Non e' sempre facile trovare la
calma nelle situazioni di caos e, sorseggiando una tazza
di te', dichiarare tra se' e se': "cosa abbiamo
imparato da tutto cio'?"
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L'Iraq e'
caduto. Per molti, l'Iraq non e' che un paese
come un altro, un esempio dell'imperialismo
americano, un'altra conquista per gli affari
delle "grandi corporazioni, una conquista
ideologica per i "neo-conservatori" e
religiosa per i fondamentalisti dell'evangelismo
messianico (che stanno affluendo in Qatar, Kuwait
e Giordania per offrire i loro "servizi"
alla battuta nazione irachena). Ma bisogna essere arabo
oppure essere consapevole abbastanza da poter
guardare dietro gli occhiali deformanti dei
dirigenti e dei media anglo-americani, per capire
l'immensita' della catastrofe.
L'Iraq, nella storia araba, e' stato visto come
il liberatore; e' la culla della civilta' umana
ed araba, patria di intellettuali, cuore del
mondo arabo. Per una crescente popolazione di
arabi che lottano per un futuro migliore, piu'
dignitoso, che cercano un raggio di speranza, un
barlume di cambiamento, la caduta di Baghdad non
puo' essere descritta che come una catastrofe.
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Fino a poco tempo fa,
gli arabi dovevano liberare un solo paese, la Palestina.
Ora ve ne sono due, probabilmente di piu'.
Fino ad oggi, il completo silenzio dei circoli
intellettuali in occidente sull'infame relazione tra la
conquista americana dell'Iraq ed Israele e' sconcertante.
Gli arabi sono stati i primi a fare tale connessione,
liquidata come "teoria della cospirazione".
E, mentre i cittadini iracheni sono rimasti a recuperare
i corpi bruciati dei civili e dei combattenti a Baghdad,
l'amministrazione USA ha cominciato a dirigere la sua
macchina propagandistica contro la Siria.
E' una clonazione
politica ai massimi livelli. Il primo proiettile e' stato
sparato da Bush allorche' ha dichiarato, in una
conferenza stampa alla Casa Bianca il 12 aprile, che la
Siria "deve cooperare con noi" per smantellare
il suo arsenale di armi chimiche. Bush e' stato seguito a
ruota da colui che recita il ruolo del "moderato"
nella politica americana, Colin Powell, il quale ha
minacciato sanzioni economiche contro il paese arabo.
"Per quello he concerne la Siria, naturalmente
esamineremo tutte le possibili misure diplomatiche,
economiche e di altra natura da intraprendere", ha
dichiarato Powell ai reporters dopo i colloqui con il
ministro di stato per gli affari esteri kuwaitiano,
Mohammad al-Salem al-Sabah, il 14 aprile.
Come al solito, quando
vengono suonati i tamburi di guerra, Israele e' al
vertice del gioco. Il ministro degli esteri Silvan Shalom,
dopo colloqui con il suo omologo turco Abdallah Gul, ha
accusato la Siria di minacciare la "pace" in
Medioriente, sostenendo che "la Siria lascia operare
nel paese organizzazioni terroristiche ...
Sfortunatamente non fa nulla per prevenire, anzi,
incoraggia i gruppi terroristici ad agire all'interno
delle sue frontiera". Shalom ha fatto queste
dichiarazioni il 14 aprile, lo stesso giorno di Powell.
Nel frattempo, Sharon appare molto piu' a suo agio dopo
la caduta di Baghdad. "Siamo in procinto di iniziare
un nuovo periodo nell'area. Cio' che e' accaduto in Iraq
ha generato uno shock in tutto il Medioriente ed esso e'
presagio di grandi cambiamenti", ha detto in un'intervista
ad Ha'aretz. "Penso che le opportunita' create oggi
non siano mai esistite prima. Il mondo arabo e
soprattutto i palestinesi sono scossi", ha
continuato.
Mentre gli USA si
apprestano a colpire un altro obiettivo, un altro nemico
di Israele, e mentre gli israeliani stanno predisponendo
lo scenario affinche' le minacce USA siano effettive, i
guerrafondai pro-israeliani negli USA si preparano, a
loro volta, ad una nuova guerra.
