HRW: Rumsfeld implicato
direttamente nelle torture a Guantanamo
Un rapporto di Human
Rights Watch accusa il ministro della difesa Usa
Rumsfeld di essere implicato in modo diretto e in prima
persona in un episodio di abuso e torture ai danni di un
prigioniero di Guantanamo Bay.
Per la prima volta,
quindi, il capo della difesa americano viene accusato
non solo per le sua responsabilità politica come vertice
della catena di comando Usa, ma anche in termini
personali mentre negli Usa infuriano le polemiche sul
suo ruolo e alcuni ex generali chiedono senza mezzi
termini che si dimetta.
Il caso è quello di un detenuto saudita del lager Usa in
territorio cubano, Mohamed al Qahatani che sarebbe stato
interrogato e sottoposto ad abusi tra la fine del 2002 e
il 2003. A questi durissimi interrogatori - rivela un
rapporto interno dell'esercito Usa ottenuto dalla
rivista online Salon – il ministro della difesa avrebbe
partecipato personalmente. Non con la presenza fisica ma
restando in costante contatto telefonico con i militari
incaricati di 'torchiare' Qahatani.
Gli interrogatori prevedevano il ricorso ad alcune
tecniche che possono essere equiparate alla tortura e
che lo stesso l'esercito Usa ha definito "abusive e
degradanti". L'uomo venne privato del sonno, costretto a
mantenere posizioni fisiche faticose e dolorose per
diversi periodi di tempo, costretto a rispondere alle
domande nudo davanti a militari donne, ecc. ecc.
La rivelazione sul ruolo di Rumslfeld negli
interrogatori di Guantanamo Bay giungono nel momento
peggiore per il ministro della difesa. Sulla prima
pagina del New York Times, ieri, c'erano sei fotografie
che pesano come sei macigni. Sono i volti di sei ex
generali del Pentagono che chiedono senza tanti giri di
parole le dimissioni del segretario alla Difesa Donald
Rumsfeld.
Sono ormai cosi' tante
le voci di dissenso nei confronti del capo del Pentagono
che uno dei generali ammutinati, John Batiste, si e'
affrettato a precisare che non e' in atto una campagna
coordinata per silurarlo. La pioggia di richieste di
dimissioni, assicura, "e' una assoluta coincidenza".
I sei generali anti Rumsfeld sono Paul Eaton, Anthony
Zinni, Gregory Newbold, John Riggs, Charles Swannack e
Batiste. Swannack, l'ultimo a unirsi al coro, ha guidato
nel 2004 l'82esima divisione aviotrasportata
dell'esercito in Iraq. Le critiche sono tutte centrate
sulla gestione della sempre più impopolare missione
irachena.

Sempre e solo propaganda (11
aprile)
La propaganda
militare americana ha esagerato la minaccia
rappresentata dal giordano Abu Musab al Zarqawi,
presunto capo di Al Qaida in Iraq. Lo ha scritto oggi il
Washington Post, citando documenti interni militari e
funzionari a conoscenza del programma di propaganda.
Secondo alcune fonti dell'intelligence militare, tale
programma ha accresciuto il ruolo di Zarqawi aiutando
così gli sforzi dell'amministrazione del presidente
George W. Bush di legare la guerra in Iraq alla lotta
contro Al Qaida.
La campagna è stata
condotta con vari strumenti, quali volantinaggi,
trasmissioni radio e tv, pubblicazioni su internet, e
almeno una "informazione selettiva" passata a un
giornalista americano.
Il programma di propaganda,
iniziato due anni fa, e' in prevalenza indirizzato agli
iracheni, ma sembra che sia penetrato anche negli organi
di informazione americani. Una presentazione con
diapositive sulle 'Comunicazioni Strategiche' Usa in
Iraq, preparata per il generale George W.Casey Jr., il
comandante in capo delle forze americane in Iraq, indica
"l'audience interna" come uno dei sei principali
obiettivi del 'fronte' americano della guerra.
Nella stesa presentazione viene
citata a mo' di esempio un"'informazione selettiva"
riguardo a Zarqawi passata a Dexter Filkins del New York
Times, che ne ricavò un articolo finito in prima pagina
il 9 febbraio 2004.
Ma "Non c'e' stato nessun
tentativo di manipolare la stampa", ha assicurato
venerdi' scorso il generale Mark Kimmitt, che era capo
dei portavoce militari quando nel 2004 inizio' la
campagna di propaganda.

Democrazia e diritti umani
Un italiano originario del
Marocco, Britel Abu Al Kassem sarebbe stato "detenuto
segretamente e torturato" nel carcere di Temara, gestito
dai servizi segreti marocchini, "dal 25 maggio 2002
all'11 febbraio 2003", quando è stato rilasciato "senza
nessuna accusa".
La notizia è pubblicata oggi dal
Corriere della Sera, che rivela che nel maggio 2003
l’uomo è stato arrestato una seconda volta e poi
condannato a 9 anni per associazione terroristica ed "è
tuttora in prigione".
Il caso di Britel è denunciato
dalla Fidh, la Federazione internazionale dei diritti
dell'uomo, un'associazione di magistrati della
Cassazione francese, ministri e avvocati maghrebini.
Al Kassem, emigrato giovanissimo
in Italia, dal 1989 si era sistemato a Bergamo dove ha
spostato una ragazza italiana e nel 1999 ha ottenuto
piena e regolare cittadinanza.
Finora erano due i casi di "sparizione" che hanno
coinvolto l'Italia: quello di Abu Omar, predicatore
egiziano rapito dalla Cia a Milano e detenuto al Cairo;
e Maher Arar, catturato negli Usa per un errore di
persona e liberato dopo un anno di atroci torture in
Siria.

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