MEMORIE DELLA RIVOLTA PAGINE TRATTE DALL’OMONIMO LIBRO DELLO SCRITTORE AMERICANO TED SWEDENBURG, PROFESSORE DI ANTROPOLOGIA ALL’UNIVERSITA’ AMERICANA DEL CAIRO E CHE, NELLO SFORZO DI RICOSTRUIRE UNA CONTROSTORIA DELLA VICENDA PALESTINESE, PARTE DALLA RIVOLTA DEL 1936-39 PER ARRIVARE AI NOSTRI GIORNI. IL LIBRO E’ EDITO DALLA “UNIVERSITY OF MINNESOTA PRESS”. Non ci sono stanze nel racconto Quando lasciammo il Parco Nazionale Achziv, Sonia ed io ci imbattemmo in una coppia statunitense di mezza eta’ che aveva appena visitato il kibbutz Gesher Ha-Ziv. Ci scambiammo le piacevoli impressioni ricevute dall’incontro con turisti americani: “Da quale stato venite? Vi siete divertiti qui in Israele?”. Poi, con mio grande sconforto, Sonia comincio’ ad agitarsi. “Dovreste andare all’interno del parco e guardare le costruzioni”, disse alla coppia. “Quello che hanno fatto a noi Palestinesi e’ terribile, hanno distrutto il nostro villaggio. Mio nonno ci viveva, qui”, aggiunse “hanno distrutto la sua casa ed espulso il resto della famiglia in Libano”. Mentre Sonia parlava, io guardavo attentamente gli occhi della coppia per vedere se il concitato racconto di Sonia producesse qualche effetto. Non ci fu la minima variazione: fu come se Sonia non avesse emesso una sola parola. Il “racconto”non penetro’ in loro, la storia sembro’ non avere alcun peso poiche’ “solo I fatti hanno significato, entro cornici esplicative”. Quando lei termino’, la coppia semplicemente riprese lo scambio di amabili, banali piacevolezze. Poiche’ essi avevano gia’ assorbito il messaggio che I turisti in Israele ingeriscono come routine, una storia che conferma, sul terreno, quello che gia’ sapevano prima di venire. Forse essi hanno gia’ visitato la Cittadella di Acca, Yad Vashem, Masada, Canada Park, e gli altri siti storici che segnano la storia di Israele, ed hanno imparato troppo bene una storia che non puo’ contenere alcun “controfatto”. I Palestinesi e la loro storia non hanno nessuna stanza nella narrativa che essi conoscono – tranne, forse, che come terroristi. Scene di distruzione: il lavaggio delle pareti “Devi visitare la prigione di Akka”, mi intimo’ Hisham, mentre bevevamo insieme un te’, seduti nel suo appartamento in Jabotinskiy Road. Hisham, un pubblicista, era uno dei tredicimila Palestinesi con cittadinanza israeliana che vivono nella citta’ “mista” del nord di Israele, chiamata Akko in ebraico, Akka in arabo. “Si possono ancora vedere le scritte dei prigionieri sui muri, li’”, continuo’. “ Troverai il nome di Abu Hakim tra di esse. Fai una fotografia dei graffiti che lui fece, e poi portali a vedere a lui stesso, a Gaza. Comincera’ a piangere, e ti raccontera’ grandi storie degli anni che passo’ in prigione durante il mandato britannico. Se avessi posseduto una macchina fotografica, io stesso lo avrei fatto”.
Sonia ed io stemmo ad Akka per alcuni giorni e facemmo interviste con I combattenti della rivolta del ’36, godendo del temperato clima marittimo e di una breve pausa concessaci dall’occupazione militare. Altri amici ci avevano gia’ raccontato delle scritte dei prigionieri sui muri della prigione di Akka, e molti ci avevano narrato storie della vita in prigione. Durante la rivolta del 1936-39, centinaia di Palestinesi vi furono incarcerati, in quella che all’epoca era la Prigione Centrale Palestinese, e la maggior parte dei 112 Arabi condannati a morte per offese alla sicurezza connesse alla rivolta, furono impiccati alle forche di Akka. Mentre ci avviciniamo alla Cittadella (al-qala’) di Akka, che ospita la vecchia prigione ed e’ un’importante attrazione turistica, ci accorgiamo che, come la maggior parte degli edifici storici in Israele/Palestina, la Cittadella e’ stata costruita sulle rovine di innumerevoli antichi monumenti. I loro indistinti strati si accavallano gli uni sugli altri a formare le fondamenta della struttura, testimoni della antica e complessa storia di questa citta’ portuale. I Fenici la chiamarono ‘Akko, e gli antichi Israeliti, che non la conquistarono mai, usavano lo stesso nome. Gli Arabi, che la conquistarono nel 636 d.C la ribattezzarono ‘Akka. I Crociati la conoscevano con il nome di Saint Jean d’Acre. Il palazzo della Cittadella che esiste oggi e’ stato costruito su una precedente fortezza crociata dal famoso governatore Ottomano di origine bosniaca, Ahmad al-Jazzar Pasha, meglio conosciuto per aver tenuto testa all’attacco di Napoleone contro la citta’, nel 1799, mettendo fine alle sue ambizioni di conquista della Siria. Quando I Britannici presero possesso della citta’ nel 1919, trasformarono la Cittadella di Jazzar nella Prigione Centrale Palestinese. Dopo che ‘Akka cadde nelle mani degli Israeliani, nel 1948, lo stato trasformo’ la Cittadella in centro di igiene mentale e, solo nel 