Americani per fifa
ALESSANDRO ROBECCHI
Un approccio molto "pragmatico" della politica italiana alla guerra del "Grande Gendarme"

 

 

E' una continua esortazione, anzi un appello, anzi una preghiera, o forse addirittura un ordine: state attenti a non diventare anti-americani. E' il ritornello del momento. Lo ripetono ossessivamente tutti, da destra a sinistra, pensatori (?) di area fassiniana, ex radicali imbolsiti, commentatori democratici, intellettuali mitteleuropei, politici di prima, seconda e terza fila, salottieri televisivi, leader ulivisti, giocatori di tele-risiko e riformisti coi baffetti. Pare che davanti alle bombe (americane) che cadono, il problema più impellente sia mettere in guardia gli italiani dall'anti-americanismo, morbo più diffuso della polmonite atipica e più rischioso della mucca pazza. Per carità! Mi raccomando!

Con divertenti corollari e argomentazioni parallele: diventare anti-americani è controproducente. Non è fine. E' antistorico. Eccetera, eccetera. Sorprendentemente, i più accesi anti-anti-americani albergano nelle fila di chi, prima della guerra, era moderatamente contrario alla guerra. Ma ora - strabiliante testacoda - la guerra c'è e quindi facciamo il tifo per l'aggressore: l'incendio non piace, certo, ma mi raccomando, non diventate anti-piromani, che non è elegante.

Purtroppo, facendo la guerra, l'America si mette in mostra. Usa armi di sterminio di massa, le stesse che voleva spolettare a Baghdad e pure peggio. E in più si disvela nei dettagli, nei particolari. Enormi hurrà e peana patriottici hanno accolto la liberazione della soldatessa Jessica.

E la sua storia è stata sbandierata dalla propaganda filo-americana come un vessillo: guardate qui l'America, poverina, è andata in guerra per pagarsi gli studi e diventare maestra. Propaganda ad alto rischio di autogol: in quale schifo di paese si deve andare ad ammazzare la gente per pagarsi gli studi? Qui da noi, dopotutto, basta fare le magistrali. Ma il ritornello non si ferma: l'importante è che il popolo italiano non diventi anti-americano, da qui la massiccia profilassi di parole per evitare il contagio. E a ben vedere l'epidemia sarebbe devastante: negli ultimi decenni chi si è ammalato di anti-americanismo è quasi sempre morto. Vietnamiti, boliviani, cileni, palestinesi, irakeni, panamensi, abitanti dell'isola di Grenada, afghani, nicaraguensi, somali, haitiani: tutti quelli che hanno contratto il morbo sono stati curati con pillole al piombo di diverso calibro, quasi mai salvando la pelle.

Ora, letti e compulsati i documenti programmatici della banda Bush, che teorizzano il «nuovo secolo americano» da instaurare a bastonate sulla capoccia del mondo, si capisce il timore dei nostri intellettuali a frammentazione. L'equazione è semplice: se per la presidenza Bush (scritto nero su bianco) «la guerra non è un rischio, ma un'opportunità», allora è meglio stare allineati e coperti, prima di trovarci un domani nella lista dei paesi-canaglia. Di tutte le argute riflessioni che implorano il paese di non diventare anti-americano, ce n'è una che è la più semplice, efficace e incontestabile: la fifa.

La stessa ferrea motivazione che alle elementari ci faceva subdolamente stringere amicizia con il più aggressivo e muscoloso dei compagni: meglio amico di quello che mena che essere menati. Certo la lista è lunga (anche quella è nero su bianco nel programmino del Nuovo Secolo Americano): Iran, Siria, Corea del Nord per antipasto. Ma intanto i discoli (Russia, Cina, Francia, Germania) vengono messi in castigo, spediti a nanna senza la cena degli appalti. Per ora. Poi, se si ostineranno a intralciare il programma, ci saranno schiaffoni anche per loro e non a caso nei documenti della banda Bush la Francia è già definita, senza giri di parole come «nemica».

Dunque l'accorato appello al popolo italiano che gira a ciclo continuo e che mette in guardia dalla balzana idea di diventare anti-americani ha una sua nobile giustificazione: amici, salvate la pelle. E' una realpolitik di rara efficacia che somiglia in modo impressionante a un consiglio del medico curante dispensato a tutta l'Europa. Cari pazienti: diventare filo-americani, non essere ostili, sorridere comprensivi è oggi il miglior vaccino contro future ferite da cluster bombs. Pensateci. Prevenire oggi è meglio che essere curati domani con l'uranio impoverito.

da "Il Manifesto", 6 aprile 2003
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