Annie Higgins: Innamorata della Palestina
Profilo di Gamal Nkrumah
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"Ahwak" (Sono appassionato di te), di
Abdel Halim Hafez, e' la canzone araba preferita di Annie Higgins. Le parole
della canzone si possono senza dubbio riferire alla sua storia d'amore con la
Palestina. Higgins, un'attivista americana indipendente che vive da oltre sei
mesi tra i palestinesi nel campo profughi di Jenin, giunse per la prima volta in
Palestina con il Movimento Internazionale di Solidarietà (ISM) per aiutare i
palestinesi del campo profughi di Balata, presso Nablus.
Si innamorò della Palestina e capì che sarebbe tornata.
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"Il
mio obiettivo era duplice: da un lato, utilizzare la mia presenza per aiutare la
gente nel
modo in cui essa riteneva efficace e informare la gente al di fuori della
Palestina su come sono i palestinesi a casa, nel loro ambiente familiare ...
farli conoscere come amici più che come vittime", spiega Annie. |
La sua conoscenza dell'Egitto, comunque,
e' molto precedente al suo incontro con la Palestina. Annie
giunse in Egitto nel 1986 per studiare arabo all'Università Americana del
Cairo. Vi ritornò nuovamente nel 1992 per studiare ad al-Azhar con una borsa di
studio della Fullbright-Hays.
"Originariamente decisi di imparare l'arabo perché sentivo di stare
ascoltando solo un lato della storia. Decisi di impararlo per sentire gli arabi
parlare di sé stessi nella loro lingua madre.
Annie ricorda che la sua dedizione verso la Palestina fu stimolata da un
discorso di Edward Said all'Università di Chicago durante la guerra del Golfo:
"Sia lo spirito che la lettera del suo discorso mi fecero capire che le
ingiustizie fatte ai palestinesi erano le ingiustizie fatte a tutti, e
correggerle era compito di tutti coloro che godevano di un po' di autonomia
nella vita".
A
dispetto della sua fragilità costituzionale, tutto emana forza in questa donna
biondo fragola, dagli occhi azzurri lampeggianti e dal sorriso pronto. E' un
concentrato di energia, che passa da una manifestazione contro la guerra
all'altra, da un campo profughi all'altro.
"La liberazione della Palestina e' la liberazione dell'America", ha
gridato ad una folla di manifestanti al Cairo, parlando in un arabo
impeccabile.
"Sei Tahani?", gli ha gridato un ragazzo. Ormai e' una piccola
celebrità tra i manifestanti del Cairo dopo che e' circolata una foto in cui
mostra un banner delle "Donne americane contro la guerra" scritto con
lettere nere, verdi e rosse su fondo bianco - i colori della bandiera della
Palestina, e di molti paesi arabi.
"Non si può imporre la democrazia in Iraq lanciando bombe", dice Tahani - come la folla preferisce chiamarla - ai suoi ascoltatori. Dice che la politica USA sta ferendo interi popoli, vittime innocenti, e si lamenta che i suoi compatrioti sembrano compiacenti. "Sembra che essi non vogliano scoprire la verità".
Ma sarebbe un errore credere che nel suo lavoro ci sia del sentimentalismo. "In un momento di esuberanza verso una donna americana che si opponeva all'aggressione contro l'Iraq, un uomo si offrì di portarmi sulle spalle". Higgins aggrotta la fronte, battendosi il petto con finto oltraggio. "Mi ritrassi, sicché una donna mi portò in spalla, mentre la folla applaudiva", dice, descrivendomi le sue esperienze durante le manifestazioni dello scorso 20 marzo al Cairo.
Il fatto di aver visitato l'Egitto ha dato ad Annie l'opportunità di raccontare ai cairoti gli avvenimenti di Jenin. "Non avevano bisogno che ricordassi loro alcunché", si illumina. Eppure, le folle restano affascinate dalle sue provocazioni intellettuali e dalle sue promesse di raccontare le storie del campo profughi palestinese di Jenin. Fu lì che le diedero il nome di Tahani, che in arabo significa "Felicità". "Ma Tahani e' solo una versione più lunga di Annie", mi dice per scherzo.
Higgins
crede che la Palestina le abbia fornito un'esperienza educativa senza prezzo.
"I palestinesi sono un popolo generoso, pronti a condividere il poco che
hanno. Sono sempre sbalordita per la loro generosità reciproca e verso gli
stranieri".