1980, in attrazione turistica. Sonia ed io entrammo nella fortezza, alla ricerca di iscrizioni arabe sulle pareti, ma non ne trovammo nessuna. Le pareti della vecchia prigione apparivano imbiancate di fresco, e tutte le tracce delle iscrizioni erano state cancellate. La stanza delle esecuzioni allo stesso modo era stata privata delle vestigia che avrebbero potuto evocare memorie Arabe. I tanti uomini anziani da noi incontrati ci avevano raccontato storie di “eroi nazionali” come Mohammed Jumjum, Fu’ad Hijazi e ‘Ata al-Zayr, che affrontarono coraggiosamente il patibolo per aver preso parte ai sanguinosi eventi del 1929. Altri ricordavano lo sheykh Farhan al-Sa’di, un compagno di Ezzedin al-Qassem. Farhan,un importante comandante dei ribelli nell’area di Jenin, fu il primo tha’ir (rivoluzionario) ad essere condannato a morte sotto I Regolamenti di Difesa, che ordinavano la pena capitale per tutti coloro che possedevano armi e munizioni. Il suo processo, in una corte militare, duro’ tre ore. Lo shaikh Farhan fu impiccato nella stanza delle esecuzioni il 27 novembre 1937, mentre digiunava per il mese di Ramadhan e nonostante gli avvocati avessero chiesto la grazia a causa dell’eta’ avanzata (aveva circa ottant’anni). Ma adesso, in questa prigione, vengono commemorati solo gli otto Ebrei condannati a morte dagli Inglesi (di cui solo uno fu giustiziato durante la rivolta del 1936-39). Una luce perpetua brucia in onore di questi martiri. Il dramma esibito dagli Ebrei mostra gli attori chiave, I colonialisti britannici, e I prigionieri Ebrei. Il compimento della narrazione e’ la creazione dello stato d’Israele. Tale storia ottiene coerenza mediante le distruzioni, le marginalizzazioni, le distorsioni di cui e’ stata vittima la storia Palestinese. Secondo tale concezione la rivolta Araba del 1936-39 non ha carattere anti-Britannico ed anti-coloniale, ma anti-Ebraico, perche’ solo al movimento Sionista spetta la designazione di movimento nazionalistico. Per fare cio’, occorre revisionare la storia del movimento Sionista e ricodificarla, eliminando da essa tutto quello che puo’ riferirsi alla collaborazione Sionista con la Gran Bretagna, ed al ruolo di sponsor sostenuto da quest’ultima nella creazione di una patria per I colonialisti Ebrei. Nel 1922, dopo che la Gran Bretagna aveva assunto il mandato, la comunita’ Ebraica in Palestina contava l’11% della popolazione totale, mentre nel 1943, attraverso l’immigrazione, era salita al 31,5%. Una immigrazione su cosi’ vasta scala fu possibile solo attraverso la protezione dell’esercito Britannico. Solo negli ultimi anni del mandato si crearono delle tensioni tra I coloni ed I loro sponsor imperiali. Cosi’ la Cittadella di Akka presenta la fiaba di una lotta unitaria degli Ebrei per l’indipendenza con la “dimenticanza” che gli “eroi” memorializzati in essa – membri della Banda Stern e dell’Irgun – commisero atti violenti contro gli Arabi che lo stesso Sionismo condanno’. I resti dei prigionieri Arabi riappaiono in forma disumana sui murali del museo. Tali dipinti mostrano feroci prigionieri Arabi che brandiscono coltelli, e con essi minacciano gli innocenti Ebrei, che rispondono alla violenza o per auto-difesa o per “rappresaglia”. La narrativa storica Israeliana e’ presentata come la ripetizione costante dell’aggressione e del terrorismo Arabo contro gli inermi Ebrei. Eppure la storia che stabilisce l’innocenza degli Ebrei e’ spaventosa. Questa paura fantastica del Palestinese forse da’ un’idea di cio’ che e’ stato fatto contro di lui, e probabilmente l’immagine dell’Arabo come bestia disumana e’un simbolo terrificante dell’alto prezzo pagato dai Palestinesi affinche’ si realizzasse lo stato nazionale degli Ebrei. Anche se nel museo l’ “altro” e’ chiamato Arabo e non Palestinese, la sua testa e’ coperta dalla kufiya, simbolo del terrorista Palestinese per eccellenza. La kufiya qui rappresenta e testimonia un passato che la continua distruzione non puo’ completamente eliminare. Sforzi simili sono stati compiuti al di fuori della Cittadella, per far sparire ogni traccia Palestinese dalla citta’ di Akka. All’inizio del 1948, la popolazione cittadina (tutta araba prima della rivolta del 1936-39) era di 15.500 persone. Nel novembre dello stesso anno, caduta nelle mani dell’Hagana in maggio, era di 3.100 unita’. Subito dopo fu iniziata la politica di ebraizzazione di Akka/Akko; gli Ebrei vi si stabilirono, entrando in possesso delle proprieta’ Palestinesi, e la citta’ si espase ad est fino a inglobare le rovine del villaggio Arabo di al-Manshiya. Nel frattempo la parte Araba della citta’fu distrutta, avendo fatto crollare tutti gli edifici storici. “Svuotata” quindi delle costruzioni arabe, la citta’ poteva diventare, negli anni ’70, un’attrattiva turistica “sicura”. La vecchia prigione, imbiancata e ripulita dalle tracce di storia Palestinese, poteva diventare Museo dell’Eroismo Ebraico, la cui narrativa tralascia di raccontare che gli Eroi qui ricordati erano Ebrei Sefarditi che, mescolati anonimamente alla popolazione Araba, nel 1938 posero una successione di bombe nei mercati delle citta’ “miste” di Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa. Alla fine di giugno 1938 da sette a dieci Arabi furono uccisi; nel luglio successivo altri 77. Su questi dettagli il museo dell’Eroismo e’ silente. Yad Vashem e ‘Ain Karim Lo stesso inverno feci una visita a Yad Vashem a Gerusalemme, il memoriale dell’Olocausto di Israele ed, insieme, monito a non dimenticare. A fianco della mostra permanente, il sito ospita un centro di ricerca dedicato ad archiviare, autenticare, elaborare e spargere il ricordo dell’Olocausto. Come sanno tutti coloro che hanno visitato Yad Vashem, il museo effettivamente convoglia un messaggio attraverso delle immagini eloquenti. Si puo’ solo meditare sull’enormita’ dei crimini nazisti e sulle sofferenze che questi causarono. Ma, nonostante le sue pretese, Yad Vashem non comunica un messaggio universale sull’oppressione. I diplomatici in visita in Israele, prima di qualsiasi colloquio ufficiale, devono inchinarsi a Yad Vashem, e la lezione che essi danno non e’ “universale”. Perche’ Yad Vashem e’ un sito storico nazionale, parte di un sistema di segni che costituiscono la storia Israeliana. L’anti-semitismo e’ presentato non come un fenomeno storico, ma come caratteristica permanente dell’Ebreo errante tra I Gentili. Yad Vashem, secondo Tom Segev, “ lascia (il Nazismo e l’antisemitismo) senza spiegazione, come se questi fossero fenomeni con una spiegazione ovvia, quasi naturale”. Secondo questa logica, la creazione dello stato di Israele, e’ stata necessaria per fornire rifugio dai futuri olocausti e pogroms, inevitabili finche’ I Giudei continuano a vivere in esilio. Piu’ che spingere I visitatori ad opporsi a tutte le oppressioni in generale, quindi, Yad Vashem li esorta a non dimenticarne uno particolare, un’atrocita’che e’ piu’ senza tempo che storica. Il ricordo che uno si porta via, uscendo dal museo, e’ che la violenza anti-semita puo’ sempre riesplodere da un momento all’altro, in ogni luogo, per cui solo l’esistenza di un Israele sempre vigile garantisce la sopravvivenza degli Ebrei. Tale immagine dell’ Olocausto pone gli Ebrei “ al di sopra della storia e del giudizio morale del mondo”. In questo modo Begin, durante l’invasione del Libano nel 1982, pote’ dire: “Nessuno, in nessuna parte del mondo, puo’ dare lezioni al nostro popolo sul concetto di umanita’!”. Come la Cittadella di Akka, Yad Vashem contiene tracce Arabe, nella forma di una gigantografia del Gran Mufti di Gerusalemme – leader del movimento nazionale Palestinese dagli anni ’20 agli anni ’50 – in esilio in Germania durante la II Guerra Mondiale. Il Mufti e’ ripreso mentre viene salutato da Heinrich Himmler ed ispeziona I volontari Musulmani nella Wehrmacht. A lato della foto pende una copia della lettera inviata dal Mufti a Ribbentrop, in cui chiede che il governo tedesco faccia il possibile per evitare l’emigrazione degli Ebrei balcanici in Palestina. Yad Vashem ricorda il leader Palestinese semplicemente come un collaboratore di Hitler e, attraverso questa immagine, l’intero popolo Palestinese appare metonimicamente implicato nei crimini nazisti. Il nazionalismo Palestinese e’ cosi’ ridotto ad una varieta’ di antisemitismo che ha prodotto l’Olocausto ed il leader nazionale Palestinese ad un selvaggio criminale di guerra al servizio del nazismo. Altre fotografie a Yad Vashem mostrano I nazisti in ritirata intenti a cancellare le tracce dei loro crimini dalla faccia della terra. Yad Vashem si autoproclama un atto di sfida, una contromemoria agli sforzi nazisti di cancellare I segni delle loro trasgressioni. Come suona dunque ironico che lo stesso memoriale (nato come sfida contro gli occultamenti della verita’ fatti dagli oppressori) sia stato costruito su delle terre appartenenti al villaggio Palestinese di ‘Ain Karim, considerato il luogo di nascita di Giovanni il Battista. Nel 1948, 3.200 Palestinesi Cristiani e Musulmani risiedevano in questa comunita’ rurale. Molti di questi scapparono dopo il massacro di 254 Palestinesi compiuto dalle bande unite Irgun e Stern contro il vicino villaggio di Deir Yasin, nell’aprile 1948; quelli rimasti furono allontanati in luglio dalle forze Ebraiche. Oggi, questo precedente villaggio Palestinese, e’ un sobborgo alla moda di Gerusalemme chiamato Ein Karem, le sue strade esotiche e la sua veduta panoramica sono frequentate da yuppies Israeliani, mentre I 30.000 abitanti originari di ‘Ayn Karim e I loro discendenti, vivono