Yasìn Ţaha Hafež

 

di  F. Aljaramneh

 

 

Poeta iracheno nato nel 1936 nella città di Bagdad. Iniziò i suoi studi scolastici nella scuola Al-Fadl a Bagdad, ma li completò nella città di Bâquba  laureandosi nel 1961 alla facoltà di pedagogia, con indirizzo lingue straniere. Lavorò come docente di lingua inglese, e fu segretario della redazione della rivista “At-taliâ al-adabeia” ( L’avanguardia letteraria )  e redattore capo della rivista “Ath-thaqafa al-ajnabeia” ( La cultura straniera). Successivamente pubblicò una decina di raccolte poetiche, fra cui citiamo: “Il mostro e la memoria”  1969,  La torre”  1977, “Il canto”  1978, “Muoiono i fiori”  1986, “Una notte di vetro”  1987 e infine “Le poesie della bella signora”  1988. Molti altri suoi scritti di poesia e critica sono stati pubblicati da giornali e riviste in Iraq e nel resto del mondo arabo. Il poeta fa parte della generazione dei letterati appartenenti alla scuola della poesia moderna, i suoi scritti hanno un contenuto ricchissimo di vocaboli, di espressioni compatte e significative, e lo stile dominante nei suoi lavori è quello della poesia libera.

 

    

 Amore 

 

 

Dissero di lui: era un uomo morto …

ma tornò, dopo aver toccato il suolo della tomba …

tornò, ed andò a coltivare gelso e palma

solitario nella sua terra … rapito dal  paradiso.

 

Guardava il sole e sorrideva,

 tirava l’acqua del fiume con le mani …

e rideva, racchiudeva la polvere,

avvicinava il suo viso ad essa ….. e ridendo brontolava.

 

Stringeva il raccolto e lo copriva di baci

innalzava la testa verso l’orizzonte ….  verdeggiante …

e gli sorrideva ….rideva

 

Un giorno, era come un fanciullo,

e dalla fessura di casa sua

porgeva il palmo della mano al sentiero

per ottenere la pioggia e rideva ….. rideva

ma quando mi vide esultai … egli rideva.

 

                                 Trascorse un anno dopo l’altro… e quando ritornai

non c’era più nel campo e nel sentiero

non si menzionava più il suo nome

mi dissero che era morto …

mentre l’orizzonte rannuvolava .

 

In entrambe le  mani

stringeva un pugno  della sua terra

e  piangeva … piangeva … piangeva 

 

 

 

 

 
 
La nuvola della modernità

 

 

Solo nella modernità ….

una grande elegia di pietra …

mi dissolvo tra i suoi sentori,

cammino su avvenimenti vissuti

                                 un destino di pelle indurita 

e  riposante sopra un’altro destino 

 

 

Una città , questo anche è un mondo,

accoglieva allegria, premura, amore

e l’attesa che venisse la pioggia …  ,

non è altro, che un cielo libero … ma fuori,

non si ravvisano che  mura.

 

Modernità …

simile ad una donna,  che

si abbandona al suo destino fuggente,

preferendo morire spoglia senza ispirazione,

il suo sguardo sfiora la mia anima,

il suo volto straripa d’amore

e il suo tormentato sorriso

è sonnecchiante intorno ad una pietra.

 

Con la modernità, la terra rimane

senza acqua e senza sangue

senza gloria e senza dolenza,

somigliante ad un silenzio grigio, 

dalle razzie si ereditano solamente pietre .

 

Osservo questa donna che morì di sete

ma ci lasciò un sorriso sconfortante

osservo questa pietra, essa era un uomo

dalla cui anima risplendeva una fiamma.

 

Contemplo il tempo …

il suo segreto è radunato nel silenzio ….

Penetrando nei sassi … lacerandoli uno dopo l’altro,

trascino il mio passo fuori dal tempo

ma in fondo all’orizzonte una piccola nuvola,

senza avvertimento mi conduce da tempo .. nel tempo.

 

 

Quel muro è il confine della modernità

da cui il sole si allontana…., ma che rimane retto

anche se il vento continua a  sbriciolare il suo versante.

 

Alcuni uomini restarono a scrutarmi senza parole

i loro volti erano di pietra

i loro abiti erano di pietra

le loro spade e le loro voci erano di pietra.

non avevano più la forza per esasperarsi

si fermarono tutti …

 ma  rimase libero

il vento solamente …

a squarciare la modernità.