A Jenin fosse comuni e macerie
Nel campo
profughi, dopo il massacro, l'esercito israeliano tiene alla
larga giornalisti e telecamere. Cosa succede l? dentro? I
racconti dei superstiti: «Il corpo di mia madre è rimasto l?,
nessuno è andato a prenderlo». E nel bilancio ufficiale le
vittime palestinesi scompaiono. Il conto dei morti lo faranno le
agenzie dell'Onu
MICHELE GIORGIO
INVIATO A JENIN
ASalem, la "linea verde" tra Israele e la Cisgiordania
è una strada sterrata. «Lungo quel sentiero si arriva a Rumena,
subito dopo c'è Jenin e il suo campo profughi» ci dice Abed, un
palestinese di Israele che accompagna i giornalisti che cercano
di entrare nella "zona proibita". Il campo profughi di
Jenin è completamente isolato, non c'è modo di entrare. La
chiusura è totale, i soldati israeliani pattugliano senza sosta
la zona per tenere alla larga i giornalisti, soprattutto le
telecamere delle televisioni di tutto il mondo. Perché non
possismo svolgere il nostro lavoro a Jenin? Che cosa sta
accadendo che non possiamo vedere? Questi interrogativi ci
tormentano mentre ci avviamo lungo il sentiero indicato da Abed,
alle spalle ci siamo lasciati una colonna di venticinque
autoarticolati per il trasporto di mezzi corazzati, carichi di
pesanti carri armati Merkava,
che lasciavano la zona di Jenin.
Voci di esecuzioni sommarie
Le "operazioni" sono terminate anche qui, dove la
resistenza palestinese è stata tenace e dove anche una ventina
di soldati israeliani hanno trovato la morte oltre a decine,
centinaia temono in tanti, di palestinesi. Gli ultimi venti,
forse trenta combattenti palestinesi ieri mattina, con la
mediazione del centro israeliano per i diritti umani "Betselem",
si sono consegnati agli israeliani, ma non è stata una resa. «Abbiamo
fatto il possibile per ottenere dall'esercito la protezione di
questo gruppo di palestinesi e siamo certi di aver raggiunto il
nostro obiettivo», ci ha detto Limor Livne, il portavoce di
"Betselem". Le voci (solo voci?) di esecuzioni sommarie
dei combattenti che si erano arresi e di fosse comuni hanno fatto
scattare l'allarme in tutti i centri per i diritti umani. Si è
arreso anche lo sceicco Ali Sfuri, un leader del Jihad
Islami.
L'esercito israeliano ieri ha comunicato le sue cifre
dell'attacco a Jenin e al campo profughi: centinaia di fucili e
mitra confiscati, esplosivi, e il numero dei soldati rimasti
uccisi. Mancano dall'elenco, e non è casuale, i morti e i feriti
palestinesi. Quelli si conosceranno solo tra qualche giorno
quando, si spera, la stampa e le organizzazioni umanitarie
potranno entrare a Jenin. Percorriamo un sentiero di campagna tra
meravigliosi alberi d'olivo. La campagna fiorita fa ricordare
quanto è bello il nord della Palestina in questo periodo
dell'anno. La primavera è finalmente esplosa dopo giorni di
pioggia e freddo, ma è solo un attimo di distrazione, una
piccola felicità. A quattro-cinque chilometri di distanza le
esplosioni ci riportano subito alla realtà - non della guerra,
come hanno scritto molti, ma della rioccupazione. La guerra è
quella che combattono gli eserciti. Qui invece centinaia di carri
armati e decine di elicotteri hanno attaccato città e campi
abitati da civili innocenti, dove la resistenza era rappresentata
da poche centinaia di uomini armati di mitra. Molti tra questi
ora sono morti, altri si nascondono nelle campagne per evitare
l'arresto, forse la morte.
Tra i profughi di Rumena
Dopo due chilometri di marcia arriviamo al villaggio di Rumena,
seguiti da lenti trattori con rimorchio che trasportano quintali
di aiuti umanitari - cibo, abiti, medicine - destinati alle
centinaia di profughi palestinesi fuggiti dal campo di Jenin
oppure arrestati e poi liberati dall'esercito israeliano. La
piazzetta del paesino, accanto alla moschea, pullula di gente.
Veniamo accolti con calore. Tanti hanno voglia di parlare, di
raccontare ci? che hanno visto e, soprattutto, hanno vissuto.
Abdallah Wusha, 23 anni, ha perduto in poche ore la madre e un
fratello. Poi è stato arrestato e percosso, tenuto per tre
giorni con le mani legate e seminudo. Come lui tanti altri uomini
del campo di Jenin, arrestati e poi liberati.
«Tutto è cominciato - ci racconta - gioved? scorso (era il 4
aprile, ndr), l'attacco
israeliano era cominciato il giorno prima con delle cannonate.
Poi sono arrivati gli elicotteri che hanno aperto il fuoco sulle
case. Munir, mio fratello di 17 anni, era in casa ed è stato
ferito in modo grave al torace. Abbiamo cercato di chiamare
un'ambulanza ma non c'è stato nulla da fare. I soldati e carri
armati sparavano ovunque, senza sosta». Munir, prosegue
Abdallah, è spirato qualche ora dopo. «Sabato pomeriggio gli
spari si sono placati. Mamma, dopo aver pianto per ore, ha aperto
la porta ed è andata fuori. Voleva dare una sepoltura a Munir.
