L'Autobiografia
del Ladro di Fuoco
di ‘Abd
al-Wahhâb al-Bayyâtî
F.M.Corrao
L'autobiografia del
poeta iracheno ‘Abd al-Wahhâb al-Bayyâtî affronta il problema della
localizzazione spazio-temporale.
L’autore nel far fronte al suo dovere esistenziale verso l’umanità si
immedesima nel ruolo del poeta rivoluzionario che ha il compito di rinnovare il
mondo dando nuova linfa alle parole, e così facendo intende rinnovare la
speranza nella vita. Come Prometeo che ruba il fuoco per illuminare l’umanità. La rivoluzione del poeta si attua su due
livelli : il contenuto e la struttura poetica.
L’autore ha dedicato
tre opere al genere autobiografico ; la prima è un saggio critico
intitolato La mia esperienza poetica 1 (1968), dove spiega l’evoluzione della sua
maturazione poetica, e analizza il percorso seguito per conseguire gli attuali
risultati in campo poetico.
Successivamente ha scritto L’autobiografia
del ladro di fuoco2 (1974), che
consiste in una raccolta di sette poesie : “Il dolore del lavoro”, “ Il
poema della separazione e della morte”, “Il terremoto” (dedicato al poeta
marocchino ‘ƒbd al-Latîf La‘bî e alla moglie), “La sinfonia gitana”, “Il
Sacrificio” (dedicato a Pablo Neruda), “L’autobiografia del ladro di fuoco”,
“La morte sul Bosforo” (dedicata a Nazim Hikmet). La terza opera è la più recente
Autobiografia - La chitarra e la memoria, scritta in forma di intervista
condotta da ðâmid Abû A|mad.
Dalla lettura delle
due opere in prosa emerge con evidenza il desiderio del poeta di spiegare il
suo ruolo in questa esistenza. L’unico ricordo che conserva dell’infanzia è la
consapevolezza del dolore umano di fronte alla morte, e l’urgenza di salvare
l’umanità da questa sofferenza che era anche la sua. Il ricordo della sua esperienza di vita, di quella delle persone
che ha incontrato, dei luoghi visitati sono tappe del suo percorso alla ricerca
di una risposta esistenziale.
Per percorrere questo cammino rifiuta
l’approccio dei poeti tradizionali, il linguaggio retorico e la descrizione
statica della realtà. Per presentare la
sua visione della vita sceglie il simbolo del viaggio in cui fa confluire le
immagini astratte dei suoi ricordi.
Come nel celebre dipinto di Picasso, “Guernica “, brandelli di realtà
sono sparsi in un disordine apparente lungo le righe dei versi, e compongono il
ritmo di una melodia piuttosto che la metrica tradizionale. Si ribella contro lo stile poetico classico,
immobile e totalitario, e procede nell’uso di immagini non codificate e ritmi
variegati meglio corrispondenti ad una realtà polifonica. Con il suo linguaggio
sfida il potere assoluto della poesia tradizionale, nella struttura e nei
contenuti, e anche quello della critica
convenzionale che strenuamente difende la rigidità degli schemi classici. Bayyâtî crea linguaggi e strutture nuove per
esprimere il suo messaggio rivoluzionario ; in tal senso la raccolta
poetica L’autobiografia del ladro di
fuoco rappresenta al meglio come l’autore vede la sua esperienza di
vita ; in essa non vi è discrepanza tra l’uomo e il poeta\eroe, l’uomo che
ha scelto di vivere secondo i suoi ideali.
Nella raccolta
poetica dedicata a Prometeo, Bayyâti espone la sua concezione del sacro, la cui
natura è esclusivamente umana e terrena, e di cui l'uomo/poeta/amante è il vero
artefice. Secondo Bayyâtî, la parola
poetica può aiutare il mondo a superare i suoi limiti in una fase di
transizione epocale come quella attuale.
Il poeta dunque ha il compito di svelare ai suoi contemporanei l'enigma
della vera identità dell'uomo in un momento storico in cui ogni valore svanisce
dissacrato dal raziocinio della modernità, quando lingue e parole muoiono nei
vocabolari, e l'eccessivo intimismo e l'angustia del provincialismo diventano
mali incurabili. In questa realtà il
poeta è il nuovo Prometeo, l'eroe che, come già per Goethe e Shelley, riscatta
l'umanità dall'ignoranza e dalla superstizione del nuovo oscurantismo;
Prometeo, nella concezione mistica-salvifica di Bayyâtî, è il ladro di un fuoco
che è simbolo, come nella lettura platonica, dell'energia dello spirito, di quella
scintilla che dall'argilla dà vita all'essere umano3 .
