La città dell' amato
di Israel Shamir

 

  

I loro nomi hanno un tocco di commedia morale medievale, ma, invece di Speranza, Penitenza e Misericordia, le tre sorelle si chiamano Amal, Thawra e Tahrir, cioè Speranza, Rivoluzione e Liberazione. Vestite da normali ragazze di college, non sfigurerebbero all'Università di Yale o di Tel Aviv. I loro libri ed i loro CD sono gli stessi che ho visto stamani sullo scaffale di mio figlio. Ma il loro sorriso, il loro meraviglioso sorriso felice ed il loro morale alto sono davvero fuori dell'ordinario, considerate le circostanze.

Cinquant'anni fa, i loro genitori furono espulsi dalla casa ancestrale, nel sud, perché non erano ebrei, e le sorelle nacquero dunque da una famiglia di profughi a Khalil (Hebron). Nacquero l'una dopo l'altra, per rimediare ai tanti anni trascorsi in prigione dal loro papà. Egli restò con loro, ma poco, poiché il suo cuore cedette quando un colono lanciò una granata a gas nel suo salotto. La sorella più giovane, Amal, e' alle superiori, mentre Tahrir e' già al secondo anno di università, facoltà di architettura, la splendida arte di rivestire le pietre con pensieri e di costruire case. La loro abitazione, una modesta casa di pietra, con tre camere da letto ed ampie finestre, situata tra i vigneti della vallata, e' condannata.

I messaggeri della condanna erano fuori e guardavano le rovine della casa vicina, il suo tetto a terrazza sprofondato al centro, e una anziana donna, dai capelli grigi e dai brillanti occhi blu, che rovistava tra i resti di ciò che, fino a ieri, era la sua casa.
"Yalla, ufi kvar", strillava una ragazza ebrea dall'alta statura, chiamata Barbra, alla vecchia. Fai presto!

Un ufficiale dell'esercito, che la accompagnava, fu pronto ad intervenire. Ripeté l'ordine in arabo e, mentre la donna si arrampicava sul cratere di rovine, riferì a Barbra ciò che la donna gli aveva detto: "Cerca la sua gamba nuova", disse. "Valore, cinquemila shekel. Più di mille dollari, e l' ha comprata solo un mese fa. La usa nelle migliori occasioni e ieri, quando abbiamo demolito la sua casa, aveva il suo arto vecchio".

"No, ha perso la gamba da bambina, nel 1948, quando fu bombardata la città vecchia di Gerusalemme", rispose l'ufficiale alla domanda confusa di un uomo, alto ed imponente, elegantemente vestito di grigio e con una piccola kippa in testa. Nel frattempo, due bulldozers spostavano i resti della casa della vecchia, sradicavano ciò che restava di una vigna e schiacciavano assieme al fango le sue foglie color porpora.

In questo periodo dell'anno, il color porpora copre le colline della campagna di Khalil. E' la terra della vite, separata da Betlemme, a nord, dalla terra delle olive. E' la terra delle ampie terrazze, del terreno rosso e secco, dei greggi abbondanti, delle rare sorgenti e della forte fede. Nonostante qualche centinaio di anni fa i locali abbandonarono la fede ortodossa e  si convertirono all'Islam, pressano ancora il vino nelle millenarie presse di pietra. In autunno, le donne di Khalil vendono i loro grappoli dolci, dorati e pesanti, ancora coperti della polvere dei campi, alla Porta di Damasco, con indosso i loro abiti lunghi e neri, dai ricami squisiti. Quando mia moglie partorì il nostro primo figlio, le regalai un vestito nero dai ricami porpora, cucito in molte settimane in un villaggio presso Khalil.

Nonostante io ami la terra della vite e la gente di Khalil, non e' un luogo che visito con piacere. Come in una tragedia greca, catastrofi immani incombono sulla città. Il mostro del mare consumò le vergini di Jaffa nella storia di Perseo, e la Maledizione di Khalil divora lentamente la città ed il suo popolo. Un giorno dopo l'altro, una casa e' confiscata, un negozio bruciato, un uomo ucciso. Oggi, Khalil e' l' oggetto semi-digerito che i pescatori sono soliti trovare nello stomaco degli squali arpionati. Conserva ancora alcune caratteristiche della fiera, antica città degli uomini, ma e' divorata a metà. Se avete mai fatto visita ad una bellissima ragazza malata terminale, conoscete la sensazione provata.

