere-fortezza di Mazar-i-Sharif in mano a prigionieri «rivoltosi», i marines li abbiamo visti raramente, ma in quel caso non se ne poteva fare a meno perché tra le loro fila c’era scappato il morto. Al limite li riprendono intenti a svolgere tranquille mansioni in previsione del ritorno dell’Afganistan alla vita «normale», come ad esempio spianare la pista dell’aeroporto di Kandahar per trasformarla in un campo di prigionia.
[2] Gli Stati Uniti, per una strana coincidenza, vengono sempre «attaccati»: il Maine, il Lusitania, Pearl Harbour, il Tonchino, solo per citare gli «incidenti» più noti.
[3] “Usa e Gran Bretagna sostengono di aver prove certe contro Bin Laden. Qual’è la sua opinione? Cosi' si dice. Ma l’opinione pubblica del mondo islamico non ci crede ancora perché non ha mai visto quelle prove. Sarebbe bene mostrarle, se ci sono”. Contro il terrorismo l’America usi le conoscenze dell’Iran, intervista di Paolo Conti a Kamal Kharrazi, Ministro degli Esteri iraniano, «Il Corriere della Sera», 17 ottobre 2001.
[4] Citato da «Televideo Rai» del 14 dicembre 2001.
[6] Oman Bakri, considerato il portavoce ufficioso di Bin Laden in Europa, sostiene che il video sarebbe stato girato quattro anni fa in occasione delle nozze della figlia di Ayman al-Zawahiri, il suo luogotenente egiziano. Cfr. l’articolo di Magdi Allam su «La Repubblica» del 14 dicembre 2001.
[7] Cfr. Steven Morris, US urged to detail origin of tape, «The Guardian», 15 dicembre 2001: “Sean Broughton, director of the London-based production company Smoke and Mirrors and one of Britain’s leading experts on visual effects, said it would be relatively easy for a skilled professional to fake a video of Bin Laden”. Ricordiamo che per le intercettazioni telefoniche gli Usa utilizzano anche le «impronte vocali» di Osama Bin Laden in loro possesso. Ad aumentare la confusione ci si è messo poi il video mandato in onda da «al-Jazîra» il 26 dicembre, sulla cui autenticità il portavoce della Difesa Usa ha sollevato ampie riserve.
[8] Bin Laden laughs in video confession, http://www.thetimes.co.uk/article/0,,2001570007-2001575526,00.html.
[9] Cfr. Arab world reaction, http://asia.cnn.com/2001/WORLD/asiapcf/central/12/13/ret.amanpour.otsc/index.html
[10] Cfr. Tape could be evidence in a trial, http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/articles/A40898-2001Dec13.html