Aspettando
la giustizia su un vecchio tappeto
di R. Baroud
|
Mentre la morte di suo figlio puo' aver costretto una vecchia combattente ad abbandonare la sua trincea, milioni di profughi palestinesi rifiutano di sottomettersi ad un destino ingiusto che li separa dalla Palestina da cosi' tanto tempo. |
![]() |
La mamma di Mohammed al-Khatib
aspettava con risolutezza il ritorno di suo figlio. Aspettare non era per lei
una nozione metaforica. Si sedeva su un vecchio tappeto, sistemato
permanentemente all'ombra della sua casa e aspettava. Passarono decenni. |
Mohammed era in Kuwait. Aveva lasciato il suo campo profughi dopo la guerra del 1956. Era ancora giovane e la Diaspora era ancora fresca nella mente dei rifugiati. Non c'era lavoro a Gaza, quindi egli scelse di trasferirsi in Kuwait, unendosi al flusso di giovani palestinesi istruiti che cercavano una vita migliore negli stati del Golfo.
Il giovane non intendeva restare in Kuwait per sempre. Il piano era semplice come tutti gli altri, fare abbastanza soldi da poter sostenere la famiglia e tornare a casa. Mohammed torno' due o tre volte a visitare la famiglia nel campo, una volta con la sua propria famiglia.
Ma, mentre la nostalgia per il ritorno di suo figlio e dei nipotini raggiungeva un livello intollerabile, la mamma di Mohammed fu sconvolta dal risultato della guerra del 1967: l'esercito israeliano occupo' la striscia di Gaza ed il resto dei territori. La donna senti' l'amarezza della sconfitta e la crudelta' del nuovo destino imposto su di lei. Ma nella sua mente c'era ben piu' della caduta del suo ultimo rifugio. A Mohammed, come a decine di migliaia di palestinesi che si trovavano al di fuori delle loro citta', villaggi e campi profughi, fu negato persino lo status di rifugiati. Divennero permanentemente esiliati.
La vecchietta, che una volta sperava che le
sofferenze della sua vita sarebbero state lenite quando si sarebbe riunita al
suo unico figlio, era ora tormentata dall'occupazione militare, dai checkpoints,
dal filo spinato e dalla decisione del governo israeliano di negarle l'ultima
speranza dei suoi anni tormentati.
Mentre andavo su e giu' dinanzi alla casa della vecchia che aspettava
pazientemente il ritorno di suo figlio, non capii mai come lei, suo figlio e
quel vecchio tappeto erano attori della piu' complicata lotta politica del
mondo. Non compresi mai che la madre di Mohammed rappresentava un'intera
generazione in attesa dei loro cari. Ero troppo giovane per capire cosa si
nascondeva dietro l'infinito sguardo della vecchietta verso l'orizzonte. Forse
sperava che un giorno sarebbe apparso un taxi, con il tetto traboccante di
valigie, da cui sarebbe discesa la sua famiglia?
Dubito che la vecchietta abbia seguito mai le notizie intenzionalmente. Ma credo che il suo cuore abbia palpitato di gioia ogni volta in cui sentiva pronunciare la parola "pace". Mentre i palestinesi ed Israele negoziavano i complessi passi richiesti dal processo di pace, la madre di Mohammed ne misurava i risultati in base alla possibilita' di suo figlio di tornare. La vecchietta non poteva sapere che il diritto al ritorno dei profughi era l'ultimo "compromesso" che Israele desiderava fare. Nonostante la chiarezza della legge internazionale su tale argomento, esso restava una linea rossa che il governo israeliano aveva giurato di non oltrepassare. E, poiche' la madre di Mohammed non era a conoscenza dei "bisogni demografici" di Israele, non abbandono' mai il suo posto consacrato sul vecchio tappeto vicino casa sua.
La lunga attesa ha avuto pero' una fine improvvisa. L'8 luglio 2003, Mohammed al-Khatib e' rimasto ucciso in un incidente d'auto in Kuwait. Sua madre, adesso molto vecchia, ha ricevuto la notizia ed ha abbandonato, per una volta, il tappeto fuori di casa. Da una telefonata di amici nel campo, ho saputo che la vecchietta ha perso conoscenza ed i dottori si aspettano che muoia da un momento all'altro.
La speranza e' che la madre di Mohammed, oggi
ultra-ottantenne, spiri al piu' presto. Ma, mentre la morte di suo figlio puo'
aver costretto una vecchia combattente ad abbandonare la sua trincea, milioni di
profughi palestinesi rifiutano di sottomettersi ad un destino ingiusto che li
separa dalla Palestina da cosi' tanto tempo. Essi restano risoluti nelle loro
trincee, in Libano, Giordania, Siria, Iraq ed ovunque nel mondo, aspettando il
momento in cui, almeno per una volta, la legge internazionale prevalga.