In tempi normali, la campagna di Khalil sarebbe grandemente ammirata, perché si tratta proprio della terra biblica: lo stile di vita della sua gente non e' cambiato molto. Sono gli stessi pastori e vignaioli, ed i nomi dei villaggi circostanti hanno un'eco nella memoria. Il grande brigante palestinese Daud, in seguito divenuto re Davide, cercò danaro per proteggersi a Maan; il profeta Amos crebbe a Tukwa; Gad e' sepolto ad Halhul. Khalil fu chiamata Hebron, poi Sant'Abramo, poi Khalil, o l'Amato, dal soprannome dato ad Abramo, il grande eroe della cultura mediorientale. Cioè la sfilza di re e profeti giudei (abitatori della Giudea), ma non ebrei, nonostante la similarità di suono tra i due termini, anzi, persino sconnessi agli antichi ebrei, i quali mai si avventurarono sino a questa arida provincia così a sud. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio non conosceva questi luoghi; i libri ebraici, il Talmud e la Mishna, non menzionano né Hebron né Betlemme. Essi chiamavano il territorio "Idumea", e la sua popolazione "idumei". La popolazione nativa, la gente di Khalil, non se ne curava: lavoravano ancora gli stessi campi e veneravano gli stessi reliquiari dei loro antenati, gli eroi biblici.

Più di ogni cosa, venerano la loro Moschea Ibrahimiya, che commemora l'Amato di Dio, Ibrahim, o Abramo, padre spirituale dell'umanità. Questo massiccio edificio di pietre rustiche fu costruito in un passato non documentato. I crociati eressero una bella Bsilica sulle vecchie fondamenta, ed i benevoli governatori del Cairo e di Damasco, Istanbul e Baghdad, ne adornarono le pareti con versetti  islamici. La Moschea di Khalil effonde grazia e santità come sorgente della spiritualità esplosa nelle colline della Giudea. Sì, questa e' l'unicità della Terra Santa: così come l'Onnipotente ha dato il petrolio ai nostri vicini, ha conferito alla gente di Khalil riserve infinite di spirito divino. Più sgorga petrolio, più spirito divino viene effuso, più ne resta di entrambi. Probabilmente e' questo il motivo per cui per il nemico e' così difficile arrivarvi.

La Città Vecchia di Khalil e' un denso agglomerato di case medievali strette attorno alla Moschea Ibrahimiya. Le case fittamente costruite lasciano pochi ingressi nell'area. Ora essi sono bloccati da cancelli d'acciaio e filo spinato, e vi sono solo due strade d'accesso. Le aperture sono controllate da giganteschi checkpoint. I soldati controllarono ancora una volta i nostri documenti, ci perquisirono e poi ci permisero di entrare nella città dell'Amato, trasformata nella peggiore prigione dell'arcipelago Gulag della Palestina.
Il mio Virgilio durante questa discesa nell'Inferno fu un uomo inusuale, Jerry Levin, dell'Alabama. Ex capo dell'ufficio della CNN in Libano, trascorse quasi un anno prigioniero degli Hezbollah e, da allora, vive nella Città Vecchia di Khalil, con un piccolo gruppo di pacifisti cristiani (Christian Peacemaking Team). La gente del CPT porta cibo agli assediati, cerca di proteggere i cittadini e spesso e' vittima della violenza dei coloni e dei militari. Ebreo di nascita, ha abbracciato il Cristianesimo e condivide la sorte degli oppressi della Terra.

"Non pensare troppo alla mia prigione libanese", mi ammonì con un sorriso ironico. "Ogni persona, qui, può parlarti di prigionie più lunghe e crudeli". 
Gli occhi dei bambini ci guardavano attraverso le sbarre di ferro delle finestre. Le strade erano deserte da mesi, ed ai nativi veniva impedito di calpestare il selciato della loro città. Da anni, qui, sono stati imposti coprifuoco eterni. I negozi vengono invasi e dati alle fiamme da coloni saccheggiatori, sulle pareti vi sono graffiti in corsivo ebraico che dicono: "Uccidere i goyim non e' peccato", "Kahane era nel giusto", "Sia benedetta l'anima del dottor Goldstein".