da profughi in Giordania. Yad Vashem, monumento alla memoria della sofferenza umana, monito contro I pericoli delle persecuzioni ignorate, e’ esso stesso un atto materiale di repressione, una “dimenticanza” attiva. Eppure anch’esso e’ ossessionato dal continuo ritorno degli oppressi: nel 1987, la compagnia di costruzione Histradut Solel Boneh assunse dei lavoratori Palestinesi affinche’ costruissero un monumento in pietra a Yad Vashem che commemorasse la sparizione delle comunita’ Ebraiche in Europa. Contromappe “Molte volte, in Israele ed all’estero, ho visto mappe del 1948, in cui centinaia di villaggi e citta’ ora scomparsi sono annotati e queste vengono distribuite dalle istituzioni Palestinesi della diaspora. E queste mappe sono piu’ pericolose di qualsiasi bomba”. Uri Avneri “I Palestinesi rifiutano di soddisfare il sogno Sionista rifiutandosi di smaterializzarsi”. Haim Bresheeth La presenza fantasma dei Palestinesi continua ad aleggiare nei siti della narrativa di stato. Nel 1972 un giovane giornalista Israeliano,Y. Geffen, scrisse di un sogno da lui fatto, in cui un Palestinese entrava nella sua casa: “Lui sposto’ dalla parete il ritratto di mio nonno, e sotto vi era il ritratto di suo nonno…Per lungo tempo ho avuto la sensazione che questa casa non fosse mia, e questo e’ tipico dell’adolescente Israeliano medio: sento che qualcuno ha vissuto in questa casa prima che noi arrivassimo”. I rifugiati del villaggio artistico di Marcel Janco di Ein Hod hanno raccontato storie simili ai ricercatori dell’universita’ di Birzeit. Gli Ebrei stabilitisi li’, hanno detto, hanno delle difficolta’ nel vivere in case Arabe, e ogni notte si svegliano al rumore di rintocchi sulle loro porte. Vanno a vedere f, ma non vi trovano nessuno, e la faccenda va avanti finche’ gli abitanti Ebrei non interrogano un Palestinese che vi abitava un tempo sui meccanismi della espulsione della popolazione precedente. Molte storie circolano a proposito del permesso per le visite di ritorno al paese d’origine concesso a qualche migliaio di Palestinesi. Ghassan Kanafani, ad esempio, ha fatto un film-documento sul suo Ritorno ad Haifa. Il mio amico George, cittadino statunitense, fece una visita simile alla casa della West Bank in cui viveva il suo papa’ Palestinese, ora psichiatra residente in California . Suo padre non ebbe il coraggio di partecipare alla visita. Dopo aver localizzato la casa con l’aiuto di vecchie fotografie e con l’ausilio dei parenti, George busso’ alla porta della casa. Rispose una vecchia coppia di Ebrei. George chiese il permesso di vedere la casa, spiegando che essa apparteneva a suo nonno. I coniugi lo lasciarono entrare, ma, piuttosto sulla difensiva, gli spiegarono che la casa era stata data a loro dal governo, dicendogli che essa era vuota fin da prima del 1948. George, che aveva le prove che la sua famiglia aveva vissuto li’ fino al 1948, mantenne la calma. Ne La Terza Via, l’avvocato di Ramallah Raja Shehada, fa la cronaca del suo “ritorno” a Jaffa nei tardi anni ’70. “Pensavo che sarebbe stata una grande esperienza”, scrive, “che sarebbe cominciata con la visita alla casa dei miei genitori, da cui erano stati espulsi nel 1948”. Ma la sua speranza fu frustrata dalla “ricostruzione millimetrica” di Jaffa, che aveva cancellato ogni traccia del suo precedente, vibrante carattere Arabo, e cio’ lo aveva lasciato profondamente umiliato. Shehada torno’ nella West Bank, dove localizzo’ la sua vera casa, il suo posto di combattimento, nella Cisgiordania, sotto l’occupazione militare. La trasformazione di Jaffa e’ un segno della permanenza di Israele nel criticismo della sua nostalgia per cio’ che non tornera’ piu’. Intifada: il prossimo fuoco I media Israeliani e Statunitensi ignorano ampiamente il Rapporto Annuale del Centro Palestinese di Informazione sui Diritti Umani del 1991, il quale stima che tra l’inizio dell’intifada nel dicembre 1987 e l’ottobre 1991, le forze di occupazione Israeliane hanno sradicato circa 120.000 alberi (inclusi 84.000 alberi di olivo) nei Territori Occupati, come punizione collettiva. Molti alberi adulti furono successivamente ripiantati negli insediamenti Ebraici. I vigilanti degli insediamenti furono anche riconosciuti colpevoli per aver danneggiato altri alberi, soprattutto olivi, spruzzando pesticidi, bruciando foreste e distruggendo raccolti nelle aree Palestinesi. Nel settembre 1990 le televisioni e le radio governative proibirono l’uso di nomi Arabi per le citta’ ed I villaggi Palestinesi, ordinando l’uso di nomi biblici. Secondo Shlomo Kor, autorita’ del servizio televisivo Israeliano, la decisione rifletteva il concetto che gli Ebrei erano tornati nella “terra di Israele e non in Palestina”. Nell’ottobre dello stesso anno, le autorita’ militari a