PERCHE' LA PACE NON PAGA

Israele non ha incentivi economici per desiderare una pace durevole con I Palestinesi

di ALUF BENN*

Il terremoto nelle relazioni israelo-palestinesi e' spiegato solitamente in termini strategici, storici o morali. Da una prospettiva israeliana, comunque, la forza che e' dietro il travagliato processo di pace - dal suo inizio nel 1991 ai violenti disordini attuali - e' sempre stata economica. Limitata da un piccolo mercato locale e dall'ostilita' dei vicini paesi arabi, l'economia israeliana e' stata basata per lungo tempo sull'esportazione (ad esempio di prodotti agricoli e diamanti) e sugli aiuti esteri (come ad esempio l'aiuto finanziario degli USA e le donazioni da parte degli ebrei della diaspora).

Ma, durante gli anni '80, Israele raggiunse I limiti delle sue possibilita' economiche. Molti paesi avevano messo al bando la bandiera con la stella di Davide nei loro capitali, e le corporazioni multinazionali rifiutavano di investire nelle aziende israeliane. Questo isolamento economico intensifico' il senso di debolezza che condusse Israele al tavolo delle trattative dopo la prolungata intifada palestinese.

La mano invisibile del mercato obbligo' Israele a rimanere coinvolta nel processo di pace.

Dopo la conferenza di pace di Madrid del 1991, giganti asiatici quali l'India, la Cina, il Giappone e la Corea del sud ampliarono I loro legami d'affari con lo stato ebraico. L'Unione Europea e la Turchia si comportarono allo stesso modo nel momento in cui il primo ministro israeliano Rabin strinse la mano di Yasser Arafat. Mentre il processo andava avanti, capitali stranieri affluivano in Israele da ogni parte del mondo, e vennero firmati accordi commerciali con l'UE, il Canada, il Messico, la Turchia ed I paesi dell'est europeo. Dal 1990 al 1999, il commercio annuo con l'Asia passo' da 3 miliardi di dollari a 8,2 miliardi, mentre il commercio con la Turchia e con l'India sestuplico'.

Nuovi prodotti riempirono il mercato, dalle auto Toyota nelle strade di Gerusalemme ai ristoranti McDonald's sui marciapiedi di Tel Aviv. Tendendo le braccia ai palestinesi, Israele diventava un membro integrato dell'economia globale. Tutto cio' mostro' ad Israele I benefici dell'apertura e della riconciliazione. Ma non porto' nessun incentivo reale per concludere il processo di pace. Al contrario, un Israele meno isolato internazionalmente, sentiva meno la pressione di soddisfare le richieste palestinesi. Finche' restava in piedi il processo di pace senza alcun accomodamento finale, Israele poteva ottenere il meglio da entrambi I mondi: benefici economici senza alcuna "concessione" territoriale.

Di conseguenza, la politica israeliana verso I palestinesi e' consistita nel dare il meno possibile rafforzando nel contempo gli insediamenti ebraici nei Territori occupati ed il possesso su Gerusalemme. I successivi governi, sia quelli di destra che di sinistra, hanno seguito lo stesso corso. Mantenendo fede al detto di Rabin che "non ci sono scadenze sacre", il governo israeliano non ha mai rispettato le date del ritiro dai territori palestinesi. Ogni nuovo primo ministro riesamina gli accordi stipulati dal suo predecessore, e cio' porta ad ulteriori dilazioni.

Anche Ehud Barak, che assunse l'incarico promettendo una pace globale entro 15 mesi, si dimostro' verso I palestinesi il meno generoso dei leaders israeliani. Il suo approccio "tutto o niente", inizialmente percepito come coraggioso, era una tattica per evitare ulteriori aperture della West Bank che era stata affidata come mandato dagli accordi ad interim. Gli ampliamenti degli insediamenti continuarono.

L'accordo proposto per lo status finale, negoziato con la mediazione dell'ex-presidente americano Bill Clinton, portava la promessa di un migliore equilibrio strategico, supporto mondiale, e accettazione dello stato ebraico da parte della regione mediorientale. Ma le "concessioni" contenute nell'accordo - ritiro da gran parte dei territori occupati e condivisione della sovranita' su Gerusalemme - portarono, in compenso, pochi benefici economici tangibili.

I mercati israeliano ed arabo sono incompatibili, ed anche il livello di commercio inter-arabo, e' marginale. I programmi di cooperazione regionale non sono mai andati oltre la propaganda e oltre I primi passi.

La prospettiva migliore per la cooperazione economica arabo-israeliana sembra essere trasferire le industrie vecchio stile, come quelle tessili, da Israele ad una riserva a basso costo lungo il confine (l'industria manufatturiera israeliana Delta, ad esempio, di proprieta' di un industriale che supporta il processo di pace, ha costruito filiali di produzione in Giordania ed Egitto, ma pochi altri hanno seguito il suo esempio).

Nel contesto della nuova economia high-tech, la pace nella regione offre guadagni solo marginali. Non bisogna dunque meravigliarsi se non vi sono stati incentivi per salvare gli accordi di Oslo e trovare una soluzione finale.

Nello stesso tempo, la rivolta scoppiata sette mesi fa ha avuto effetti molto limitati su quell'economia israeliana creata dal processo di pace. Gli alti e bassi del NASDAQ e l'affondamento degli indici americani hanno eroso il benessere israeliano ben piu' del conflitto nella regione; l'impatto dell'Intifada dell'Aqsa e' stato sentito molto piu' massicciamente dai palestinesi, che hanno perso piu' di un miliardo di dollari in entrate a causa delle sanzioni punitive di Israele, come, ad esempio, la chiusura dei territori occupati.

Nel tempo, comunque, la situazione precipitera' anche per Israele. La direzione ovvia dell'economia israeliana consiste nel massimizzare I vantaggi high-tech. Nel 2000, gli affari high-tech stimavano nel 57% le esportazioni industriali israeliane; una recente previsione mostra che nel 2005 la quota di esportazioni high-tech salira' al 70%. Per rendere realta' questa previsione, Israele avrebbe bisogno di preservare un processo di pace stabile ed evitare l'escalation militare per attrarre ulteriori investimenti ed evitare la caduta dei tassi di credito.

Il governo dovra' fare degli sforzi per soddisfare I palestinesi.

Ariel Sharon, che ha soppiantato Barak con una vittoria elettorale schiacciante in Febbraio, mira ad ottenere una stabilita' strategica, non certo a realizzare una superba visione di pace. Piu' che al "trasferimento" delle terre, mira ad ottenere un accordo ad-interim a lungo termine. In breve, Sharon vuole tornare allo status quo dell'ultimo decennio: un processo di pace infinito, che e' piu' redditizio della guerra, ma che si sottrae ai passi necessari per una pace reale.

*Aluf Benn e' il corrispondente diplomatico del quotidiano israeliano Ha'aretz

I giochetti condotti da Israele sulla pelle dei palestinesi sono ovvi e chiari, ma non tutti li hanno capiti, a causa del continuo lavaggio del cervello da parte dei media. Israele vuole salvare il "suo" processo di pace, mentre i palestinesi continuano a languire nel ghetto di Gaza

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