Sin dalle prime
opere della vasta produzione artistica di Bayyâtî emergeva evidente il suo
impegno per la rinascita della cultura araba.
Il suo immaginario artistico si innestava sul fertile terreno preparato
dai poeti romantici tra cui Mu|ammad al-Mahdî al-ßawâhirî e A|mad al-Safî
al-NaÞafî che avevano già avviato il rinnovamento nei contenuti della poesia
classica adattandola alle più moderne esigenze della realtà in cui vivevano. L'opera di Bayyâtî si distaccava però dai
suoi predecessori e sin dal primo Diwân
Malâ'ika wa šayâtîn (Beirut 1950) componeva versi senza rima (mursal), in
cui si intrecciavano motivi romantici e simbolici. Già allora dava particolare enfasi ai temi della rinascita, anticipando
così un interesse che negli anni successivi, sarebbe maturato nell'impegno
sociale e in una produzione poetica mirata a risvegliare l'esigenza di
riscattare la patria araba dal giogo coloniale4.
A partire dagli anni
cinquanta Bayyâtî partecipava alla nuova e più radicale riforma della poesia
araba avviata dai suoi connazionali Badr al-Šâkir al Sayyâb e Nazika
al-Malâ'ika. Come egli stesso avrebbe
scritto di quegli anni di studio a Bagdad, la grande città lo aveva deluso,
suscitandogli un sentimento di totale estraneamento tra quello che leggeva sui
libri e la realtà che lo circondava. Per esprimere il senso di decadenza e
morte nel poema “Il dolore del lavoro” scrive :
“Chi piange sulle mura di queste città / rifugi /
tombe ?”
La dissociazione tra
la realtà e le necessità spirituali e materiali lo portò ad approfondire il
senso di questa contraddizione e a cercare risposte nei libri di storia e di
poesia5. La risposta
alla sua inquietudine non la trovò nella poesia araba contemporanea, e neanche
nella ricerca poetica di ßubrân, ma piuttosto nelle opere di T. S. Eliot,
Byron, Shelley, Keats e Baudelaire. Il
sogno di un radicale cambiamento coincise con l'adesione al movimento poetico
"Tammûz". Per Bayyâtî il mito della divinità sumera
della rinascita era una risposta simbolica efficace; il poeta come Tammûz compie un viaggio agli inferi
della terra, evocando un seppellimento che porta ad una nuova vita.
Bayyâtî attinge
inoltre alla concezione unitaria del tempo e dello spazio dei miti sumeri e babilonesi,
per rispondere all'esigenza di liberarsi dai condizionamenti imposti dal tempo
e dallo spazio, e quindi dai numeri delle date storiche e dai chilometri dei
confini geografici; tale concetto lo porta a sviluppare ulteriormente l'idea
della rottura dell'unità spazio-temporale nel componimento poetico, non solo
formale ma soprattutto di contenuti.
Rifiuta la ripetizione stereotipa di immagini retoriche della poesia
araba classica e rompe la modulazione simmetrica del ritmo perchè blocca
l'espressione di una forte carica esistenziale. Nel bagaglio poetico di Bayyâtî c'è posto per la disperazione di
Tarafa ibn al-‘Abd, per l'eroismo di Mutanabbî, per l'esistenzialismo di
Ma‘arrî e soprattutto per la passione di Abû Nuwâs e di al-ðallâÞ, ma la loro
presenza è discontinua e comunque si associa in un'acronica unità spaziale con
personaggi ed eventi di altre civiltà.
Bayyâtî insegue un suo progetto ideale che supera le metafore della
convenzione e pertanto necessita di un ritmo diverso, esterno, più consono alla
sua particolare esperienza poetica.