Nablus informarono I tipografi che costituiva reato stampare qualsiasi testo, politico, sociale, scolastico o altro, contenente la parola “Palestina”. L’inizio dell’intifada coincise anche con la nascita del nuovo Partito Moledat, che ottenne due seggi alla Knesset nelle elezioni del novembre 1988 sulla base di una singola piattaforma che invocava il “trasferimento forzato” dei Palestinesi dai Territori Occupati, e con lo slogan: “Ripuliamo Israele dai Palestinesi”. Il leader del Moledat, Rehavam Ze’evi, soprannominato Ghandi a causa del suo aspetto fisico, e consigliere del primo ministro Yitzak Rabin, si riferiva ai Palestinesi chiamandoli “Ismailiti” e si uni’ al governo di coalizione del Likud nel febbraio 1991. I sondaggi del 1988 indicavano che tra il 41 ed il 49% degli Israeliani sosteneva il “trasferimento” dei Palestinesi dai Territori Occupati come soluzione preferita del problema Israelo-Palestinese. In ultimo, qualche parola per il soave Benjamin Netanyahu, attualmente leader del Likud. Netanyahu e’ molto conosciuto negli USA per essere stato ambasciatore alle Nazioni Unite, esperto di terrorismo, e ospite d’onore nel notiziario di McNeil-Lehrer. Parlando agli studenti della Bar-Ilan University, nel periodo in cui era candidato a Ministro degli esteri, Netanyahu dichiaro’ che “Israele avrebbe dovuto approfittare della repressione in Cina in piazza Tienanmen, e del fatto che l’attenzione mondiale era focalizzata su quegli avvenimenti, per attuare una deportazione in massa dei Palestinesi dai territori. Sfortunatamente, il piano da me proposto non ha avuto successo, ma suggerisco ancora di metterlo in pratica”. ( Riportato da Yediot Aharonot ,24 novembre 1989) Repressione culturale Nel 1983 le autorita’ militari processarono lo scrittore ed attivista politico Sami Kilani per aver pubblicato un volume di poesie dedicate a Ezzedin al-Qassam (eroe e martire della rivoluzione Palestinese degli anni ’30). L’accusa stabiliva che evocare il nome di Qassam costituiva un atto di “incitamento”, un’offesa punibile. Kilani fu condannato a detenzione amministrativa e il suo arresto duro’ piu’ di tre anni. In tre diverse occasioni, I soldati irruppero nella casa di famiglia a Ya’bad all’alba per portare via Sami; ogni volta sequestrarono la sua intera libreria (incluso un libro di cucina, nell’ultima occasione, nel 1985). Per tre volte lo scrittore, uscito di prigione, dovette ricostituire la sua biblioteca. Qassam e’ uno dei tanti simboli Palestinesi della lotta contro la dominazione coloniale. Gli occupanti continuamente tentano di cancellare questi simboli dalla memoria collettiva, impedendo la circolazione di simboli nazionali e stornando con la forza I tentativi Palestinesi di costruire una cornice istituzionale di societa’ civile. Poiche’, come asserisce Benedict Anderson, le nazioni accumulano I ricordi attraverso la parola stampata, non ci si deve sorprendere che lo stato d’Israele cerchi di negare ai Palestinesi l’accesso al collezionamento delle memorie bloccando la produzione e la circolazione di libri sulla storia e sulla cultura Palestinese. La censura israeliana ha bandito migliaia di libri dai Territori Occupati: la sua prima preoccupazione, secondo Meron Benvenisti, e’ “ sradicare ogni forma espressiva che possa incitare I sentimenti nazionalisti Palestinesi, o che suggerisca che il popolo Palestinese costituisce una nazione con un proprio retaggio nazionale”. Anche I bambini a scuola possono imparare poco sulla storia del loro popolo, a causa del controllo sui libri di testo. Secondo Christine Dabbagh, dell’ufficio pubbliche relazioni della United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), che opera in 146 scuole dei campi profughi di Gaza, le autorita’ Israeliane confiscano puntualmente la meta’ dei libri di testo Arabi che l’UNRWA cerca di far arrivare a Gaza. “Persino I testi di matematica per la scuola media vengono accusati di incitare alla rivolta”, asserisce Dabbagh. Le istituzioni Palestinesi – universita’, gruppi di ricerca, giornali – che cercano di preservare, produrre e accumulare una contromemoria Palestinese, sono sottoposti costantemente a vessazioni e chiusure, e I dirigenti di tali organizzazioni spesso sono arrestati o perfino deportati. Anche la memoria privata non e’ esente dalla repressione. Molti veterani della rivolta del 1936-39 conservavano documenti personali, diari, fotografie, comunicati e altri ricordi dell’insurrezione, ma quasi tutti questi archivi personali sono andati perduti successivamente – o confiscati durante l’occupazione militare Israeliana, o distrutti dagli stessi rivoltosi nel timore di poter essere incriminati se scoperti dalle forze di sicurezza. La mia religione e’ Palestinese Molti vecchi mujahiddin affermano che, durante