Le sanzioni "umanitarie" all'Iraq

LA LENTA AGONIA DI UN POPOLO

di Tariq Ali

 

Lo scorso 23 maggio Geoff Hoon, ministro della Difesa britannico, interrogato alla Camera dei Comuni sugli attacchi anglo-americani all` Iraq, ha risposto: “ Tra il primo agosto 1992 e il 16 dicembre 1998, gli aerei britannici hanno sganciato 2,5 tonnellate di bombe e missili sulla zona no-fly meridionale a una media di 0,025 tonnellate al mese. Sull’attività dell’intera coalizione in quel periodo non possediamo informazioni dettagliate per valutare quale percentuale rappresentino queste cifre rispetto al totale. Tra il 20 dicembre 1998 e il 17 maggio 2000, gli aerei britannici hanno sganciato 78 tonnellate di bombe e missili sulle zone no-fly meridionali dell’Iraq, a una media di 5 tonnellate al mese. Questa cifra rappresenta approssimativamente il 20% sul totale della coalizione relativo a quel periodo. In altre parole, negli ultimi diciotto mesi, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno sganciato circa 400 tonnellate di bombe e missili sull’Iraq. Blair ha lanciato sul paese un volume di esplosivi mortali venti volte superiore a quello di Major. Come si spiega questa escalation ? Le sue origini immediate non sono un mistero. Il 16 dicembre 1998, Clinton, alla vigilia di un voto alla Camera dei Rappresentanti che lo avrebbe accusato di falsa testimonianza e intralcio alla giustizia, ha dato via libera a un attacco aereo ininterrotto sull’Iraq. Una campagna di bombardamenti destinata a punire il regime di Baghdad per il suo rifiuto di collaborare con gli ispettori Onu; mirata, in realtà, ad allontanare i rischi di un possibile impeachment. L’operazione “volpe del deserto” , nome appropriatamente ripreso da quello di un generale nazista, prosegui` per settanta ore ininterrotte, facendo saltare in aria un centinaio di obiettivi.

Poi, invece di spegnersi, la tempesta di fuoco e` continuata. Nell’agosto 1999 il “New York Times” riportava: “Gli aerei da guerra americani stanno attaccando sistematicamente l’Iraq, con un dibattito pubblico ridotto al minimo. Negli ultimi otto mesi, i piloti americani e britannici hanno sganciato oltre 1.100 missili contro 359 obiettivi iracheni; e` il triplo degli obiettivi attaccati nei quattro giorni furiosi di offensiva dello scorso dicembre. In altre termini, i piloti anglo-americani hanno effettuato sull’Iraq un numero di incursioni aeree pari ai due terzi di quelle compiute dai piloti Nato in 78 giorni di guerra ininterrotta sulla Jugoslavia”. A ottobre gli ufficiali americani comunicavano al “Wall Street Journal” che gli obiettivi si sarebbero presto esauriti: “Stiamo attaccando fino all’ultima latrina”. Alla fine dell’anno, le forze armate anglo-americane hanno effettuato più di 6000 incursioni aeree e sganciato oltre 1800 bombe sull’Iraq; all’inizio del 2001, il bombardamento sull’Iraq sarà durato più a lungo dell’invasione americana del Vietnam.

E dieci anni di attacchi aerei sono solo una minima parte della tortura che l’Iraq e` costretto a subire; i blocchi di mare e di terra hanno inflitto tormenti ancora più grande. Le sanzioni economiche hanno trascinato in un stato di estrema miseria un popolo che vantava livelli di nutrizione, istruzione e servizi pubblici ben al di sopra degli standard della regione. Prima del 1990 il Pnl pro capite era di oltre 3000 dollari; oggi non raggiunge 500 dollari, e fa dell’Iraq una delle società più povere al mondo. Un paese che vantava alti livelli di istruzione primaria e un avanzato sistema sanitario e` stato devastato dall’occidente: la struttura sociale cade a pezzi, la popolazione non ha più accesso ai beni di prima necessita`, il suolo e` inquinato testate rivestite di uranio. Secondo le cifre fornite lo scorso anno dall’Unicef, il 60% della popolazione non ha regolare accesso all’acqua potabile e oltre l`80% delle scuole ha bisogno di riparazioni strutturali. La Fao ha calcolato che nel 1997 il 27% della popolazione irachena soffriva di malnutrizione cronica e il 70% delle donne di anemia. L`Unicef riporta che nel centro e nel Sud del paese, dove vive l`85% della popolazione, il tasso di mortalità infantile e` raddoppiato rispetto al periodo precedente la guerra del Golfo.

