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10 minuti alla volta |
| intervista esclusiva con un leader
della resistenza palestinese sulla lista di morte
israeliana Ali Samudi, di Palestine Chronicle, lo ha incontrato tra mille difficolta'. |
Al-Sa'adi e' nato nel campo profughi di Jenin da una famiglia molto povera. Dice di amare Jenin, ma che il suo cuore e' rimasto ad al-Mazar. Al-Mazar e' il villaggio da cui la sua famiglia fu espulsa nel 1948. "Non ho mai vissuto la Nakba (la catastrofe e l'espulsione in massa dei palestinesi nel 1948) ma ne conosco ogni dettaglio, perche' me ne hanno parlato di continuo mio padre ed i vecchi della comunita' ". Settimo figlio di una famiglia numerosa, ha avuto una vita molto difficile, come lo e' stata per centinaia di migliaia di profughi della seconda e della terza generazione. "Volevo diventare medico, ed arrivai in Europa deciso a perseguire questo sogno. Questo nel 1981. Dopo anni di duro studio, tornai per due settimane a visitare la mia famiglia. Gli israeliani rifiutarono di lasciarmi ripartire. Mi trattennero abbastanza a lungo da farmi espellere dall'Universita'. Mesi dopo, riuscii a lasciare la Cisgiordania ed andai in Giordania, dove mi laureai in storia araba ed islamica". Fu in Giordania che l'identita' islamica di al-Sa'adi comincio' a prendere forma. Si uni' ad un movimento islamico e due anni dopo torno' in Cisgiordania. A Jenin fondo' un piccolo gruppo di giovani islamici con il compito di educare la gente sulla realta' dell'occupazione ed instillare in essa lo spirito di resistenza. Solo un anno dopo si uni' al Jihad Islami, dopo un incontro con il dottor Fathi Shikaki, ex leader del movimento, assassinato dai servizi segreti israeliani. Da allora, la vita di al-Sa'adi e' stata un continuo alternarsi di arresti e scarcerazioni. Nell'agosto del 1985, racconta, "fui arrestato durante una manifestazione di protesta. Guidavo un gruppo di uomini mascherati, che innalzavano la bandiera del Jihad Islami. Era la prima parata militare del movimento, in assoluto. Fui picchiato dai militari per circa quattro ore. Perdevo conoscenza, poi mi risvegliavo e loro erano ancora li', che mi picchiavano. Persi molto sangue. Infine fui trasportato in ospedale. Speravano di arrestarmi dopo, ma, con loro grande sorpresa, riuscii a fuggire". Da allora, e fino al 1991, al-Sa'adi e' rimasto sulla lista israeliana dei "piu' ricercati". Una "unita' speciale" israeliana riusci' ad arrestarlo, e a farlo restare in carcere per 20 mesi. Quando Israele compose una lunga lista di attivisti della Cisgiordania e di Gaza da deportare in Libano, al-Sa'adi era uno dei primi della lista. Insieme a molti altri, visse accampato tra le montagne libanesi per oltre un anno. Ritorno' per essere arrestato nuovamente. Ha condotto diverse operazioni contro i militari d'occupazione in Cisgiordania, dice. La battaglia piu' notevole ebbe luogo nel 1992, in un luogo della Cisgiordania occupata da Israele, in un piccolo villaggio chiamato Anza'. Anche l'Autorita' palestinese l'ha arrestato diverse volte, per diversi mesi, rifiutando pero' sempre di consegnarlo ad Israele.
Dopo anni vissuti di corsa, al-Sa'adi ha parlato con noi, rispondendo alle nostre domande, dieci minuti alla volta. A che punto e' l'intifada, la rivolta palestinese, all'inizio del suo terzo anno? Il popolo palestinese sta comprendendo,
piu' che mai, che la resistenza, l'unita' e il rigetto
dei cosiddetti "accordi di pace" devono
diventare la nostra strategia. Ritornare ai negoziati ci
strangolerebbe nuovamente, e sempre piu'. Non abbiamo
altra opzione se non quella di restare uniti e di
resistere. Il nostro popolo ha gia' rinunciato a
ritornare a quel tipo di negoziati. Il nostro popolo ha
imparato dall'esperienza degli anni passati e non vuole
piu' "soluzioni" del genere, negoziatori di
parte e summit arabi; il nostro popolo non permettera'
piu' ad alcuno di fare compromessi sui suoi diritti. Dal suo punto di vista, crede davvero che Israele sia interessato a cancellare gli accordi di Oslo ed a smantellare l'Autorita' palestinese? Il regime sionista non vuole alcuna autorita' nazionale indipendente che rappresenti la volonta' e le aspirazioni del popolo palestinese. Non vuole una forte entita' palestinese che difenda i suoi diritti ed i suoi luoghi sacri. Comunque, non credo che vi sia stata la decisione di rovesciare l'Autorita' palestinese, non lo credo affatto. Quello che Israele vuole e' riformare l'Autorita' palestinese, per trasformarla in un'altra milizia Lahad (una milizia libanese guidata dal Generale maggiore Antoine Lahad, alleata di Israele durante la guerra civile libanese e l'invasione israeliana), il cui compito sarebbe solo quello di obbedire agli ordini e predefinire i piani di occupazione. Nonostante il fatto che non condividiamo molte delle catastrofiche scelte dell'Autorita' palestinese, non credo che l'Autorita' possa eseguire queste fantasie sioniste. Non abbandonera' le aspirazioni del popolo palestinese, che sono il fulcro della sua esistenza. Non credo che l'Ap possa mai diventare un'altra milizia Lahad. Come descriverebbe l'attuale