Il 12 aprile, migliaia di "patrioti" americani
hanno marciato a Washington con lo slogan: "Marciamo
per le truppe- Marciamo per l'America". Dirigenti e
celebrita' hollywoodiane hanno esortato la folla festante
a "prepararsi alla guerra per ottenere la pace".
In tutta la manifestazione non e' mancata mai la
connessione tra la guerra imperialista USA ed Israele.
Pochi, pero', sono stati schietti quanto Gordon Liddy, un
criminale condannato per l'infamia del Watergate, nel
manifestare i propri sentimenti: "C'e' un grande
risveglio nel nostro paese. Abbiamo "affumicato"
l'Afghanistan e poi l'Iraq. Siria e Iran: attenti a voi,
stiamo arrivando. Questa e' una crociata ed il nemico e'
l'Islam militante. Se qualcuno esce dai binari, diremo
semplicemente ad Israele: "Le tue mani sono slegate".".
La folla approva in visibilio.
Come sempre,
abbiamo riconosciuto i sintomi inconfondibili.
Sappiamo molto bene come vengono costruite le
politiche e lanciate le guerre a Washington DC.
Sappiamo come l'intolleranza religiosa, gli
intellettuali falliti e i dirigenti guerrafondai
in cerca di denaro, conquista e supremazia
ideologica stiano tentando di rimodellare il
mondo, minacciando la pace e creando i segmenti
piu' bui della nostra storia. Ma ne abbiamo l'antidoto?
Come arabo, a
stento riesco a riprendermi della perdita e a
dichiarare, con calma, sorseggiando un te':
"cosa abbiamo imparato da tutto cio'?".
Non riesco a rimuovere la rabbia anche se so che,
in seguito ci riusciro', dal momento che, come
palestinese, ho imparato fin troppo bene che,
alla fine, prevale la volonta' di resistere e
sopravvivere. Lottare per la liberta' e'
certamente molto piu' onorevole che riceverla su
un piatto d'argento.
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Ma, per adesso, cerchero'
di non seguire gli ultimi colloqui tra gli stati arabi su
come trattare la nuova crisi in Siria o come aiutare gli
iracheni a "raggiungere l'indipendenza". Non e'
solo il fatto che i regimi arabi si dimostrino incapaci
da decenni di un'unione effettiva e significativa. E' che
essi hanno agevolato l'invasione dell'Iraq, uno
trasformando il suo intero territorio in un'area militare
per l'esercito d'invasione, un altro aprendo le sue acque
alle navi da guerra con missili utilizzati contro i suoi
stessi fratelli, un terzo utilizzato come magazzino della
macchina da guerra americana ed un quarto divenuto famoso
per ospitare le conferenze stampa dell'esercito d'invasione.
Il resto, o ha mandato a casa prima del previsto i
diplomatici iracheni (seguendo gli ordini americani) o ha
mantenuto il silenzio come se non fossero affari suoi il
fatto che venivano sganciate bombe a frammentazione
contro civili arabi.
Cosa dobbiamo fare per
far svegliare questi regimi? Dobbiamo aspettare i marines
che tirino giu' le loro statue e ne avvolgano i visi
nella bandiera americana? E il popolo arabo sara' mai
capace, oltre che di slogans arrabbiati, di capire che
esso puo' essere, se solo lo vuole, la componente piu'
importante di questa lotta?
Come possiamo essere cosi' informati politicamente eppure
cosi' impotenti al tempo stesso? Quando ci ribelleremo
agli invasori, ai regimi ed alle nostre stesse paure?
"La vita non ha
senso senza liberta' e dignita' ", disse una volta
un fiero uomo di Jenin. Jenin lotta dagli anni '20 e non
si e' ancora arresa. Jenin chiede a Baghdad di non morire.
Cosa ci vuole a tutti noi per riformulare le nostre
priorita': prima la dignita' e la liberta', poi la vita?
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