Bussammo alla porta di ferro di una casa ed udimmo il rumore di pesanti catenacci rimossi. La porta si aprì di quel tanto che ci permise di entrare. Ci arrampicammo sul tetto attraverso una serie di scalini. Il grandioso edificio della Moschea si stagliava alto a duecento yard di distanza, ma gli abitanti di rado si avventurano così lontano. Sottili assi collegano i tetti della città e permettono agli assediati hebroniti di fare visita ai loro vicini. I bambini, come uccelli, corrono da un tetto all'altro attraverso le assi, o guardano la strada attraverso le sbarre delle finestre. Le vie sono state privatizzate dai coloni, sicché essi imperversano in perfetta tranquillità, senza il disturbo della presenza dei Gentili. Regolarmente, i coloni buttano giù le porte ed attaccano i cittadini, gettano fuori della finestra sedie e materassi, e li picchiano. Ecco perché le porte delle case sono sempre chiuse con pesanti assi di legno e catenacci. Non possono neanche uscire per comprare il cibo: devono pensarci i volontari europei ed americani. Molti scappano da questa vita insostenibile, lasciano le case, le vigne e le proprietà e vanno in esilio. In questa città divorata a metà, solo i più forti restano.

Una volta, il mio amico americano Michael mi chiese come mai i palestinesi non si impegnavano in una resistenza non-violenta. Ad Hebron, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della vita di un palestinese e' una lotta non violenta per l'esistenza. Sfortunatamente, senza successo. Sembra che i mostri abbiano bisogno di un Perseo che li persuada. 

Uscimmo all'aperto. Un colono ci chiamò, scrutando nel crepuscolo sotto gli archi del vicoletto:
"Arabi! Via!" .
Un soldato all'angolo lo calmò: "Non sono arabi, sono internazionali".
"Sono ancora peggio", rispose il colono, un anziano ebreo dell'Europa dell'Est. E continuò, nel suo inglese pesante ed accentato: "Andate via! Non siete i benvenuti qui".

"Neanche tu lo sei", gli rispondemmo e ci avviammo verso la Moschea. Era circondata da tre catene di soldati, recentemente importati dall'Etiopia e dall'Ucraina. Fummo controllati ancora ed ancora, ci fu chiesto da dove venivamo e perché, passammo attraverso metal-detector e controllori del pensiero, fino al cenotafio di Abramo, sorvegliati dagli occhi attenti dei militari, pieni dell'odio abituale ed instancabile. E, tuttavia, fui sopraffatto dall'aura di santità che emanava dal luogo, come se il mio spirito fosse sollevato dalla grande onda tsunami. In alto. Molto in alto. Non so se un luogo sia santo a causa del santo che vi e' seppellito o se, al contrario, si scelgano luoghi santi per seppellirvi i santi, ma di certo quello era un luogo santo.

Mentre mi giravo, vidi i coloni che avevano privatizzato la primavera dello spirito. Indossavano gli scialli bianchi della preghiera con le strisce nere sulla schiena. Mi videro.
"E' un arabo", disse uno.
"No, e' tedesco"
"No, e' un arabo con passaporto israeliano, ecco perché e' così arrogante", rispose il primo.
"Sei arabo?", chiese il secondo.
"Certo", risposi.
"Fuori di qui, verme", urlarono.

In realtà, ai coloni non interessa molto la Tomba dell'Amato. Hanno un altro mausoleo da venerare, quello dell'assassino di massa proveniente da Brooklyn, il dottor Goldstein. Questi ottenne la gloria nel Purim del 1994. Il Purim e' l'unica festa felice del calendario ebraico e commemora un magnifico massacro perpetrato dai loro antenati in Persia circa 24 secoli fa, quando 75.000 uomini, donne e bambini, furono massacrati dagli ebrei per vendetta.

Nel Purim del 1994, il dottor Baruch Goldstein entrò nella Moschea con due fucili automatici e molti caricatori. Gli attenti soldati, che non permettono l'ingresso di un chiodo, lo lasciarono fare. Lui entrò nella sala della preghiera, urlò "Felice Purim" ed aprì il fuoco. Trenta oranti disarmati caddero sotto i suoi colpi, prima che i sopravvissuti riuscissero ad uccidere la bestia infuriata. Quando trasportarono i loro morti e feriti fuori della moschea, i soldati aprirono il fuoco e ne uccisero altri venti, urlando "Felice Purim". Quando la notizia del massacro raggiunse la Knesset, il parlamento israeliano, Hanan Porat, leader del Partito Nazional-Religioso, augurò ai parlamentari un "Felice Purim".