Nel corso degli
anni la sua ricerca poetica approfondisce questo percorso e lo porta
all'estrema conseguenza dell'esilio come volontaria scelta di vita; viaggiare è come morire per rinascere
altrove e costruire ai confini tra l'uomo e la poesia quei valori ideali che il
poeta incarna, e che costituiscono le virtù e la speranza della società. Il compito dell'artista è comprendere,
preservare e trasformare il contenuto della vita stessa. Come scrive nella poesia “Il
terremoto” :
“Ti vedo:
mentre di esilio in esilio
porto la
terra della patria
i poemi
proibiti / i giornali segreti / il fuoco “.
Nel 1954, dopo aver
pubblicato a Bagdad il secondo diwân,
Abârîq Muhašama, lascia il Paese e si
stabilisce in Egitto dove collabora al quotidiano
"al-Gumhuriyya". In questo diwân compare la prima poesia dedicata a
Prometeo, il "Ladro del fuoco", in cui abbozza i temi legati al ruolo
del poeta, temi che, dopo la parentesi dell'impegno nel realismo sociale,
riprenderà, per svilupparli ulteriormente negli anni settanta.
Tra il '56 e il '57
pubblica altre tre raccolte "al-Magd li-l-atfâl wa ‘l-zaytûn",
"Risâla ilâ Nazim Hikmet wa qasâ'id ukhrâ", "Ašâ'ir fî
l-manfâ" e traduce una raccolta di poesie di Paul Eluard "Poesia di
amore e di libertà". Nella nuova
produzione si afferma l'impegno politico e sociale del poeta, e il cambiamento
nei contenuti coincide con un ulteriore rottura con la metrica tradizionale. Mentre si afferma l'astro politico
nasseriano l'arte di Bayyâtî si evolve nella direzione del realismo sociale
che, sulla scia di Lorca, Mayakovski, Hikmet e Neruda, lo porterà a diventare
l'interprete del nuovo risveglio culturale del mondo arabo6.
In quegli anni,
testimoni di straordinari cambiamenti politici, anche i circoli poetici era in
fermento, e un gruppo di poeti e critici, che faceva capo alla rivista libanese
"Shi‘r", elabora nuove sperimentazioni nel campo della metrica come
la "shi‘r manthûr" (poesia in prosa) di Adonis, o i componimenti dialettali
di Yusif al-Khâl. Invece per Bayyâtî e
ßabrâ Ibrahîm ßabrâ l' "avanguardia poetica" si esprimeva nel
realismo sociale, senza temere le critiche di chi lo accusava di fare del
"populismo politico"7. In quegli anni Bayyâtî risponde alla teoria
sulla letteratura impegnata di Sartre proclamandosi poeta impegnato e ribadendo il ruolo storico della poesia nella
rinascita culturale della società.
Al di là dei clamori
della politica, Bayyâtî matura comunque una profonda ricerca introspettiva che
sul finire degli anni sessanta lo avrebbe fatto approdare ad una produzione
poetica più intimista, mistica. Ma il
misticismo di Bayyâtî non è astratto, non corrisponde ad un disimpegno del
poeta dalla vita politica; anzi al contrario misticismo e politica convivono
negli stessi poemi, così come a suo tempo i temi dell'amore e della rinascita
spirituale e fisica del mondo non erano separati da quelli della battaglia
sociale. Bayyâtî continua il suo
viaggio sperimentale e la sua poesia si evolve continuamente, come avrebbe
affermato nella sua autobiografia8.
A segnare una svolta
definitiva, di nuovo nella direzione dell'esilio, interviene la sconfitta del
1967. Una nuova lacerante rottura con la realtà porta il poeta a riprendere con
più decisione il suo viaggio nel mondo del mito, dove non vi sono i confini
delle nazioni e del tempo, per cercare la risposta alla crisi del mondo
moderno in un universalismo
transepocale.