la rivolta, I Palestinesi riuscirono a trascendere ogni divisione religiosa che avrebbe potuto separare la nazione. Mi fu detto che nessuna differenza significativa divideva I Cristiani dai Musulmani o I Sunniti dai Drusi poiche’ tutti erano Palestinesi e tutti erano uniti all’interno della nazione. In molti racconti popolari, la “Palestinita’” era sentita come pi’ importante per il senso di identita’ personale che la religione. Quando gli chiesi quale fosse stato il ruolo dei Cristiani Palestinesi nella rivolta, Abu Shahir rispose: “Non vi erano differenze basate sulla religione. La mia religione e’ Filastini (Palestinese). Per lui qualsiasi distinzione settaria si ricomponeva nell’essere Palestinesi. Alcuni abitanti dei villaggi della West Bank ricordavano una canzone del tempo della rivolta che sembrava incapsulare questo spirito ecumenico. “Sayf al-Din, al-Hajj Amin”(Spada della religione, Haji Amin) divenne lo slogan nazionale che I sostenitori della rivolta cantavano in tutto il paese. Ma nei villaggi della Galilea, dove c’era una consistente minoranza di Cristiani e dove molti ribelli erano Cristiani, I vecchi ricordavano un’altra versione del canto: “Sayf al-Din, al-Hajj Amin, muslimin wa masihain!”(Spada della religione, Haji Amin, musulmani e cristiani). Il canto della Galilea presentava, quindi, il Mufti ( Musulmano) come il difensore di entrambe le religioni, come capo di una nazione che comprendeva equalmente Cristiani e Musulmani. Patriottismo sartoriale Tra I simboli piu’ importanti associati alla lotta popolare Palestinese vi e’ la kufiya, il copricapo Palestinese. La storia della sua adozione come simbolo nazionale e’ significativo dei processi attraverso cui si e’ forgiata l’unita’ nazionale mediante l’annullamento delle differenze. Prima della ribellione del ‘36-39, I contadini Palestinesi indossavano per lo piu’ la hatta, un copricapo bianco tenuto fermo da una corda, e anche la stessa kufiya simboleggiava l’appartenenza a classi rurali. Gli effendi, cioe’ gli appartenenti alla classe media istruita della citta’ erano soliti indossare il tarbush o fez. Con l’affacciarsi del nazionalismo, il tarbush comincio’ ad essere contestato e, all’inizio degli anni ’20 I nazionalisti Arabi iniziarono una campagna per distinguersi dai Turchi Ottomani che indossavano appunto il fez, ritornando al copricapo Arabo per antonomasia, cioe’ la kufiya. Tale inclinazione subi’ un’impennata in seguito alla rivolta del ’36, quando I guerriglieri cominciarono ad usarla come simbolo di appartenenza. Il 26 agosto 1938, quando la rivolta stava per raggiungere il suo apogeo e cominciava ad avere il controllo sulle aree urbane, la leadership della rivolta comando’ ai Palestinesi di bandire il tarbush e di indossare la kufiya per “dimostrare la completa solidarieta’ di tutto il popolo con la lotta, e come segno che tutti, nel paese, erano ribelli.”. Gli ufficiali Britannici furono sorpresi di come la nuova moda si propagasse in tutta la Palestina con “la rapidita’ della luce” (Palestine Post, 2 settembre 1938). La kufiya divenne emblema della lotta nazionale e immagine di unita’ , e intorno alla meta’ degli anni ’60 il copricapo bianco della thawra si trasformo’nella tipica kufiya a quadretti bianchi e neri. La hatta della nuova guerriglia Palestinese evoca e produce il ricordo di un momento in cui tutti I Palestinesi – rurali e cittadini, Musulmani e Cristiani, ricchi e poveri – si muovevano, senza distinzioni, in un’azione collettiva. Molti veterani della rivolta del ’36 hanno riferito divertenti aneddoti riguardo al modo di indossare la kufiya contadina da parte dei ricchi cittadini di Jaffa o Gerusalemme. Non essendo abituati a portarla, non sapevano come fare per tenerla ferma sul capo, e non di rado veniva fatta qualche imprecazione quando la kufiya cadeva su una tazza di te’ o si intingeva in un piattino d’olio d’oliva. Molti giovani Palestinesi, uomini e donne – nei villaggi e in citta’ – indossavano la kufiya, ma avvolta attorno al collo come una sciarpa piu’ che come copricapo, come segno di identita’ nazionale e di attivismo. Mentre I leaders e I negoziatori Palestinesi simultaneamente attivizzavano e mutavano l’immagine della kufiya, essa rimaneva inalterata nella deprimente realta’ dei Territori Occupati. I giovani attivisti dell’intifada che nascondono I loro visi nelle kufiye per celare le loro identita’ durante il quotidiano confronto con I soldati Israeliani, sono chiamati al-mulatthamin, i mascherati. Nell’estate del 1989, l’esercito Israeliano dispiego’ la sua polizia armata e dichiaro’ che tutti coloro che erano cosi’ mascherati erano sparabili a vista. Da allora, molti uomini sono stati uccisi per essere “mascherati” con una kufiya, inclusi coloro che la indossavano semplicemente