Sul tributo di sangue dovuto al deliberato strangolamento dell’economia non esistono ancora dati recenti; questo sarà poi compito degli storici. Secondo Richard Garfield, uno degli esperti più autorevoli, “ una valutazione prudente di -morti premature- tra i bambini di età inferiore ai cinque anni a partire dal 1991 sarebbe di 300000”; mentre secondo le stime dell’Unicef –che nel 1997 dichiarava “4500 bambini di età inferiore ai cinque anni muoiono ogni mese di fame e di malattie”- il numero di bambini uccisi dal blocco sarebbe di 500000. E’ più difficile calcolare le cifre delle altre vittime, ma come fa notare Garfield, “il tasso di mortalità indicato dall’Unicef è soltanto la punta di un iceberg dell’enorme danno inflitto a quattro iracheni su cinque che sopravvivono oltre il loro quinto compleanno. Alla fine del 1998, l’irlandese Dennis Hallidey, coordinatore del programma umanitario dell’Onu per l’Iraq ed ex vice segretario generale dell’Onu si è dimesso per protesta contro le sanzioni, dichiarando che il numero totale delle perdite umane provocate dal blocco sarebbo il milione. Quando il suo successore Hans von Sponeck ha avuto il coraggio di includere nel suo rapporto le perdite di civili causate dai bombardamenti anglo-americani, i regimi di Clinton e di Blair hanno chiesto le sue dimissioni.

Alla fine del 1999 anche von Sponeck si è dimesso, dichiarando che aveva fatto il suo dovere per il popolo dell’Iraq e che “ogni mese il tessuto sociale iracheno presentava lacerazioni sempre maggiori”. Queste lacerazioni si sono ampliate sempre più nel periodo delle sanzioni - periodo in cambio di cibo - attuate a partire dal 1996, che consentono all’Iraq di esportare petrolio per 4 miliardi di dollari all’anno, mentre sarebbero necessari almeno 7 miliardi soltanto per assicurare servizi ridotti al minimo. Dopo dieci anni, lo strangolamento dell’Iraq a opera di Stati Uniti e Gran Bretagna ha raggiunto livelli senza precedenti nella storia moderna. Oggi l’Iraq è un paese che, per usare le parole di Garfield, “ è l’unico esempio di popolazione stanziale in cui vi sia stato un costante e altissimo incremento della mortalità di oltre due milioni di persone negli ultimi duecento anni.

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Come viene giustificata questa vendetta omicida perpetrata su un intero popolo ? Tra le motivazioni ufficiali vi sono tre argomenti ricorrenti diffusi dai media addomesticati: Saddam Hussein è un avido aggressore, che con l’invasione del Kuwait ha violato le leggi internazionali minacciando la stabilità di tutta la regione e nessun paese vicino sarà mai al sicuro finché lui non verrà eliminato; il suo regime era un arsenale di armi di distruzione di massa e avrebbe presto acquisito anche un arsenale nucleare, diventando un pericolo senza precedenti per l’intera comunità internazionale; Saddam impone all’Iraq una dittatura spietata e feroce senza paragone, incarnazione politica del male, che nessun paese civile puo' tollerare. Per tutte queste ragioni, il mondo civilizzato non potrà mai arrendersi finché Saddam non verrà eliminato; i blocchi e i bombardamenti sono l’unico mezzo per riuscirci senza mettere inutilmente a rischio i nostri cittadini.

