di M. Abrah
Nato nel 1926 a Bassora, di salute fragile, infermo, i suoi ultimi anni
furono enormemente difficili e dolorosi, morì nel 1964. As-Sayyab è considerato
il capo scuola della poesia libera non solo in Iraq, ma in tutto il mondo
arabo. Nel fare poesia, ha rappresentato, il profondo dramma del suo periodo;
partecipava soffrendo, alla lotta del suo popolo per la conquista del progresso
intellettuale e letterario ribellandosi, anche alla propria sofferenza per la
sua personale condizione: la perdita di tutti i suoi cari e la progressiva
malattia che lo condusse alla morte. Questa sofferenza intima, mescolata al
dramma popolare dell’epoca, crearono un poeta idealista e le sue poesie sono il
vero passaggio dalla poesia di tendenza romantica al realismo nella letteratura
araba contemporanea. Tra le sue numerose opere ricordiamo : ”Leggende” 1950;
“Le armi e i bambini”
1954; “Il canto della
pioggia” 1960; “La casa degli schiavi” 1963.
Nel vecchio
mercato
1
La notte, e nel vecchio
mercato
le voci si sono
zittite,
tranne i mormorii
dei passanti,
i passi del
forestiero e le tristi canzoni
che il vento
diffonde nella notte nera.
La notte, e nel
vecchio mercato
e i mormorii dei
passanti;
e la luce che le
lampadine malinconiche
sprizzano nel
pallore
come nebbia sulla
strada
da ognuna delle
botteghe antiquate
tra i volti
sparuti quasi fosse canzone
che si dissolve
in quel vecchio mercato.
2
Quanti forestieri
han vagato prima di me,
in quel desolato
mercato?
han guardato
ma le pupille han
fatto finta di non vedere
e se sono andati
nella notte nera.
Negli anelli di
fumo tremola
l’immagine
riflessa di una finestra
che si illumina,
e il vento
scherza con il fumo … il vento,
svogliato e
afflitto,
scherza con il
fumo,
e l’eco di una
canzone lontana,
ricorda le notti
illuminate
dalla luna e le
palme;
ed io, il
forestiero …. continuo ad ascoltare
e sogno di morire
in quel vecchio mercato.
3
E la luce tenue
si sparge sulle mercanzie come
polvere; ombre si
gettano sulle ombre; come
un canto
monotono, e i colori freddi del crepuscolo
si spargono sul
muro, tra gli scaffali
fatiscenti, quasi
nubi al tramonto.
Il bicchiere
sogna la bevanda, le labbra,
e una mano
colorita dal mezzogiorno,
dalla lampada e
dalle stelle.
Forse la vita in
esso si è raffreddata
e rantola, in una
notte buia fredda di
stelle e venti;
in una stanza ove una
lampada vigila, e
il mattino la spegne.
4
Ho visto, tra il
fumo, la realtà del domani
come ombre. Quei
fazzoletti indecisi,
che fan cenni
d’addio o s’inzuppano di
lacrime pesanti
senza smettere di affiorare
e sprofondare
nella mia fantasia il profumo
che esalano, fa
ciondolare il capo
e tinge il sangue
che scorre!
Il colore del
buoi e l’accendersi del
fuoco rivelano la
sposa, la celano poi
ombre tremolanti
del volto illumina il
pallore la fiamma
che illanguidisce, si
distende e poi
s’eclissa e il sangue che
cade goccia a
goccia sussurra:
è morto …. è
morto!
5
La notte, e nel
vecchio mercato
i mormorii dei
passanti, ei passi del forestiero.
E tu, candela
arderai in una stanza ignota,
in una notte che
non saprai, getterai
la tua luce
languidamente come una sera
d’autunno, le
spighe ondeggiano nel campo,
sotto le luci del
tramonto ove si radunano i corvi,
getterai la tua
luce languidamente come foglie
d’autunno nella
notte illuminata dalla luna,
ebbra dei canti,
nel sud: il rullo del tamburo
in lontananza,
bisbiglia con i rami grevi
delle palme, e
nuovamente tace.