Goldstein fu seppellito con rispetto ed adorazione e la sua tomba divenne la meta di un pellegrinaggio di massa di coloni ed ammiratori da Israele, America e dal resto del mondo. Ragazzotte israeliane vi giungono e depongono fiori e candele sulla tomba. Soldatini ebrei poggiano i loro fucili americani M-16 sul mausoleo  e chiedono guida ed assistenza al sant'uomo. Le giovani coppie si scambiano promesse, gli anziani recitano Kaddish per la sua anima.

Dopo il massacro, si udirono voci in Israele che chiedevano che venissero rimossi i coloni da Khalil. Il governo israeliano, invece, lo utilizzò per punire le vittime: la metà della Moschea fu presa dagli ebrei, ai locali fu impedito di pregare sulla tomba di Abramo, l'Amato di Dio, Khalil Allah, le entrate per la Città Vecchia furono chiuse, dozzine di case palestinesi furono confiscate e rase al suolo; la strada principale della città  fu chiusa ai veicoli palestinesi. Vi e' ben poca differenza nei risultati: o un israeliano uccide o viene ucciso, lo stato ebraico utilizzerà sempre l'incidente come pretesto per rubare più terra e punire i palestinesi. [...]

Di venerdì, i coloni regnano supremi in città. L'esercito impone un coprifuoco particolarmente rigido, e non lascia che neppure un goy esca di casa ed incroci un ebreo per strada. I soldati sparano ai ragazzini che osano uscire a giocare. La città non respira fino a quando l'ultimo colono non sparisce dietro la barriera di filo spinato che delimita l'area per soli ebrei. Khalil e' un buon posto per imparare le vere intenzioni israeliane su come debba andare il mondo - molto meglio che leggere i loro editoriali ipocriti e zuccherosi.

Tuttavia, lo scorso venerdì fu diverso. Dopo che un drappello di soldati pesantemente armati ebbe  scortato i coloni entro il loro recinto e stava tornando alle baracche, fu colpito dal fuoco della guerriglia. Ma la guerriglia non volle imitare l'assassino di massa Goldstein; lasciò passare i coloni e solo dopo aprì il fuoco. Un Perseo disceso a visitare la faccia del mostro.

I militari israeliani subiscono il lavaggio del cervello sulla loro superiorità razziale, sulla superiorità delle loro armi, sulla protezione del loro Supremo Comandante l'Altissimo, sulla mitezza dei nativi. Erano certi che lo spirito degli hebroniti fosse stato schiacciato irrimediabilmente. Arroganti e sconsiderati, si precipitarono in un rovente inseguimento. I combattenti palestinesi si ritirarono in un vicoletto tra le vigne e, quando i soldati nemici vi entrarono, fecero scattare la loro trappola mortale.

I combattenti usarono il vecchio stratagemma dei deboli contro i potenti, descritto prima dagli storici romani e poi trasformato in commedia, Gli Orazi ed i Curiazi, dal grande commediografo tedesco Bertold Brecht. I due clan romani si sfidarono sul campo di battaglia. Gli Orazi, che erano più deboli, finsero di scappare e quando i loro equipaggiatissimi nemici li inseguirono e si sparsero lungo il tragitto, essi tornarono indietro e li uccisero, uno ad uno.

Il risultato fu miracoloso: tre combattenti armati di carabine uccisero dodici israeliani armati fino ai denti, tra cui il capo dei tormentatori di Khalil, il colonnello Gauleiter della città, il Comandante della Divisione Hebron. I combattenti non poterono scappare: quando presero la nobile decisione di attaccare solo i militari, dopo aver fatto transitare i coloni, segnarono anche il loro destino. Eppure, dimostrarono la forza del loro spirito, possente come le fondamenta del loro grandioso santuario.

Spesso sentiamo che i palestinesi dovrebbero comportarsi in questa o quella maniera. Non dovrebbero uccidere il nemico, se il nemico si toglie l'uniforme militare e va in vacanza. Dovrebbero selezionare con cura gli obiettivi, sennò  saranno "contro-producenti". L'imboscata di Khalil dimostra che questo non e' che un pio "nonsense". L'attacco ai soldati fu quanto di più legittimo ed onesto mai lanciato contro gli oppressori. Eppure, il presidente USA lo definì "un odioso crimine", il segretario generale dell'ONU lo descrisse "un atto orribile e sanguinoso", ed il malconsigliato Papa si riferì ad un "massacro di fedeli". Persino il Capo di Stato maggiore israeliano rise di fronte a questa descrizione e si rifiutò di chiamarlo "massacro". "I nostri soldati sono morti in battaglia", disse. Tuttavia, ordinò la demolizione di tutte le case che si trovavano nel viottolo dell'imboscata.