Ognuna di queste motivazioni è assolutamente falsa. L’occupazione irachena del Kuwait, un territorio che prima della colonizzazione è stato amministrato quasi sempre da Bassora o Baghdad, non ha rappresentato alcun oltraggio straordinario né per la regione né per il resto del mondo. L’annessione indonesiana di Timor Est è stata accettata dall’Occidente per vent’anni quasi sempre con tranquillità, anche nei giorni in cui la famiglia al potere in Kuwait fuggiva. Esempio ancora più lampante : nello stesso Medio Oriente, Israele – uno stato fondato su un processo originario di polizia etnica- ha sfidato per diverso tempo le risoluzioni Onu che intimavano una divisione relativamente equa della palestiana, conquistando ampie zone dei territori vicini e occupando non soltanto striscia di Gaza, la West Bank e le alture del Golan, ma anche una fascia del Libano meridionale. Invece di opporsi a questa politica espansionistica, gli Stati Uniti hanno continuato a sostenere, equipaggiare e finanziare Israele, senza che dai suoi alleati europei – men che mai dalla Gran Bretagna- si alzasse una sola voce. Adesso la fine di questo processo è imminente, visto che Washington si sta occupando di ridurre i palestinesi a qualche sparuto bantustan alla merce di Israele. La lezione non è che l’aggressione territoriale sia un crimine che non puo' essere punito, bensi' che uno stato, per portare avanti con successo le sue mire espansionistiche, deve agire anche negli interessi dell’Occidente: soltanto cosi la sua impresa potrà concludersi con un sorprendente successo. La conquista irachena del Kuwait non era negli interessi dell’Occidente, dal momento che conteneva la seria minaccia che due giunti delle riserve di petrolio mondiali passassero nelle mani di uno stato arabo moderno con una politica estera autonoma; ben differente dai vassalli feudali dell’Occidente in Kuwait, nel Golfo o in Arabia Saudita. Da qui la “Tempesta nel deserto”.

Questo per quanto riguarda l’espansionismo. Quanto al pericolo mortale dei programmi iracheni di armamento, anche qui c’è ben poco di vero. Finché il regime di Baghdad veniva visto da Washington e da Londra come un possibile alleato – e questo per circa vent’anni, da quando schiaccio' i comunisti nel paese e fece guerra ai mullah iraniani - nessuno si preoccupava di una sua possibile corsa agli armamenti: le armi chimiche potevano essere usate senza rimostranze, le licenze di esportazione venivano concesse, sui carichi straordinari si chiudeva un occhio. Per le risorse nucleari era un altro discorso, ma non per un particolare timore nei confronti dell’Iraq, bensi' perché sin dagli anni 60 gli Stati Uniti, per salvaguardare il monopolio della superpotenza, hanno cercato di impedire che queste si diffondessero negli Stati minori. Israele non rientrava chiaramente nei requisiti richiesti dalla non proliferazione; e questo gli aveva permesso non soltanto di dotarsi di un grosso arsenale senza un’obiezione da parte dell’Occidente, ma anche di godere di un sostegno attivo per tenere nascosto il suo programma.

Quando il regime iracheno si è rivoltato contro gli interessi dell’Occidente nel Golfo, chiaramente, la possibilità che l’Iraq potesse acquisire armi nucleari è balzata improvvisamente all’ordine del giorno nell’agenda statunitense come pericolo gravissimo. Oggi di questo spauracchio non è rimasta neppure l’ombra. Da un lato, il monopolio nucleare delle grandi potenze, da sempre una pretesa grottesca, è crollato –come era inevitabile- con l’acquisizione di armamenti nucleari da parte di India e Pakistan, e senza dubbio presto anche da parte dell’Iran. Dall’altro lato, il programma nucleare iracheno è stato estirpato tanto radicalmente che persino l’accanito guerrafondaio Scott Ritter –l’ispettore dell’Unscom (la commissione speciale delle Nazioni Unite) che si vantava della sua collaborazione con i servizi segreti israeliani ed era il promotore dei raid che hanno dato l’avvio all’operazione “Volpe del deserto”- ha dichiarato che non c’è nessuna possibilità che l’arsenale si ricostruisca e che percio' il blocco dovrebbe cessare.