per ripararsi dal freddo o dalla pioggia. Quando I shabab (giovani) mascherati hanno cominciato ad essere colpiti a morte, le donne della West Bank che indossavano la kufiya come simbolo di nazionalismo, ritornarono al meno pericoloso “copricapo di Betlemme”. Ma altri sono caduti durante la campagna contro I mulatthamin. Nel dicembre 1992, tre guardie di frontiera Israeliane furono ferite in uno scontro a fuoco tra due differenti “squadre speciali” Israeliane operanti in un villaggio presso Jenin. Sia I soldati che I poliziotti indossavano vestiti Palestinesi (incluso la kufiya). Piu’ recentemente e’ stato rivelato che l’esercito Israeliano incontra delle difficolta’ nel reclutare uomini per le sue “squadre speciali”, a causa della loro crescente reputazione di “squadroni della morte”. Cattive ragazze Facendosi largo tra le colline, un convoglio di civili Ebrei, accompagnato da guardie armate, fu sottoposto ad un attacco condotto con lanci di pietre. Le truppe entrarono nel vicino villaggio e portarono via tre sospetti. Alcune donne cominciarono a lanciare sassi contro I poliziotti ed uno rimase seriamente ferito. Questi aprirono il fuoco contro le donne per spingerle alla fuga e una “pallottola vagante” feri’ a morte una ragazza Palestinese di sedici anni. Secondo il governo ufficiale, la ragazza era“una poco di buono” e la sua morte “fu ritenuta da molti una buona punizione”. L’incidente descritto avvenne nel villaggio della Galilea di Kafr Kanna – la biblica Cana, in cui Gesu’ trasformo’ l’acqua in vino – durante I primi giorni della rivolta (maggio 1936). Esso suggerisce nascoste connessioni tra la thawra (la rivolta) e l’intifada. La piu’ ovvia e’ il lancio delle pietre. Innumerevoli canzoni popolari e poesie sono state composte in onore degli awlad al-ahjar (I ragazzi delle pietre), centinaia dei quali sono stati uccisi o feriti nel loro impari confronto coi soldati Israeliani. L’episodio mi fa rammentare di come incredibilmente rocciose mi apparvero le colline della Galilea e della West Bank quando le vidi per la prima volta, nel 1962. Un pubblico ufficiale Britannico, ripensando alle difficolta’ che dovette affrontare a causa dei giovani Palestinesi durante la rivolta del 1936-39, affermo’ che “gli Arabi, per qualche ragione, sanno lanciare le pietre meglio di chiunque altro al mondo. Raramente mancano il bersaglio”. Cosa piu’ importante, l’episodio fornisce una rara immagine delle donne come attori, protagoniste e martiri nella prima lotta di liberazione nazionale. Nell’autunno del 1988 riscoprii l’aneddoto di Kafr Kanna tra I miei appunti. Durante il primo mese di quell’anno avevo avuto la testimonianza, attraverso le immagini televisive notturne, dell’attivismo delle donne nei Territori Occupati, che manifestavano, affrontavano I soldati e lanciavano pietre. Alcuni osservatori affermavano che tali attivita’ dimostravano che le donne Palestinesi erano “partner uguali dell’uomo”. Uno sguardo agli archivi Britannici ed a fonti secondarie da’ l’impressione che le protagoniste femminili dell’insurrezioni furono I membri della Arab Women’s Committee (AWC). Formatasi all’inizio delle violenze, nel 1929, l’AWC stabiliva che lo scopo del Comitato era avanzare la causa dell’uguaglianza femminile all’interno del movimento nazionale Palestinese. Una fotografia dei primi anni trenta mostra una delegazione dell’AWC in posa fuori della residenza di Gerusalemme dell’alto commissario, sfoggiando una array di teste coperte. I membri Cristiani della delegazione esibiscono cappellini di stile occidentale, mentre I membri Musulmani dell’AWC sono variamente avvolte in veli neri (manadil o hujub) che le coprono I capelli, leggeri o pesanti. In generale, questo “rispettabile” eppure elegante vestiario testimil back-ground della classe sociale delle donne: molte leaders dell’AWC appartenevano a famiglie di ceto elevato ed erano sposate o parenti di importanti figure nazionaliste. Sayigh nota, tuttavia, che non tutti I membri dell’AWC appartenevano a tali famiglie e che, comunque, il loro ceto sociale elevato non impedi’ loro di intraprendere azioni militanti ed innovative. Quando il generale Allenby, ad esempio, visito’ Gerusalemme nell’aprile 1932, l’AWC organizzo’ una drammatica protesta, nel corso della quale una militante Cristiana arringo’ la folla dal pulpito della Moschea di Omar, e una militante Musulmana prese la parola dalla vicina Chiesa del Santo Sepolcro. I membri dell’AWC sostennero un ruolo fondamentale anche nell’insurrezione nazionalista dell’ottobre 1933, marciando al fianco degli uomini nelle manifestazioni cittadine ed arringando le folle. Fonti ufficiali Britanniche affermarono che I disordini del 13 ottobre furono istigati da donne velate che incoraggiarono I protestatari a lanciare