54 anni dopo, viviamo!

di Fadi Kiblawi

 

 

Oggi voglio ricordare i vecchi del nostro popolo, coloro che iniziarono la lunga lotta di resistenza contro l'arroganza del potere e la violenza dell'esclusione. Essi, i nostri antenati, ci hanno insegnato che un popolo orgoglioso e' un popolo che non si arrende, che resiste, che ha dignita'. Ci hanno insegnato ad essere fieri della nostra storia, cultura, lingua, religione. Ci hanno mostrato che piu' di 54 anni di sfruttamento e persecuzione non sono stati in grado di sterminarci. Resistiamo da allora perche' la storia e' fatta con il nostro sangue.

La mia storia comincia nel novembre del 1948, esattamente 54 anni fa. Il luogo in cui e' ambientata e' Tarshiha, un villaggio nella Palestina del nord, 20 kilometri a sud del Libano. In questo mese, un aereo israeliano, uno dei due che il nuovo stato possedeva, comincio' a colpire i dintorni del villaggio, allo scopo di ripulirne etnicamente la popolazione. La mia famiglia si rifugio' da Tarshiha a Bint Jbeil e poi a Tbnin, nel Libano del sud. Infine a Beirut, e precisamente a Burj al-Barajneh, uno dei tre campi profughi della capitale libanese. I miei genitori vi rimasero intrappolati fino ai primi anni della guerra civile, quando riuscirono a riparare in Kuweit. Dal Kuweit, terra della mia nascita ma non del mio sangue, ci trasferimmo negli States. Molti miei familiari vivono ancora nei campi del Libano, mentre molti altri si sono dispersi per il mondo, senza terra e senza fine, portando dentro di se' un solo sogno. Vi e' al mondo un diritto piu' basilare di quello che ti permette di ritornare a vivere nella tua terra?

Nonostante cio', oggi io faccio parte di un paese i cui governi ufficiali guardano con dispetto e sdegno al mio passato. Per essi, io sono un fastidio, una spina nel fianco, un ostacolo da eliminare silenziosamente. La loro crudelta' viene oggi scambiata per una forma di carita'. La morte cerca sentieri silenziosi; cerca il buio complice ed il silenzio che cela. Cercano di sterminarci, di annullare l'esistenza palestinese, la voce palestinese, persino la parola "palestinese". Molte dottrine e molte differenti idee sono state create ed usate per rivestire di razionalita' l'etnocidio.

Oggi, la spessa coltre con cui coprono i loro crimini viene chiamata "democrazia", ma di essa la democrazia si vergogna e rifiuta di esservi associata. In realta' si chiama etnocrazia e rappresenta la morte e la miseria degli abitanti originari di queste terre, quelle persone di differenti religioni ma dall'unico cuore indigeno che noi chiamiamo palestinesi. Affermiamo con orgoglio che non e' l'origine del sangue a definire coloro che resistono. Coloro che lottano con noi, che vengono fuori sfidando la congiura del silenzio che il potere cerca di imporre loro, sono nostri fratelli e sorelle ... non importa il colore della loro pelle o la lingua che parlano.

Oggi i conquistatori continuano a perseguitare gli indigeni ribelli, coperti con la bandiera rossa, nera, bianca e verde. La bandiera di una terra che la storia e i diritti dell'uomo decretano essere Palestina. Non potranno imporre su di noi il loro impero del silenzio. Quando siamo in silenzio, siamo in realta' molto soli. Insieme, curiamo le ferite, e ci sosteniamo l'un l'altro. Essi usano la parola per imporre il loro impero del silenzio. Noi usiamo la parola per rinnovarci. Essi usano il silenzio per nascondere i loro crimini. Noi usiamo il silenzio per ascoltarci, toccarci, conoscerci.

La parola e' la nostra arma e con essa sveliamo decenni di occupazione, oppressione, dispossesso. Noi crediamo che la parola resti. Cosi' parliamo ed urliamo per rompere il silenzio imposto al nostro popolo. Uccidiamo il silenzio con una parola viva, lasciandoli svergognati dalle loro stesse bugie.

54 anni fa, il silenzio del colonialismo e dell'esclusione fu imposto ai nostri nonni. Ma, 54 anni fa, la nostra parola ha cominciato a resistere, a lottare, a vivere da quei campi profughi del Libano. Oggi, 54 anni dopo, da Tarshiha a Burj al-Barajneh al Kuweit agli Stati Uniti, siamo ancora qui. Siamo piu' numerosi e piu' preparati. E tante lingue diverse scandiscono la nostra parola.

Oggi diciamo che ricorderemo il passato, e con esso lavoreremo per il futuro. Oggi, 54 anni dopo che la morte giunse a noi da terre straniere per imporci il silenzio, noi resistiamo e parliamo.

Oggi, 54 anni dopo, viviamo!

 

traduzione a cura di www.arabcomint.com