Infine, si afferma che le atrocità del regime interno di Saddam sono talmente estreme che qualsiasi misura volta a sbarazzarsi di lui è legittima. Poiché che la guerra del Golfo si è conclusa senza una marcia su Bagdad, Washington e Londra non hanno potuto proclamare ufficialmente questa dottrina, ma l’hanno lasciata intendere in ogni briefing informale e commento riservato. Nessun argomento è più gradito ai politicanti della sinistra di quello secondo il quale Saddam è l’Hitler arabo; e dato che “il fascismo è peggio dell’imperialismo”, ogni persona di buon senso dovrebbe unirsi sotto la bandiera del Strategic Air Command. Questo linea di pensiero è, in realtà, l’ultima motivazione al protrarsi del blocco; secondo Clinton, “le sanzioni resteranno in vigore fino alla fine dei tempi, o finché dura Saddam”. Che il regime di Baath sia una tirannia spietata nessuno puo' dubitarne; sebbene le diplomazie occidentali abbiano guardato altrove mentre Saddam era loro alleato. Ma che sia unico nella sua crudeltà è un’ignobile farsa. Il destino dei curdi in Turchia, dove la lingua curdo non è neanche permessa nelle scuole e l’esercito, nella sua guerra contro il popolo curdo, ha esiliato due milioni di persone dalla loro patria, è sempre stato peggiore che in Iraq; qui, infatti –quali siano gli altri crimini di Saddam- non c’è mai stato nessun tentativo di un simile annichilimento culturale. Eppure alla Turchia, stimato membro della Nato e candidata all’ingresso nell’Unione europea, non è stata imposta la benché minima sanzione, e per la sua repressione puo'anzi contare sull'appoggio occidentale. Il rapimento di Ocalan, accompagnato da rassicuranti reportages dei media anglo-americani sul progresso turco verso una modernità responsabile, presenta diverse analogie con quello di Vanunu. Qualcuno ha forse mai suggerito un’operazione di soccorso urgente sul lago di Van, o una zona no-fly su Adana, o ancora un attacco aereo preventivo a Dimona ?

Il destino dei curdi iracheni ha attirato quasi tutta l’attenzione internazionale, ma la repressione del Baath non ha certo risparmiato neppure le altre popolazioni arabe dell’Iraq. Ma che dire del leale alleato occidentale ai suoi confini meridionali?. Il regno saudita non ha neanche la pretesa di rispettare i diritti umani, cosi come tanti regimi dittatoriale arabi o non arabi, eppure molti paesi di questi sono elogiati da Washington. In quanto a uccisioni e torture, Saddam non è mai arrivato ai livelli di Suharto, i cui massacri in Indonesia sono andati ben al di là di qualsiasi livello mai raggiunto in Iraq. Ma nessun regime del Terzo Mondo è stato più stimato dall’Occidente, dai suoi inizi sanguinari fino agli anni in cui il governo di Saddam veniva dichiarato talmente ingiusto che la sua eliminazione è diventata un imperativo morale dell’intera “comunità internazionale”. Nel 1995 mentre le forze aeree americane e britanniche martellavano senza tregua il fuorilegge di Bagdad, Clinton riceveva un vecchio amico da Giacarta. A Londra, Blair ha fornito armi al regime indonesiano fino al 1997 e, proprio alla vigilia della caduta di Suharto, dava il benvenuto al suo regime al Summit euro-asiatico di Londra; mentre naturalmente sbarrava le porte alla giunta birmana, le cui vittime saranno anche modeste al confronto, ma il cui atteggiamento rispetto agli investitori stranieri è molto meno conciliante.

Ma se non c’è più neanche uno straccio di argomentazione a favore del blocco e del bombardamento sull’Iraq, persiste ancora una riserva molto diffusa. E allora? Altri stati potranno avere una politica altrettanto espansionistica, cercare di procurarsi a tutti i costi armi nucleari, maltrattare o uccidere un maggior numero di cittadini; ma a chi interessa? Non si puo' rimediare ogni ingiustizia in un colpo solo; il male commesso altrove non puo' essere eliminato al prezzo di un insuccesso nel fare del bene qui. Anche se facciamo la cosa giusta in un solo caso, non è sempre meglio che non farla per niente? E’ meglio usare due pesi e due misure che non agire. E’ questa adesso la nuova dottrina ricorrente tra i fedeli factotum, articolisti e cortigiani, dei regimi di Clinton e di Blair, che è possibile sentire ogni qualvolta diventa impossibile negare realtà scomode quali i - tanti regimi-. “Dobbiamo abituarci all’idea di due pesi e due misure”, scrive apertamente Robert Cooper, assistente personale di Blair per gli Affari esteri ed ex diplomatico. La massima che sta alla base di questo cinismo è : puniremo i crimini dei nostri nemici e ricompenseremo i crimini dei nostri amici. Non è forse almeno preferibile all’impunità universale ? A questa domanda è facile rispondere : seguendo questa falsariga, la ‘punizione’ non riduce la criminalità ma la genera, in chi ne ha il controllo. La guerra del Golfo e quella dei Balcani sono esempi tipici dell’arbià di un atteggiamento di controllo selettivo.

