Salam, Abdus (Jhang Maghiana 1926 - Trieste 1996), fisico pakistano, noto per i suoi contributi nello studio delle interazioni tra particelle elementari. Frequentò il collegio statale di Lahore e proseguì gli studi di matematica e fisica all'Università di Cambridge. Divenne poi professore di fisica teorica all'Imperial College of Science and Technology dell'Università di Londra e nel 1964 si trasferì a Trieste, dove fondò il Centro internazionale di fisica teorica (ICTP), divenendone pure direttore.
Particolare importanza rivestono le sue ricerche sulla violazione della parità nelle interazioni deboli e sui gruppi di simmetria nelle interazioni forti. In collaborazione con Steven Weinberg formulò una teoria unificata dell'elettromagnetismo e dell'interazione debole, che, diversamente da altre formulazioni analoghe, venne in seguito confermata dalle osservazioni sperimentali. Per questa teoria, nel 1979 i due scienziati condivisero con Sheldon Lee Glashow, che per parte sua aveva contribuito a una più profonda comprensione dei meccanismi delle forze fra particelle, il premio Nobel per la Fisica. Dopo la sua morte, avvenuta il 21 novembre 1996, il nome del Centro di fisica da lui fondato è diventato Centro Internazionale di Fisica Teorica "Abdus Salam".
"In nome di Allah, il Misericordioso e il Compassionevole, lasciatemi dire che io sono un musulmano persiano, dunque sono un credente”: così esordiva nei suoi discorsi Abdul Salam, premio Nobel per la fisica scomparso nel 1996.
Chi se non lui, fisico delle particelle e devoto di Allah, poteva spiegare agli occidentali che la scienza si può accordare agli insegnamenti del Corano? E che proprio grazie al Corano ci fu, più di mille anni fa, una straordinaria fioritura scientifica nelle terre assoggettate dai seguaci di Maometto?
L’età dell’oro della scienza araba copre circa cinque secoli – dall’VIII al XII – tempi in cui in Europa i dotti si estenuavano su questioni teologiche. Difficile dire dove stesse di casa allora la civilità. E’ come se per tutto l’Alto Medioevo l’Islam si fosse incaricato di preservare i tesori della scienza greca anche per il resto del mondo. Da noi si tornerà a leggere Aristotele e Platone, Tolomeo ed Euclide grazie alle traduzioni che ne fecero i musulmani prima dell’anno Mille; soprattutto tra l’800 e il 900 presso la Casa della scienza (Bayt al-Hikma) voluta dal califfo al-Ma’mun a Baghdad. Portati verso oriente dalle armate di Alessandro il Grande o da sette cristiane come i nestoriani, i testi dell’ellenismo furono conosciuti prima nella loro versione siriaca o persiana, quindi tradotti in arabo, la lingua di un popolo che si estendeva dall’Iran all’Andalusia, passando per la penisola arabica e il Nordafrica.
"Una volta tanto si può parlare di incontro e non di scontro di civiltà: un evento eccezionale e dalle conseguenze incalcolabili” spiega il decano degli studi di scienza islamica di Harvard Abdelhamid Sabra.
Tuttavia sarebbe riduttivo vedere i musulmani come semplici conservatori del sapere greco. Fu piuttosto che, poggiando sulle spalle di quei giganti, ed entrando in contatto pure con la scienza indiana e cinese, quella civiltà seppe elaborare una scienza nuova, con un forte taglio sperimentale.
Ma perché proprio l’Islam? Paradossalmente, l’attenzione ai fatti della natura, che costituisce il presupposto della ricerca scientifica, può essere stata facilitata dagli insegnamenti del Corano. Secondo i "calcoli” di Abdus Salam, un ottavo del sacro libro, pari a 750 versi, esorta i credenti a studiare la Natura in passi come questo: "Perché non guardano alle nubi, come sono create? E al cielo, quanto è elevato? E ai monti, come sono stabili? E alla terra, quanto è distesa?” (88, 18-20). Anche le hadith (tradizioni canoniche musulmane) insistono sulla conoscenza come strumento di salvezza: "La ricerca della conoscenza (e delle scienze) è obbligatoria per ogni musulmano, uomo o donna che sia”, recita uno di questi.