La sua missione consiste nel correggere la "falsa immagine" della
Palestina in occidente. Dice che la verità deve essere raccontata, chiara e
forte. "Il silenzio contribuisce all'oppressione dei palestinesi",
ammonisce. "Prima di arrivare in Palestina sapevo qualcosa della difficile
situazione dei palestinesi. Ora so che il silenzio sul loro problema e' il punto
cruciale della crisi in Medio Oriente".
Higgins e' nata e cresciuta a Chicago, Illinois. Paragona il campo profughi di Jenin alla sua città natale: "Immagini se un palestinese venisse a Chicago e chiedesse ospitalità per la notte a casa di un perfetto estraneo, come avviene normalmente in Palestina". E arriva al punto: "Ci sono migliaia di senzatetto a Chicago. Non c'e' neppure un senzatetto nel campo profughi di Jenin, neanche dopo i massacri dell'aprile 2002 e la sistematica demolizione delle case".
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Hawiyya
- identità - e' l'unica parola araba che tutti i militari israeliani
conoscono. Higgins, perspicacemente, tocca un nervo scoperto. "I
militari israeliani non sanno qual e' la loro identità. Capiscono che i
palestinesi hanno delle tradizioni, ed invidiano il loro forte senso
d'identità". |
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La tragedia genera la narrativa. "Una volta che hai menzionato il termine Palestina, diventa immediatamente un soggetto politico", dice Annie.
Lei non si considera un "tipo politico". Sente che la sua missione sia quella di onorare la voce dell'umanità. "Onorare il diritto di parola", la mette così. Capisce, però, che tale missione ha delle implicazioni politiche. "Vedendo la mia dedizione nell'esporre l'oppressione del popolo palestinese, gli abitanti di Jenin di entusiasmarono. Ogni straniero diviene la voce che penetra all'esterno. Per i palestinesi, ogni straniero e' un giornalista che può potenzialmente convogliare la loro sofferenza al mondo esterno".
E
per Annie Higgins la sofferenza dei palestinesi catalizza le relazioni umane e
consolida linee di comunicazione. La sua persona pubblica e' rafforzata da
oggetti tipicamente palestinesi, una kufiya politicamente corretta, un piccolo
albero d'olivo in argento, la catenina con le foto di due giovani martiri a cui
era particolarmente affezionata.
E la Palestina e la causa palestinese emergono come una passione divorante che
contagia tutti coloro che si fermano ad ascoltare le storie della sua vita
nel campo profughi di Jenin.
Ironicamente,
e' stato l'Egitto, e non la Palestina, la porta d'accesso al mondo arabo. E lei
ama l'Egitto con passione, ne ama "la vitalità, il colore e la generosità
d'animo".
Higgins sente una speciale affinità con i bambini incontrati alle
manifestazioni del Cairo. "Uno, di circa otto anni, mi chiese perché
l'America faceva del male ai bambini palestinesi ed iracheni. Dissi che non lo
sapevo, ma che ero felice che si preoccupasse dei bambini in Iraq e Palestina. E
dissi ai bambini che mi ricordavano i miei piccoli amici di Jenin". I suoi
incontri con i bambini del Cairo durante le manifestazioni contro la guerra
erano reminiscenza delle sue esperienze con i bambini lasciati indietro, in
Palestina. "Mi sentivo come fossi al campo di Jenin, con le frotte di
bambini che fornivano un codazzo amichevole".
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"Molta
gente alzava il pollice o mi diceva grazie quando passavo. Una folla di
americani tratterebbe un arabo con tanto rispetto di questi tempi?",
chiede, quasi con disperazione. |
Annie
passa poi all'argomento spinoso dei collaborazionisti palestinesi. Nota che i
palestinesi non usano mai il termine "jasuss", spia, ma preferiscono
usare "amiil", collaborazionista. E' stata testimone di un incidente
in cui uno di questi presunti collaborazionisti finì all'ospedale dopo un
attacco per vendetta.
"Nessuno dei suoi familiari voleva stare con lui in ospedale. Ma un vecchio
si lagnò: 'Che utilità può esserci nell'ucciderlo? Questi giovani vengono
usati '. Saggia osservazione", dice Higgins.
Gli
israeliani si chiedono spesso come i palestinesi possano possedere la pazienza e
la capacità di resistenza per sopportare la loro brutale occupazione. "Mi
piace stare sui tetti", dice Annie, spiegando che, come tutti i palestinesi
di Jenin, si sente costantemente sorvegliata dagli israeliani.
Ricorda uno scontro con l'esercito israeliano. Vide degli elicotteri Apache
venire verso di lei che leggeva, seduta sul tetto. "Non ho mai corso tanto
velocemente in vita mia. Ero sicura che venissero per me".