I due casi non sono identici, perché in Jugoslavia non c’era nessun minerale strategico. Ma se le loro origini sono diverse, un’unica ideologia li accomuna. Cooper lo ha espresso con una chiarezza ammirevole : da un lato, spiega infatti candidamente che “la ragione della guerra del Golfo non è stata la violazione delle norme internazionali da parte dell’Iraq” –l’annessione di un altro stato, dice infatti, potrebbe anche essere tollerabile- ma il fatto che l’occidente avesse bisogno di mantenere una salda presa su “riserve di petrolio vitali”. Da un altro lato, prosegue Cooper, l’Occidente non dovrebbe limitarsi a casi come questi, di scoperto interesse materiale, ma estendere il suo campo d’azione. “Un consiglio agli stati post-moderni : accettare che l’intervento in quelle pre-moderni diventi una cosa normale”, scrive Cooper. “Tali interventi potrebbero non risolvere i problemi, ma almeno ci salveranno la coscienza. E per questo non rappresentano necessariamente la scelta peggiore”. Questo è un documento scritto per il Kosovo, prima del blitz della Nato. Il prezzo da pagare per la ‘coscienza’ ha significato, come era prevedibile, più morti e distruzione –che non una reale occasione per ‘salvarla’. In realtà, per esprimere la motivazione reale dell’intervento occidentali nei Balcani, quella frase, per quanto deplorevole, dovrebbe essere un po’ diversa; la ‘credibilità’ è diventata infatti la ragione la ragione di fondo, dichiarata ufficialmente, di un attacco aereo Nato durato mesi, che invece, come aveva inizialmente promesso lo stesso segretario generale, avrebbe dovuto essere questione di poche ore : ‘salvare la faccia’ è forse l’espressione che rende meglio l’idea.

Il pensiero che sta dietro questo atteggiamento è stato formulato in modo pittoresco dal Primo ministro britannico in alcuni memorandum confidenziali : “C’è un insieme do questioni apparentemente slegate che sono in realtà tra loro connesse e combinano la politica ‘dalla parte dei cittadini’ con la linea rigida e lo ‘Standing up for Britain’ ”. Blair prosegue : “Non possiamo davvero pensare di avere qualche possibilità di raggiungere gli obiettivi dello ‘standing up for Britain’ se sembriamo dare scarsa attenzione al settore della difesa”. Il Primo ministro britannico dice ancora : “Diritto d’asilo e criminalità : sembrerebbero questioni slegate dal patriottismo, ma in realtà sono connesse; in parte perché sono già di per sé sfide ardue, in parte perché toccano in profondità l’istinto britannico”. I rimedi per Blair ? “Il Kosovo dovrebbe aver eliminato ogni ombra di dubbio sulla nostra forza militare [sic]”, e “stiamo adottando misure rigide su diritto d’asilo e criminalità”. I profughi della guerra dei Balcani, già beneficiari di un certo tipo di linea dura, possono adesso godere i frutti di un'altra linea dura : “Sulla questione del diritto d’asilo, dobbiamo dare rilievo alle espulsioni; e se la spesa per i sussidi ai richiedenti asilo dovesse diminuire, anche a questo bisognerà dare risalto”. Le riflessioni del bombardiere britannico di mezza tacca si concludono con l’impareggiabile indicazione: “Io dovrei essere personalmente coinvolto nella maggior parte di questi provvedimenti”. Potremmo benissimo trovarci a Piazza Venezia negli anni 20.