Eroi di ieri e di
oggi si incontrano nei luoghi più lontani ed apparentemente estranei della
terra, ma sono esseri che hanno in comune lo stesso desiderio di inventare una
realtà diversa che supera i limiti di quella attuale, e che realizza il sogno
di una rinascita futura. L'innamorato, come il rivoluzionario, da tutto se
stesso per realizzare la sua passione e viverla in una città ideale. Il suo impegno politico ha subito un
cambiamento, la rivoluzione ha assunto il significato del cambiamento
interiore; ciò però non gli impedisce
di denunciare l’oppressione come nella poesia dedicato all’amico e poeta
imprigionato, Nazim Hikmet. Ne “La
morte sul Bosforo” è evidente che la sofferenza fisica e spirituale sono
l’occasione per avviare un cambiamento radicale che generi nuova
speranza :
“Incontrai i
miei amici : alcuni erano morti
alcuni
erano vecchi
alcuni
erano traditori
La luce di luna sorgente sul Bosforo
dopo la prima notte
e
alcuni erano come li avevo lasciati
viaggiando
nei disegni, i versi, il vino e l’amore
per la città del sogno”
La ricerca
dell'amata, è simbolica, è la ricerca della scintilla di luce che rinnova la
vita. Il viaggio per raggiungerla, come l'esilio, non è altro che un processo
che porta alla morte di una condizione transitoria per raggiungerne un'altra
superiore. E’ una viaggio mistico che
per il poeta significa la propria rivoluzione umana, cioè il radicale
cambiamento del proprio punto di vista.
Dal ribellarsi a questa morte nasce la scintilla e si avvia la nuova
era, si delinea l'orizzonte futuro.
Tale prospettiva non si schiude su una squallida bidonville di una
qualsiasi capitale del mondo sepolta dal cemento e dall'acciaio, dove vegetano
i cadaveri dell'umanità, ladri, furfanti, impostori che vivono di traffici e
sortilegi. Gli amanti, i poeti e i rivoluzionari viaggiano come gli uccelli
migratori, si incontrano nella città del mito, come la nuova Nishapur o Iram
delle colonne, città morte, sepolte e rinate migliaia di volte.
La città del mito è il luogo di incontro dove
non esistono le sofferenze di malattia, vecchiaia e morte, come il paradiso
sumerico degli immortali. Nella condizione di un tempo mitico scocca la
scintilla dell'amore, ed il poeta la può anche cogliere nel miraggio di una
striscia di fumo. Anche il poeta, come
l'amante non è immortale, è un essere umano che affronta incessantemente la
contraddizione esistenziale di morte e rinascita; dicotomie sempre presenti
nell'orizzonte della vita umana, più drammaticamente espresse dal poeta, e
metaforicamente rappresentate dall'inscindibile rapporto dialettico tra la
sofferenza e la gioia nell'amore.
Bayyâtî rifiuta il
concetto di immortalità nel senso del mito dell'eterna giovinezza,
rappresentata dall'albero sempreverde, che considera un assurdo e irreale
simbolo di una natura crudele che non dà vita e non dà morte.
Per il poeta
iracheno l'amore eterno si realizza nel morire e nel rinascere; non per
generare amori molteplici, ma un amore unico che si rinnova sempre: la
scintilla della luce negli occhi degli amanti innesca il ciclo continuo di vita
e morte. Lo spirito che anima i due amanti
è lo spirito universale che anima il mondo. E' come la goccia di sangue del
martire mistico al-ðallâÞ che diventa l'olio che brucia la lampada
dell’umanità, e il seme che genera l'albero, poi il bosco e infine la foresta9. E' il simbolo dell'offerta della vita per
raggiungere un essenza più piena della vita stessa; gli eroi antichi e moderni,
come gli amanti, i poeti e i rivoluzionari sono i latori di questo messaggio
attraverso le civiltà.
Il sacrificio di al-ðallâÞ non è fine a se
stesso, come non lo è il ruolo che incarna il poeta rivoluzionario; nei momenti
di rinnovamento storico rappresentano entrambi la volontà espressa da
un'infinita serie di umiliati e oppressi, di muoversi verso un’essenza più
completa dell'umanità. L'esperienza umana vista dall'ottica del poeta si pone
al di là delle convenzioni culturali dello spazio e del tempo, perché coglie il
tratto innovatore di un eroe mitico o di un personaggio storico al di là dei
confini dell'epoca di appartenenza. Il
poeta attinge alla esperienza e al messaggio innovativo di questi eroi in modo
creativo, ne adotta i segni e il linguaggio per trasmettere un messaggio che è
comprensibile a tutti proprio perché attinge dalla memoria storica
dell'umanità.
Nella poesia “Il
ladro del fuoco” incontra i suoi compagni di viaggio all’aeroporto di Parigi,
dove la melodia di un violinista li guida verso le bianche abitazioni
dell’infanzia e verso la foresta degli Urali.
Sono i luoghi della sua memoria che raggiunge secondo una concezione
circolare del tempo, quella della narrazione mitologica ; nella poesia il tempo non è lineare, è senza
inizio e senza fine, e lo spazio non ha confini né distanze.