rapporto tra il movimento del Jihad Islami e l'Autorita' palestinese? Il rapporto e' governato dal diritto a resistere e combattere l'occupazione, e di aderire ai principi fondamentali del popolo palestinese. Tutti i tentativi fatti dal nemico di minare la nostra unita' falliranno. La strategia del Jihad Islami e' basata sulla resistenza all'occupazione. Piu' l'Autorita' si avvicina alla resistenza, migliori saranno i nostri rapporti. Ma ogni tanto avvengono pericolosi incidenti, come i recenti scontri a Gaza, in cui sono morte diverse persone, e che alcuni considerano come una prova generale di guerra civile. Come tali episodi condizionano i rapporti del movimento Jihad Islami con l'Autorita' palestinese? Dobbiamo affrontare questi tragici incidenti con grande senso di responsabilita', senza reazioni emotive che servirebbero solo all'occupazione. Abbiamo costituito commissioni che investigheranno su questi disaccordi. Queste commissioni lavorano secondo la consapevolezza nazionale che la resistenza deve confrontarsi solo con gli occupanti, mai con altri palestinesi. Io credo che i recenti scontri a Gaza non danneggeranno la nostra lotta, perche' il nostro popolo ha esperienza e sa come rifuggire da simili tragedie. Il nostro popolo sa benissimo come sabotare i piani israeliani di guerra civile. Il nostro popolo continuera' l'intifada. Vi e' un dibattito doloroso all'interno delle fazioni palestinesi, del mondo arabo e tra gli intellettuali riguardo gli attacchi kamikaze. Lei crede che gli attacchi kamikaze siano utili alla lotta palestinese, all'intifada? Considerando la schiacciante supremazia militare sionista ed il modo barbaro in cui essa viene usata, la resistenza palestinese non ha altra scelta. Non abbiamo altre opzioni, se non quella di inventare nuovi metodi di resistenza che bilancino l'equilibrio del terrore. Coloro che chiedono la fine di questi attacchi sono nemici del nostro popolo e rappresentano gli interessi sionisti ed americani. Dovrebbero smetterla di criticare, e darsi da fare per supportare questo popolo innocente, vittima dell'oppressione di una superpotenza. Qual e' la condizione della resistenza palestinese nella citta' e nel campo profughi di Jenin? L'attacco israeliano di aprile ne ha stroncato la resistenza? La resistenza non e' stata stroncata ne' a Jenin, ne' nel suo campo profughi ne' nei villaggi circostanti. Proprio pochi giorni fa, quando i sionisti vi hanno effettuato un raid, vi sono stati scontri intensi. Molti combattenti hanno affrontato l'esercito di occupazione, minando i piani israeliani di arrestare molti attivisti. Con molta onesta' le diro' che i massacri di aprile non hanno sradicato la resistenza: anche durante l'attacco dell'esercito israeliano, i combattenti di Jenin erano li', pronti a difendere la propria terra. Si sentono di continuo richieste affinche'l'Autorita' sia riformata. Come vede il problema delle riforme e delle elezioni? La situazione palestinese ha davvero bisogno di riforme serie, purche' tali riforme non siano dettate da Israele. L'Autorita' palestinese ha commesso un errore escludendo dai suoi ranghi elementi della resistenza. Ci devono essere riforme, ma senza alcuna interferenza estera. Le riforme devono restare nell'ambito del programma di resistenza. Questa e' la vera strategia che i palestinesi non possono permettersi di sciupare. Come vede la decisione del presidente americano di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele? Se non fosse per gli Stati Uniti, l'entita' sionista non sarebbe capace di camminare con i suoi piedi. Il supporto americano ad Israele si e' intensificato negli anni '60 e '70 fino a raggiungere il picco massimo nell'era Reagan, il quale fece di Israele il partner strategico degli USA. Bush ha continuato su questa linea, fino a far diventare gli USA un burattino nelle mani di Israele, che fa tutto cio' che questo gli chiede. Ma la decisione del presidente Bush non ha alcuna capacita' di cambiare la verita', ne' la storia. Come valuta la condotta del Jihad Islami durante l'intifada dell'Aqsa? Il movimento e' cresciuto e si e' rafforzato perche' la chiarezza e' la nostra strategia. Il movimento del Jihad Islami e' molto vicino alla visione, agli obiettivi ed al sacrificio del popolo palestinese. Abbiamo sacrificato oltre cinquanta martiri della nostra leadership e dell'ala militare durante quest'intifada. Abbiamo avuto un ruolo importante nella resistenza del campo profughi di Jenin.
Ma lei ha una famiglia. Suo figlio e' stato ucciso e la sua famiglia sta soffrendo. Non pensa di mollare la lotta? Il nostro popolo ha bisogno di ogni persona virtuosa. Tutti abbiamo la capacita' di resistere e sacrificarci. Questa e' una missione onorevole, piu' importante della vita individuale. Come possiamo avere paura dell'occupazione e delle sue minacce quando i nostri figli sono profughi, quando Gerusalemme viene violentata ogni giorno e con la morte che incombe sulle nostre teste in ogni luogo? La mia vita e' nelle mani di Dio, non di Israele. Continuero', non mi arrendero' mai. |
traduzione
a cura di www.arabcomint.com
da Palestine
Chronicle