Nonostante la devastazione che ha provocato, senza dare speranze di una soluzione durevole, il risultato dell’intervento nei Balcani non è neppure paragonabile al bilancio della catastrofe in Iraq. Qui si è trattato di una vera e propria strage degli innocenti. Prendiamo alla lettera la presunzione dei nostri leader. Clinton e Blair sono personalmente responsabili della morte di centinaia di migliaia di bambini, massacrati con indifferenza per salvare la propria ‘credibilità’. Considerando la valutazione prudente di 300.000 bambini d’età inferiore ai cinque anni e facendo una stima provvisoria di 200.000 morti premature tra gli adulti, ci troviamo davanti a una delle più imponenti uccisioni di massa degli ultimi venticinque anni. E sono cifre modeste, visto che Dennis Hallidey arriva a parlare di un numero molto più alto, almeno un milione di perdite umane. In confronto, la guerra del Golfo di per sé è stata una faccenda da poco: non più di 50.000 morti. Il crimine più sanguinoso di Saddam –quello che ha goduto della complicità occidentale- è stato l’attacco all’Iran, che è costato alla sua gente 200.000 perdite. Il genocidio in Ruanda ne ha provocate 500.000. Basti pensare che il numero di bambini e adulti uccisi dall’assedio dell’Iraq si aggira intorno alla stessa cifra. Volendo assegnare in modo più preciso le responsabilità politiche, a Clinton –al potere dal 1992- si possono attribuire i nove decimi dei morti; a Blair –nominato nel 1996- i due quinti. Dato che senza Stati Uniti e Gran Bretagna il blocco sarebbe stato tolto molto tempo fa, valutare quale sia stato il ruolo degli altri leader occidentali, per quanto codardi, non è necessario.

Nel 1964, pochi mesi prima che il governo Wilson salisse al potere in Gran Bretagna, Ralph Miliband avverti' la generazione degli anni 60 –inebriata dalla fine di tredici anni di governo conservatore e desiderosa di cogliere un segno di riforma progressista nel paese- che sarebbe stato un errore fatale perdere di vista la politica estera del Labour, già piuttosto legata a Washington; questa, secondo Miliband avrebbe probabilmente determinato l’intera esperienza del governo. L’anno seguente si dimostro' che aveva ragione. L’appoggio di Wilson alla guerra americana in Vietnam, quando Johnson invio' le sue truppe nel 1965,mise in evidenza tutta la portata del disfacimento politico del Laburismo. La fine miserabile dell’Old Labour, dopo 10 anni di sterile esercizio del potere, fu scritta in anticipo in questa collusione futile e servile, con una guerra imperialista. Negli Stati Uniti,la battaglia contro la guerra del Vietnam ha dato il colpo di grazia a Johnson e alla fine, indirettamente, anche a Nixon; in Gran Bretagna ha garantito a Wilson, Callaghan ed ai loro colleghi l’indignazione totale di qualsiasi persona intelligente al di sotto dei 25 anni, per non parlare del disinganno nei più vecchi.

L’assedio dell’Iraq non è un'altra guerra del Vietnam. L’obiettivo, la portata e le forze dispiegate sono tutti minori. Ma c’è anche un'altra differenza: questa volta, la Gran Bretagna non si è limitata a offrire un sostegno diplomatico e ideologico alle barbarie americane, ma vi sta partecipando attivamente come alleato militare. Il passato dell’Old Labour, per quanto sia vergognoso, non è niente in confronto all’ignominia del suo successore. Cosa direbbe Miliband del New Labour, mentre i suoi jet decollano per un altro raid su cio' che resta di un popolo del terzo mondo distrutto e ridotto alla fame; mentre, per ordine dei suoi leader, i figli di questo popolo continuano a morire come mosche ? Nei consueti dibattiti politici al governo non se ne è mai sentito parlare. Si discute di questioni come ‘New Deal’ per l’occupazione (15.000 nuovi posti di lavoro), i crediti fiscali per le famiglie che lavorano (35 dollari in più alla settimana per i sottopagati), la prossima età aurea della sanità, proprio come in America: si dibatte a lungo sull’aumento dei crediti di imposta sui redditi di lavoro (1000 dollari all’anno), sull’aumento del salario minimo (oltre 95 centesimi l’ora), o su fantasiosi progetti pensionistici. Nessuna di queste questioni è superflua; ma in realtà sono dettagli, semplici pretesti che permettono di tollerare le amministrazioni di Clinton o di Blair. Sono stati uccisi troppi bambini da questi Erodi, felicemente al riparo della comprensione degli ‘istinti nazionali’. Sono regimi spregevoli, che vanno combattuti, non ansiosamente blanditi.

La rivista del manifesto, novembre 2000

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I Bambini dell'Iraq