L’Afghanistan di al-Biruni

 

Difficile crederlo oggi: l’Afghanistan del X secolo era la culla di una raffinata cultura. Sotto il regno di Mahmud (998-1030) la capitale Ghazna conobbe un grande sviluppo, sia dal punto di vista artistico che scientifico. Il re Mahmud desiderava avere a corte i più prestigiosi uomini dell’epoca, e utilizzava metodi di reclutamento poco ortodossi. Mandava infatti le sue spie nelle altre corti con il mandato di rapire i cervelli più brillanti. Tra le sue "vittime” celebri si ricorda Al-Biruni (973-1030), il quale perdonò poi il suo rapitore e si dedicò ai suoi studi alla corte di Ghazna.

Al-Biruni è uno degli esempi più insigni dell’atteggiamento sperimentale tipico della scienza araba, basata sull’osservazione e sulla misurazione. La sanguinosa spedizione di re Mahmud in India permise allo scienziato di scrivere il suo capolavoro: un libro che raccoglie informazioni sulle religioni e sulle filosofie indiane, ma che, dall’analisi dei detriti alluvionali rinvenuti in alcune zone dell’India, contiene anche in nuce la teoria della tettonica a placche.

La corrispondenza con il medico e filosofo Avicenna, del resto, attesta che Al-Biruni non solo fu il fondatore della geodesia, ma fu anche matematico (scrisse un trattato basato unicamente sulla nozione di corda e mise a punto il rapporto tra tale nozione e quella di seno), astronomo e geografo (calcolò con esattezza latitudine e longitudine di varie località).

Renata Tinini

 

Islam e scienza oggi

 

La caduta delle torri gemelle di New York e la guerra in Afghanistan hanno gelato i rapporti tra scienziati occidentali e musulmani. Questo, secondo la rivista Science, è uno dei più rilevanti "danni collaterali” della guerra in corso. Le disdette di partecipazioni occidentali a congressi e le battute d’arresto nei progetti internazionali sono all’ordine del giorno. In campo archeologico, per esempio, si sono fermati i lavori dei ricercatori statunitensi intorno al tempio Maharam Bilqis, nella regione dove un tempo fiorì il mitico regno di Saba. Non solo. L’incontro annuale della Accademia delle scienze del terzo mondo, previsto a Nuova Delhi per i primi giorni di novembre, è stato sospeso. Mentre il 12 settembre, a poche ore dall’attacco alle torri gemelle, il Consiglio nazionale delle ricerche francese ha invitato i propri scienziati a cancellare qualsiasi missione nel mondo arabo.

Sono reazioni a caldo destinate a rientrare. Tuttavia il clima è cambiato: allo spirito di collaborazione si è sostituita la diffidenza, soprattutto in quei settori della ricerca dove maggiori sono le ricadute in campo tecnologico-militare.

E’ una doccia gelata per il mondo musulmano, che proprio negli ultimi anni si era liberato del complesso d‘inferiorità nei confronti dell’Occidente e aveva ricominciato a investire nella ricerca. Proprio come era successo mille anni prima. "Il mondo islamico è stato la culla della scienza moderna e deve tornare a esserlo” ha detto il presidente dell’Iran Mohammed Katami all’ultimo simposio dell’Accademia delle scienze. Parole ispirategli dal grande fisico pachistano Abdus Salam, primo scienziato islamico a vincere il premio Nobel nel 1979 per i progressi compiuti, insieme a Glashow e Weinberg, nell’unificazione delle interazioni nucleari elettromagnetiche e deboli. Uomo di scienza ma anche di fede, Salam ha diretto per trent’anni il Centro internazionale di fisica teorica (ITCP) dell’UNESCO a Trieste ed è stato tra i principali artefici dell’Accademia delle scienze del terzo mondo, voluta proprio per spingere i paesi poveri sulla via della ricerca scientifica, intesa come risorsa più preziosa, e soprattutto più abbondante, del petrolio.

Primo arabo, invece, ad aggiudicarsi il Nobel è stato nel 1999 Ahmed Zewail, per i risultati ottenuti con la spettroscopia ultrarapida applicata allo studio delle reazioni chimiche. Egiziano, oggi dirige il Laboratorio per le scienze molecolari dell’Institute of Technology californiano di Pasadena.”Il premio ha catalizzato le energie migliori del mondo arabo” ricorda Zewali. In effetti, scorrendo le statistiche degli ultimi anni, si nota un balzo negli investimenti nella ricerca scientifica dei paesi arabi, specialmente in Egitto, Kuwait, Marocco e Arabia saudita. Anche lo Yemen, povero di petrolio, sta scommettendo sulla scienza, grazie anche ai buoni uffici del fisico Moustafà Bahran, consigliere del governo in materia scientifica. Ma il ritardo da recuperare è ancora grande, se si pensa che gli scienziati di tutto il mondo islamico sono la metà di quelli d’Israele.

Ora la guerra afghana e lo stallo in Medio Oriente rischiano di rallentare i progressi compiuti. A meno che, come spera Zewali, il dopoguerra non riservi un Piano Marshall a favore dell’Islam anche in ambito scientifico. Intanto in alcuni paesi lambiti dal conflitto, come il Pakistan, si sta assistendo proprio in queste settimane a una emigrazione di ritorno di scienziati che non si sentono più a loro agio in un’America nevrotizzata dalla minaccia terroristica. Il ministero della scienza pakistano ha appena comunicato l’assunzione di 17 ricercatori transfughi dagli States. Con stipendi tre volte superiori ai loro colleghi.

Luca Carra

Tratto da zadig.it