Dunque, non importa cosa facciano i palestinesi, se colpiscano bambini o militari, o siano essi stessi uccisi dai coloni: saranno comunque colpevoli, perché non si sono arresi ad Israele. Quelli che si sono arresi senza neanche combattere non  riescono a perdonarli. Ma i palestinesi di Hebron/Khalil, il più abusato popolo sulla terra, sanno la verità. Ecco perché sorrisi ampi e felici sono stampati sui volti innocenti delle tre sorelle, Speranza, Rivoluzione e Liberazione. [...]

Eravamo presso il luogo dell'imboscata sull'ampia veranda delle tre sorelle. Probabilmente il nostro aspetto tradiva i nostri sentimenti, perché il gruppo di coloni ed il loro entourage si girò verso di noi. Un colono ci disse:
"Voi dovreste essere dalla nostra parte. Siete ebrei, non e' così? O noi o loro. Ascoltate la voce del sangue, sostenete il vostro popolo contro i suoi nemici".
"Era necessario demolire le case di gente innocente solo perché qualcuno, qui vicino, ha sparato ai vostri soldati?", chiese Jerry.
L'uomo alto ed imponente in abito grigio ci guardò con sprezzo: "Come osate parlare di case, quando qui sono state estinte delle vite umane?". Era un americano di New York, un certo Rabbi  Wise.
"Demolireste una casa di New York se uno di voi fosse ucciso nei paraggi?", chiesi io.
"Certo", disse Wise con un sorriso predatorio che metteva in luce i suoi sentimenti. Lo avrebbe fatto. Avrebbe sradicato Harlem se un nero avesse ucciso uno di loro. Per i rabbi Wise di questo mondo, la vita e la proprietà di un goy non valgono nulla, sono solo nidi di vespe da rimuovere. A Khalil, o Khevron, come la chiamano, mettono in pratica i loro sogni senza alcuna limitazione.

In questa città di coloni crudeli e soldati brutali, non vi e' uomo tanto vile quanto rabbi Wise. I coloni hanno trasformato in un inferno la vita dei nativi, ed i soldati li proteggono, a causa sua e dei miliardi di dollari sottratti agli americani che egli porta. Sentii una grande pietà per gli americani, gente industriosa e generosa, venduta presso il fiume dai loro politici e trasformati in schiavi di Mordor.

"Voi siete ebrei, non e' così?", insisté il colono calvo.
"Se lo siete voi, noi non lo siamo di certo", risposi.
Sentii che era impossibile professarsi un ebreo a Khalil. In verità, quegli ebrei che pensano che protestare contro la politica del loro governo non sia abbastanza, stanno facendo cose impensabili con grande facilità. In questo modo, Neta Golan, la meravigliosa ragazza israeliana che e' stata a fianco dei palestinesi assediati nel villaggio di Kufr Harith, ha scelto la fede della Misericordia.  Nella  maniera più inaspettata, il vizioso sogno dei Sionisti-Cristiani della trasformazione degli ebrei in cristiani sulle rovine della Palestina può invero avverarsi, poiché quegli ebrei che di trovino di fronte l'inferno di Hebron non possono che allontanarsi disgustati dalla loro fede. I sionisti-cristiani avevano ragione, ma per il motivo sbagliato: la raccolta degli ebrei in Terra Santa porterà alla luce la gente migliore, che vedrà svelato questo buio assoluto e lo respingerà.

Ecco perché l'intifada e' così importante: essa può diventare l'inizio di un'intifada universale, che non si ferma ai confini della terra Santa. So che questo pensiero e' estraneo ai palestinesi. Essi combattono per i loro villaggi e le loro città, per l'uguaglianza e la libertà di vivere e venerare i loro sacrari. Per essi, se i coloni dovessero perdere i loro privilegi, il problema sarebbe risolto. Ma per Rabbi Wise e la sua cricca, la loro schiavitù ed il possesso della Palestina sono le prove necessarie e tangibili delle loro imprese, e non le molleranno facilmente. Tutto torna alla commedia morale: la Speranza di Khalil non e' altro che la sorella della Liberazione del Discorso e dell'Intifada Mondiale.

  a cura di www.arabcomint.com
da israelshamir.net