Come spiega l’islamista dell’Università di Venezia, Giovanni Canova, "la stessa parola scienza (‘ilm) assume nell’Islam significati diversi, poiché ‘ilm è sia l’indagine sulla natura e sull’uomo, sia la ricerca della tradizione del Profeta o lo studio delle norme che regolano la recitazione coranica”.
E’ una favola dei nostri manuali di scuola quella che raffigura gli scienziati arabi combattere contro i pregiudizi di religiosi integralisti, quasi fossero eroi del positivismo. Forse questo è valso per Averroé (XII sec) e per altri tardi "razionalisti” aristotelici. Ma nei secoli precedenti non sembra esserci opposizione marcata tra scienza e fede. Anzi, nella mistica e nella profetologia sciita, che per secoli dominò la religione musulmana, lo studio della natura aveva un significato devozionale. Si pensi a Geber (Jabir ibn Hayyan), vissuto nell’VIII secolo: i suoi studi di alchimia misero a punto l’uso della bilancia come primo tentativo di passare da un sistema qualitativo a uno quantitativo nelle scienze naturali. Tuttavia per gli alchimisti arabi la bilancia (mizan) misurava prima di tutto la presenza dell’Anima del Mondo nelle sostanze. Era faccenda mistica prima ancora che scientifica.
I campi in cui il genio islamico mostrò maggiore originalità furono la fisica, l’astronomia, la matematica e la medicina. Nato nell’attuale Iraq nel 965, al-Haytham è il gigante degli studi di ottica; in una cultura, si badi bene, che ha fatto della mistica della luce uno dei suoi capitoli più suggestivi. Fu lui a scoprire le leggi della visione, anticipando addirittura il principio del tempo minimo di Fermat: spiegando cioè che "un raggio di luce, passando attraverso un mezzo, prende la via più semplice e più veloce”.
Se l’algebra fece un balzo in avanti con la scuola di al-Khwarezmi (dal cui nome il termine algoritmo), la matematica islamica mediò da quella indiana la numerazione con lo zero e gli elementi principali della trigonometria, come il seno, sconosciuto ai greci. Fu grazie all’uso di questi nuovi strumenti che l’astronomia islamica perfezionò quella di Tolomeo. Nel suo libro L’astronomia la servizio dell’Islam, lo storico David King dell’Università di Francoforte mette in luce il condizionamento religioso anche di questa scienza: l’obbligo per i musulmani di volgersi verso la Mecca per la preghiera spinse ad approfondire le conoscenza della forma e delle misure terrestri. Vennero così compilate tavole che consentivano di trovare la direzione sacra (quibla) da qualsiasi angolo dello sterminato mondo musulmano.
Infine la medicina araba conobbe il suo vertice nel X secolo con il direttore dell’ospedale di Baghdad Rhazes (860-932) – cui si deve una accuratissima descrizione del vaiolo – e Avicenna (980-1037). Il suo Canone di medicina disputa al Corpus hippocraticum la palma dell’opera medica più famosa di tutti i tempi.
L’invasione mongola di Baghdad nel 1258 segna una svolta, ma non basta a spiegare il collasso della scienza islamica. Secondo Sabra, decisiva è la conquista cristiana di Cordoba e Toledo, centri culturali arabi di prima grandezza. In questo modo, da una parte il mondo islamico si spezza in due tronconi sempre meno comunicanti tra loro; dall’altra l’Europa cristiana viene vivificata dalle traduzioni latine che l’Andalusia ha sfornato a getto continuo dal X al XIII secolo.
La dominazione ottomana e l’irrigidimento dei dettami religiosi dei mullah diedero il colpo di grazia al libero spirito scientifico. Basti dire, come ricordava Abdus Salam in un suo storico discorso all’Accademia dei Lincei, che mentre in Occidente nel 1450 Gutenberg realizzò la prima stampa a caratteri mobili della Bibbia, nei paesi musulmani non si vide una copia stampata del Corano fino al 1874. In compenso, moltissimi testi filosofici e scientifici islamici dell’età dell’oro non sono ancora stati tradotti e nemmeno letti da studiosi occidentali. "La scienza islamica, in realtà, è ancora da scoprire” conclude Sabra.
Luca Carra
da "Il Corriere della Sera"
Tratto da zadig,it