pietre contro la polizia. I rapporti governativi allo stesso modo asserirono che I disordini del 27 ottobre a Jaffa furono incitati da “signore Arabe” di Gerusalemme che parlarono alle adunate. I commenti dell’alto commissario riguardo ai fatti di Gerusalemme indicano le preoccupazioni del governo per l’attivismo femminile: “Una nuova ed inquietante caratteristica dei disordini e’ il ruolo prominente svolto dalle donne di buona famiglia come pure dalle altre…Esse non hanno esitato ad unirsi durante gli assalti alla Polizia ai loro compagni uomini a cui hanno chiesto, risolutamente, sforzi maggiori”. Allo stesso tempo, il leader Sionista Laburista Moshe Shertok osservava, in privato, che la militanza di queste donne testimoniava una nuova profondita’ del sentimento nazionalistico Arabo. Quando, nell’aprile 1936, fu fondata l’Alta Commissione Araba (ACA) per controllare e guidare lo sciopero nazionale e l’insurrezione, nessuna donna fu selezionata per servire questo corpo. All’AWC ed alle donne in genere furono assegnati invece ruoli ausiliari. Ma, nonostante la posizione subordinata, le donne furono vigorose. Gli archivi dell’Ufficio Coloniale conservano le registrazioni delle frequenti proteste fatte all’alto commissario – per voce e per lettera – per denunciare le azioni repressive delle forze Britanniche: demolizioni di case, vessazioni dei sospettati, torture dei prigionieri, deportazioni, confisca delle abitazioni, detenzioni amministrative, esecuzioni sommarie e altro. E’ in gran parte merito di questa corrispondenza che oggi esiste una documentazione circa gli abusi commessi dai Britannici, un argomento, questo, a cui non e’ mai stata data sufficiente attenzione. L’AWC, inoltre, si occupava di raccogliere denaro e non di rado I suoi membri donavano I propri gioielli per supportare la resistenza, amministravano I fondi raccolti per sostenere le famiglie dei prigionieri e delle vittime Palestinesi delle ostilita’. L’associazione si occupo’ anche di mobilitare la solidarieta’ internazionale. In particolare, l’Unione delle Femministe Egiziane (EFU), guidata da Huda Sha’rawi, si occupo’ di sostenere le donne Palestinesi e la loro lotta di liberazione nazionale. L’EFU avanzo’ proteste alle autorita’ Britanniche e, nell’ottobre 1938, organizzo’ la Conferenza delle Donne Arabe per la Palestina, a cui parteciparono delegate dalla Palestina, Egitto, Iraq, Libano ed Iran. Il ramo piu’ attivo dell’AWC si trovava ad Haifa, la citta’ piu’ industrializzata della Palestina e la figura simbolo di tale attivismo fu Sadij Nassar, moglie dell’editore-proprietario del giornale Al-Karmil, Najib Nassar, e giornalista professionista ella stessa. Il nome della donna compare molte volte negli archivi Britannici, come organizzatrice e partecipante alle dimostrazioni di piazza e come promotrice dello sciopero nazionale. Nel 1939 il governo mandatario la condanno’ alla detenzione amministrativa (senza accuse formali o processo) per nove mesi : fu la prima donna Palestinese ad essere detenuta, durante la rivolta, per tanto tempo. Le autorita’ affermarono che gli articoli di Sadij erano “incendiari”, e le marce da lei organizzate “le piu’ virulente e pericolose”. In generale, pero’, le donne appartenenti a classi sociali elevate o medie avevano minore liberta’ di movimento rispetto alle loro sorelle dei ceti contadini e, se Musulmane, dovevano indossare il velo. (Naturalmente vi erano significative variazioni regionali e familiari; le citta’ costiere di Jaffa ed Haifa erano, generalmente, piu’ “ liberali” di Nablus e Gerusalemme). Il velo, in effetti, era ancora considerato simbolo di ceto sociale elevato e rispettabilita’. Per contrasto, le donne rurali avevano maggiore campo d’azione e di solito non si velavano. Esse erano ancora piu’ coinvolte nella ribellione armata rispetto alle sorelle cittadine, in particolare fornendo cibo ed acqua, oltreche’ sostegno morale e materiale ai combattenti. Quando il comando della rivolta ordino’ agli uomini di bandire il tarbush in favore della kufiya, allo stesso modo fu richiesto alle donne Palestinesi di non imitare lo stile occidentale nel vestiario e di bandire I cappellini, in favore dei tipici foulards Palestinesi. Un articolo del Times datato 5 ottobre 1938 annuncia che: “Le donne Cristiane hanno raccolto l’invito ed hanno abbandonato I cappellini Europei per il fazzoletto Orientale (mandil o hijab).” La fotografia di un gruppo di donne Palestinesi Cristiane, datata probabilmente allo stesso periodo, testimonia il cambiamento: sebbene ancora vestite con abiti “Europei” e con tacchi alti, hanno la testa coperta con fazzoletti neri (manadil) che, secondo Graham-Brown, simboleggiano la loro “fedelta’ al movimento nazionalista”. |
traduzione a cura di www.arabcomint.com