Bayyâtî da molta
enfasi alla necessità di attualizzare il messaggio del mito, ed è lontano e
contrario ai poeti che "mitizzano" il passato, che adorano idoli di
presupposte "epoche auree" con la confusa quanto vaga pretesa di
additare in essi il modello di un improbabile futuro ideale. Critica anche i
poeti che chiama "mistificatori", perché basano la propria esperienza
poetica su astrazioni irreali, frutto di letture superficiali, e che
soprattutto non hanno nessun rapporto razionale, diretto con la realtà in cui
vivono. Scrive :
“Nelle
capitali orientali i poeti accattoni - eunuchi
in gabbia
strisciavano sul ventre proni
i pidocchi -
il muschio proliferava nelle poesie,
e nelle
torri i poeti del sogno prezzolato di ciprie
e unguenti
stemperavano il pallore della dea della poesia che in cima all‘
"Olimpo" invecchiava
le rubavano
l'alloro avvizzito dal museo - pattumiera - delle espressioni
raccoglievano
foglie d'autunno nei cimiteri delle vecchi scuole di poesia”.
Una posizione così
radicale e coerente lo porta a scontrarsi conseguentemente anche con i
rappresentanti del potere, che considera intellettualmente offuscati dal miope
perseguire dei propri interessi egoistici.
Nella poesia “Il terremoto” narra della prigionia del suo amico e poeta
§‘ƒbd al-Latîf La‘abî con i seguenti versi :
“Il poeta
andaluso nelle galere del nuovo mondo
sta morendo
nella cella dell’ultimo califfo di Cordova”
Il politico
professionista rappresenta l'altra faccia del rivoluzionario, sprofonda nella
inettitudine e nel falso ed è signore o servo dell'autorità temporale
rappresentata dagli apparati di repressione politica e burocratica, in una
parola è il ladro-assassino della rivoluzione ideata dal poeta10 .
L'esilio per il
poeta non è un'astratta teoria, ma è il frutto di una dura esperienza, è la
morte della libertà, una morte che costringe a viaggiare in una terra da cui
non si torna e dove ogni passo conduce ad una nuova morte. La sola alternativa
possibile è ribellarsi a questa morte intraprendendo un processo
rivoluzionario, un cambiamento radicale per distruggere le false certezze del
passato e ricostruirne di nuove in una realtà diversa; solo così sarà possibile
difendere l' "io" creatore.
Per Bayyâtî : "Nell'occhio dell'amato, come in quello e del poeta
rivoluzionario brilla la luce iniziale, quella che si levò nel deserto a
testimoniare l'apparizione della prima civiltà umana"11.
Dai tratti
essenziali della sua filosofia, sin qui sinteticamente delineati, emerge che il
campo semantico del poeta è concentrato attorno alla parola
"rivoluzione" intesa come processo che dalla "morte" porta
alla rinascita attraverso l'esperienza della "scintilla di
luce" ; attorno a questa focus word elabora campi di significato
opposti quali, realtà, rinascita, innovazione, con valenza positiva, e quali
astrazione, immortalità e reiterazione con valenza negativa.
La raccolta poetica Autobiografia del ladro di fuoco ha una
struttura simile a quella del racconto mitologico. Sin dall’inizio è chiaro che qualcosa manca e l’atmosfera è
pervasa di tristezza. Nella prima
poesia “Il dolore del lavoro” la mancanza è evidenziata dalla mancanza di
amore. Il poeta dice :
“Ed io pieno
della mia solitudine
mi ammalo al
tavolo del bar”
Il bar, come afferma
anche nel libro L’autobiografia, è il
luogo dove comincia a comporre i suoi poemi, dove accenna alle immagini che lo
ispirano :
“ E Picasso
sulla copertina dell’ultimo numero della rivista Life
stava
guardando l’ultima luce del mondo “12
Nel “Poema sulla
separazione e la morte” sottolinea la mancanza d’amore dicendo :
“Il principe della luna sta cercando il figlio che ha
ucciso sulla riva del mare, le donne non piangono più sulla creta secca della
tomba del poeta, e un amante ha atteso sette anni perché il suo amore
arrivasse.”