In Palestina, vive allo stesso modo in cui vivono i suoi ospiti e, umilmente, impara le loro maniere. Una commovente scena notturna mette in evidenza con intensità il mutuo amore e l'affezione che lega l'ospite al visitatore: "Mentre ci sistemavamo sui nostri materassini per la notte, Raghda mi baciò sui quattro punti cardinale del mio volto: 'E' così che si bacia uno shahid (martire) sul cataletto '. Aveva esperienza con molti membri della famiglia".
I media americani sono assolutamente schierati contro i palestinesi, al punto da insabbiare la morte di una ragazza americana schiacciata da un bulldozer israeliano. Se ci fosse stato un dubbio, la morte tragica di Rachel Corrie l' ha rimosso. "Sento la libertà di parola, in Palestina", mi assicura. "Molto più che negli Stati Uniti. Rachel Corrie ha offerto la sua vita come prezzo per la sua dedizione nel difendere i bambini di Palestina". Higgins dice di essere stata ridotta al silenzio negli USA. "Se nomini Jenin, negli USA, sei considerato anti-patriota, perché hai criticato Israele. Sono stata ridotta al silenzio solo per aver pronunciato la parola Jenin", dice, sebbene insista che non ha mai avuto l'intenzione di "reclamizzare" la tragedia del massacro avvenuto laggiù.
"Voglio
mostrare il lato umano. Voglio dire al mondo perché bisogna salvare Jenin. La
cultura meravigliosa del popolo palestinese merita di essere salvata. Voglio che
il mondo, specie l'America, conosca un po' meglio il popolo palestinese".
Higgins ha recentemente scritto un'aspra lettera di critica al Christian Science
Monitor, a causa della sua copertura giornalistica apertamente in favore
d'Israele.
"Israele ha armi nucleari e non ha firmato il trattato di Non
Proliferazione Nucleare, ed usa le sue armi convenzionali per demolire e
distruggere, vite umane comprese". Per la Higgins il doppio standard e'
qualcosa di poco chiaro. Quando, si chiede, i crimini contro l'umanità commessi
da Israele nei Territori occupati diventeranno troppo grandi per essere
taciuti?
Annie Higgins si laureò in Lingue e Civiltà orientali all'Università di Chicago, nel 2001. Lavorò per un certo periodo all'università dell'Illinois prima di mollare tutto per servire come internazionale in Palestina. Si descrive "un'intellettuale indipendente", ma non pensa di ritornare ad insegnare. Suo padre era un avvocato apolitico. Sua madre, che partecipò alle proteste contro la guerra in Vietnam e che leggeva scrupolosamente i rapporti del Congresso, era invece più di un "animale politico". La più giovane di quattro sorelle, Annie dice di essere cresciuta in un ambiente in cui i visitatori erano sempre i benvenuti. "Abbiamo sempre avuto visitatori in casa", spiega, dicendo che le e' stato inculcato in tenera età ad accettare tradizioni e culture diverse dalla sua.
Da adulta, non si e' mai preoccupata dei soldi né si e' mai interessata ai guadagni facili. Il suo lavoro all'università bastava a pagarle i conti ed a permetterle di mettere da parte un po' di soldi. "Mettevo da parte quasi la metà del mio stipendio, ma non avevo piani specifici", spiega. "Non ne faccio mai. Semplicemente, lasciai il mio lavoro ed andai in Palestina. Molti palestinesi che ho conosciuto a Jenin non riuscivano a capire come avessi potuto lasciare il mio lavoro in America per vivere in mezzo a loro, in un campo profughi".
Ritorna poi all'argomento della generosità palestinese. "Ero abituata ad essere povera, ma non mi sono mai sentita disagiata. Non costa molto vivere nel campo di Jenin. Sono una privilegiata. Le porte si aprono dinanzi a me ancora prima che io bussi. Non ho bisogno di chiedere alla gente di lasciarmi entrare".
C'e'
stato un altro impulso dietro la decisione di Annie di trasferirsi in Palestina,
ed ha molto a che vedere con i suoi valori familiari. E' la religione.
"Credo di comprendere meglio la Bibbia, ora. Gesù ha camminato proprio nel
luogo chiamato Jenin".
Sorride ampiamente e solleva le spalle: "Mi sento come se portassi un
foglio di pane alla Palestina".
"I palestinesi, come Gesù, cercano sempre di nutrire le persone. Gesù
parlava e parlava, e diceva alla gente di guardare al di là delle cose
materiali, poi girava le spalle all'improvviso e chiedeva ai suoi ascoltatori se
avessero fame. Tipicamente palestinese".
traduzione
a cura di www.arabcomint.com