Si è guardata intorno, qualche secondo dopo è crollata colpita
alla testa da un colpo, pensiamo sparato da un cecchino». La
donna uccisa è rimasta nello stesso posto fino a domenica. «Quel
giorno con mio padre e i miei fratelli, insieme a tante altre
persone, siamo usciti in strada con le mani alzate. Mamma era
sempre l?, a terra, ed è stata l'ultima volta che l'ho vista. I
soldati ci hanno ammanettato e portato via». Il giovane è stato
trasferito nel campo militare della Foresta Saada, non lontana da
Jenin. «Per tre giorni non abbiamo mangiato, ci hanno lasciati
seminudi all'aperto, anche di notte, sempre con le mani legate.
Ci siamo orinati addosso. E' stato terribile». Il gruppo di
detenuti è stato poi lasciato libero al posto di blocco di Salem.
«Siamo arrivati a Rumena quasi nudi, in mutande, molti a piedi
nudi» ricorda Munir con gli occhi gonfi di lacrime.
«Mio figlio è stato ucciso a 12 anni»
Mentre ascoltiamo i racconti dei profughi, nel villaggio si
intensificano gli arrivi. Giornalisti soprattutto, ma anche
palestinesi di Salem che portano cibo alla moschea destinati a
sfamare i nuovi arrivati da Jenin sempre più numerosi. Non ci
sono parole sufficienti per descrivere la solidarietà verso i
profughi, gli ex detenuti. Imad, fuggito da Jenin una settimana
fa con tutta la famiglia, non perde un attimo. Aggiorna su un
foglio la lista dei profughi giunti negli ultimi due giorni, si
preoccupa di segnalare agli operatori umanitari i casi, molto
numerosi, di famiglie separate dall'occupazione del campo, trova
una sistemazione per la notte ai nuovi arrivati. Omar Hawashin,
41 anni, racconta della morte del figlio di 12 anni, Mohammad, e
di tutto ci? che i soldati hanno portato via ai detenuti.
«Mohammad è stato ucciso domenica scorsa, mentre con un amico
cercava di portare all'ospedale di Jenin un giovane rimasto
ferito - racconta - è morto sul colpo mi hanno detto amici e
parenti. Non sono riuscito a vederlo, non so dove sia il suo
corpo, se sia stato sepolto come vuole la nostra religione o se
è stato lasciato in strada come tanti altri». Parla a voce
bassa Omar. E' sfibrato dall'ansia. Non sa più nulla di sua
moglie e degli altri quattri figli. Era in Haret Hawashin, la
zona del campo che prende il nome dalla sua ammule
(la famiglia allargata) e che è stata il centro della resistenza
all'occupazione per quasi sei giorni.«I muqawamin
si sono dispersi durante gli attacchi israeliani - prosegue il
suo racconto - Ad un certo punto insieme a un centinaio di altre
persone mi sono ritrovato in un edificio non ancora colpito. I
combattenti non erano più vicini a noi ma i soldati hanno
cominciato a sparare nella nostra direzione. I più anziani hanno
deciso perci? che era giunto il momento di consegnarsi agli
israeliani per evitare la strage delle nostre donne e dei nostri
bambini. Lo abbiamo fatto. Da quel momento non ho saputo più
nulla dei miei figli». I soldati gli hanno preso tutto. «Ci
hanno ordinato di spogliarci, poi ci hanno preso quello che
avevamo: soldi, orologi, anelli, ogni cosa. Io avevo poco in
tasca ma qualcuno si è visto portare via 800 shekel (quasi 200
euro)». Nel villaggio intanto aumentano gli arrivi e con essi la
confusione, accresciuta dalla presenza di decine di giornalisti.
E ora i bulldozer demoliscono le case
Qualche chilometro più avanti c'è Burqin, da dove si vede
meglio il campo profughi occupato. Una nuvola di polvere bianca
lo avvolge e lo nasconde. I bulldozer sono al lavoro, demoliscono
case, il resto lo fa la dinamite. Tornano dei colleghi della Bbc,
denunciano di essere stati fermati dai soldati che hanno
sequestrato il materiale filmato, peraltro a distanza, e persino
gli accrediti stampa. Squilla il telefono. E' Ray Dophin di Ocha
(l'ufficio dell'Onu per il coordinamento degli affari umanitari).
Con un convoglio dell'Unrwa (l'agenzia dell'Onu che assiste i
profughi palestinesi), ha raggiunto la periferia orientale del
campo profughi. «Le case qui ci sono ancora ma tutto il resto è
distrutto» ci riferisce. «I soldati non ci hanno fatto passare»,
aggiunge. Gli aiuti umanitari sono stati consegnati ai
responsabili della "Mezzaluna rossa" che li porteranno
in un magazzino, in attesa di farli entrare nel campo profughi.
Torniamo indietro dopo aver registrato altre storie di abusi,
sofferenze, paura, morte. A Salem sono pronti nuovi trattori
carichi di aiuti diretti a Rumena. Un ultimo sguardo a Jenin e
poi ancora l'interrogativo che ci tormenta da giorni: che cosa
sta accadendo nel campo profughi rioccupato?