Un altro motivo
ricorrente è quello dell’incantesimo e della veggente che aiuta il poeta e la
gitana a riconoscere il loro destino di esilio e al tempo stesso predice la rinascita. Qui il poeta esprime la speranza in un luogo
migliore dove recarsi. Così come nella
vita del poeta i viaggi a Cuba e Siviglia segnarono un momento di gioia, la veggente
dice :
Al di là del
fiume ci sono altre città meravigliose
dove il sole
non tramonta
e dove
l’amante / annegato non è ingannato
Il poeta come la
zingara, sarà l’eroe che salverà la gente dalla desolazione; in un bar
incontrerà Prometeo e insieme partiranno alla ricerca della principessa
dell’esilio, e dopo un lungo viaggio la troveranno e con lei rinascerà la vita.
Ritengo utile dare
un breve riassunto di due poesie del diwân, "Poema sulla separazione e la
morte" e "Sinfonia gitana" che sembrano fare da preludio
all'Autobiografia del ladro di fuoco. Nel "Poema sulla separazione e la
morte" il principe della luna cerca invano sulle rive del mare i figli che
ha ucciso; le donne non vanno più a piangere sulla creta secca della tomba del
poeta; un'amante solo dopo sette anni di inutile attesa si illude ancora di
incontrare la sua amata. Dalla terra desolata di questa poesia passiamo alla
"Sinfonia gitana", dove uno zingaro, conosciuto il proprio destino
ramingo cerca di esorcizzare con il canto i fantasmi della sua memoria, ma poi
decide di darsi coraggio e li invoca e
così anche la tristezza lo abbandona. Quando una maga torna a predirgli il suo
destino ramingo ha una visione in cui i fantasmi si sparpagliano per assediare
una città, allora il gitano spera di salvarsi invocando l'aiuto dei templi. Ed
eccoci infine all'Autobiografia che si apre con un'evocazione dell'Olimpo dove
un poeta "eunuco" cerca di far rivivere le morte metafore di una
poesia stereotipa, e copre il vuoto della propria ignoranza con la retorica,
quindi arriva Prometeo:
“La lingua poneva sulla testa calva una "parucca"
di eloquenza e iperboli
e indossava l'assonanza e l'antitesi nei padiglioni
reali
dell'era cosmica - le navicelle spaziali - le rivoluzioni.
Nelle capitali orientali i poeti accattoni - eunuchi
in gabbia strisciavano sul ventre (proni)
i pidocchi - il muschio prolificava nelle loro
poesie,
e nelle loro torri i poeti del sogno prezzolato con
le ciprie
e gli unguenti (creme/tinte) stemperavano il pallore
della dea della poesia che invecchiava sulla vetta dell' "Olimpo"
le rubavano l'alloro avvizzito nel museo - pattumiera
- espressioni (modi di dire)
raccoglievano le foglie dell'autunno nei cimiteri
delle scuole poetiche antiquate. (bisognose di poesia?)
Nelle gabbie, gli eunuchi lodavano i servi - i re
Il ladro del fuoco giungeva al mutare delle stagioni
portando i comandamenti dei fiumi - dei tempi,
arrivava visionario:
pensava-nella corsa equestre dei mortali umani , nel
bagliore della terra
dove scendeva (fermava) -
con l'uomo-sole e la chitarra-donna
liberi dalle catene,
intravedeva le onde della storia e la tristezza delle
razze
degli uccelli - pietre - morti,
su un papiro scrive i nomi delle principesse di
"Bukhara"
porta i comandamenti del mare all'infanzia - moschee
- mercati.
Disse nella sua cappa lunga
come l'obelisco egiziano - la palma della
"Concorde":
Sei entrata dalla finestra dell'aurora nel mio cuore
?
Chi ti ha dato il diritto del sonno, del pellegrinare
e ricercare
le mura della città dell'amore?
Ho visto il suo volto livido all'aereoporto di
"Parigi"
Ho pianto quando mi ha salutato per l'ultima volta
Gli eunuchi lodavano i servi-re, in gabbia
Il ladro del fuoco era al bar,
cantava per gli uccelli estenuati dall'erranza nei
giardini di neve,
Ero stanco,
e lottavo contro il sonno che scendeva dalle scale
della notte
con il fumo e le pioggie.
Diceva: beviamo questa notte in onore della (di
questa) principessa-poetessa esiliata.
La pioggia lavava gli alberi e le ferite e i tetti (
terrazze ?).
La musica del violinista russo fondeva (?)
dall'angolo del bar,
nella sua melodia ho visto le città bianche
dell'infanzia
e i fiumi di ghiaccio e le foreste degli
"Urali".
Giurammo insieme per l'uomo-sole e la chitarra-donna
e la bella principessa rideva di cuore (dal
profondo).
Chi ti ha dato il diritto di cercare Dio nella città
dell'amore?
E la fontana che piange ?
Ho visto il volto livido nel fondo del bicchiere,
e la sua mano passava tra i suoi capelli rossi
nel turbine della danza,
e sopra la notte, il ghiaccio e il fumo.
2
cercavo di bar in bar, da esilio in esilio
il viso che portava il ladro del fuoco della poesia
dal tempio del dio - uomo,
cercavo la principessa dell'esilio dietro i suoi
capelli rossi
corriamo ansimanti nella città dell'infanzia - i
templi - i mercati
beviamo brindiamo (si beve dale coppe, si brinda)
Nelle gabbie, gli eunuchi lodavano i servi - i re
i pidocchi - il muschio prolificava nelle loro
poesie,
volgemmo i nostri cavalli dietro la sua capigliatura
Chi ti ha dato questa luna verde?
Sei entrata nel mio cuore dalla finestra della
tristezza?
Ho visto il ladro del fuoco assopito da solo
sulla sedia del bar.
E' partita, disse:" Chi veglierà sui fiumi
alle nozze del giorno della morte?"13
"Chi con il furore della poesia getterà le luci
nel fiume?"Le ossa della nuova era della terra, qui le sento, crescere
Il destriero del fuoco nelle epopee greche scalpita
sotto i miei piedi
Questa sofferenza, vuota di ogni senso, non ha nome
"è partita"
forse il fulmine colpirà l'obelisco egiziano - la
palma della "concorde"?
La primavera abbandonerà Parigi?
Ho visto il suo viso livido in fondo al bicchiere
e nello specchio
eroe morto, come se dalla tomba fosse tornato al bar
affinchè all'alba si partisse insieme in groppa ai
cavalli per le piane di quest'oriente
Mi hai chiamato, oh tuono?
Bukhara si è avvicinata
Che all'alba la tribù porti gli astri occulti - i
satelliti
e li lanci dall'alto delle rupi sui gabbiani (
rondini?).
La pioggia lavava gli alberi, le ferite e le terrazze
La musica del violinista russo si fondeva con
l'angolo del bar
Nella sua melodia ho visto le città bianche
dell'infanzia
i fiumi gelati e le foreste degli "Urali".
Giurammo insieme, nel nome dell'uomo-sole e della
donna-chitarra.
Si è realizzato il miracolo della vita dopo la morte?
Mi hai chiamato, oh tuono?
Ho visto un ciclone di poesia abbattersi su questo
pianeta radicato
nel terrore e nella violenza
Vedo il poeta arare con il suo grido la terra del
sogno
Mi hai chiamato?
"Congederò la logica dalla mia egida"
Viaggiando attraverso il fuoco e il dire
alle nozze del giorno dell'amore,
mi avvento sulla mia preda la poesia - la donna
Come l'astrologo - il mago della città dell'amore
Dopo la morte ho visto il volto livido rinascere
da un sorriso e i suoi capelli rossi cadevano dal
cielo
come una cascata.
1 ‘Abd al-Wahhâb al-Bayâtî, Mi experiencia poetica
, trad. spagn. Carmen Ruiz Bravo, con una prefazione di Pedro Martínez
Montávez, Madrid 1986, Editorial Cantarabia, pp. 156. E' dello stesso anno la
pubblicazione del diwân "La morte nella vita" (Beirut nel 1968) che
il poeta definì essere lo specchio della propria esistenza.
2 Bagdad1 1974, Cairo2 Dâr
al-shurûq, 1985; ‘Abd al-Wahhâb al-Bayâtî, "Diwân", Beirut Dâr
al-‘Awda, 1990, 2 volls. . Le poesie di questa raccolta, "Versi sulla
separazione e la morte", e "Il terremoto", furono tradotte lo
stesso anno in spagnolo dal prof. Pedro Martínez Montávez sulla Magalla
al-Manâr, n. 5-6, pp. 216-220, Madrid, 1974. La traduzione francese delle poesie "Versi sulla separazione
e la morte", "La sinfonia Gitana" "Autobiografia del ladro
del fuoco" è del poeta marocchino ‘Abd al-Latîf La‘abî, in Autobiographie
du voleur du feu, Paris, Unesco "Actes du Sud", 1987, pp. 63-9; e
le stesse poesie più "La fatica del lavoro" e "Il
terremoto" sono raccolte nell'antologia tradotta in inglese da Bassam K.
Frangieh, Love, death and Exile, Washington D.C., Georgetown University
Press 1990, pp. 129-158. A confermare
questa scelta c'è il suggerimento dell'autore in una breve nota alla quarta
edizione libanese della sua opera omnia, e il libro del poeta e scrittore
iracheno Muhammad Shamsî, "Sâriq al-nâr - Rihla fî hayâ'
al-shâ‘ir ‘Abd al-Wahhâb al-Bayâtî", Bagdad 1985.
3 Al-Bayâtî, Diwân, 1990, 2 voll., pp.362-3.
4 Arberry A.J., Modern Arabic Poetry,
Cambridge, Cambridge Univ. Press, 1980 (19501); Minganti P., "Notizie su alcuni
sviluppi della poesia araba contemporanea in ‘Irâq", in O.M., Roma,
1961, vol. XLI, pp.979-1010; Norin L. et Tarabay E., Anthologie de la littérature
arabe contemporaine - La poésie, Paris, Edition du Seuil, 1967; Badawi M.
M., An Anthology of Modern Arabic Verse, Cambridge, Cambridge Univ. Press, 1970;
Badawi M. M., A Critical Introduction to Modern Arabic Poetry, Oxford,
Orford Univ. Press, 1985; Udhari (al-)
A., Modern Poetry Of The Arab World, London, Penguin Books, 1986; Corrao
F.M, "Poesia araba dei nostri giorni", in Ritmica, Università
di Roma "La Sapienza", Roma, Officina Edizioni, 1989, pp.43-58.
5 al-Bayâtî, Mi experiencia poetica, op.
cit. pp.22-3.
6 Tra il '59
e il '64 vive in Unione sovietica, prima con la mansione di addetto culturale e
successivamente come insegnante all'Università di Mosca. Sono di quegli anni le
raccolte "‘Ishrûn qasîda min Birlîn", "Kalimât lâ tamût", e
la traduzione dei versi del poeta francese Aragon "Arâgûn shâ'ir
al-muqawwama". Nel 1962 alcune sue
poesie "khamsat ‘ashara qasîda min fînâ" vengono musicate dal
compositore russo Uspenski; inoltre scrive un opera teatrale "Muhâkama fî
Nîsâbûr" e pubblica, in Russo, anche "Tarîq al-hurriya" (1962) e
"Qamar akhdar" (1963). Negli
anni immediatamente a seguire pubblicherà "al-Nâr wa-l-kalimât",
Beirut 1964; "Qasâ'id" al Cairo, e "Safar al-fuqr
wa-l-thawra" a Beirut (1965); "allâdhî yâ'tî wa lâ yâ'tî" Beirut
1966.
7 Kheir Beik K., "Le mouvement moderniste de la
poésie arabe contemporaine", Paris, Publications Orentalistes de France,
1978, pp. 23-9, 126
8 "La mia esperienza poetica", op. cit., p.
29. La produzione seguente si
svilupperà secondo questo nuovo percorso indicato nella sua autoblografia e
nell'opera "al-Mawt fî l-haya' ", cfr. supra nota 1. Negli anni immediatamente a seguire
pubblicherà "Qasâ'id" al Cairo, e "Safar al-fuqr
wa-l-thawra" a Beirut (1965).
9 Si riferisce al concetto espresso nella poesia
"Il tormento di al-Hallâg" del diwân "Safar al-fuqr
wa-l-thawrah" (Viaggio della miseria e della rivoluzione); in "La mia
esperienza poetica" op. cit., p. 55.
10 ibid. 58-9.
11 ibid. 110-2.
12 al-Bayâtî, "Diwân", Beirut Dâr al-‘Awda, 1990, 2 vol., pp. 333-39, 344-47,353-57; per le traduzioni cfr. nota 2.
13 I versi tra virgolette sono tratti da Saint John de Perse.