Camminando sulle uova
di Israel Shamir

 

 

Il New York Times e' una fonte generosa di istruzioni per l'umanità perplessa. I suoi editori, nominati dal signor Sulzberger (ovviamente, il rappresentante di Dio in terra), hanno un consiglio per tutti: cosa dovrebbero fare i francesi con i  loro formaggi (pastorizzarli e ficcarseli sai dove), i russi con i loro media (darli al signor Gusinsky, correligionario di Sulzberger), i cinesi con il loro paese (aprirlo alla Enron) ed i palestinesi con sé stessi (morire, e al più presto). Ora, dal loro Monte Sinai sito nella Quinta Strada, hanno conferito alla riconoscente umanità un nuovo comandamento tracciato dalla penna di Ian Buruma, che ci insegna Come Parlare Di Israele. Sì, e' un compito delicato. Si può parlare liberamente dei sauditi e descriverli come un medievale Regno del Male, famoso per la crudeltà e la barbarie (Norman Liebman) o del loro mostruoso regime (Lenni Brenner), si può dire che gli svizzeri sono meschini e brutti, si possono chiamare i francesi ranocchi; si può persino gettare disprezzo ed 

odio sugli Stati Uniti d'America, come ha fatto (giustamente) di recente la signora Roy in un'epistola. Ma, per osare Parlare Di Israele, bisogna essere guidati dal signor Sulzberger e dai suoi scribacchini.

Cos' ha Israele di così speciale? Le dolci arance di Jaffa? Un modesto arsenale nucleare in grado di distruggere qualsiasi capitale europea? I superbi cecchini che riescono ad abbattere un bambino da mezzo miglio di distanza? Un meraviglioso apparato di tortura acquistato con entusiasmo da tutti i Nemici del Terrorismo? No, quando Buruma scrive "Israele", non intende lo stato d'Israele, il piccolo e pericoloso insieme di beni sito in qualche parte del Mediterraneo orientale. Lui intende un'entità ben più forte.

Il nostro amico, un dotato scrittore americano di nome Ghassan Ghraizi, la cui novella "Israele, con qualsiasi altro nome" raccomando caldamente, e' stato ingannato dall'astuto Buruma:
"Ho cominciato a leggere Buruma, aspettandomi una risposta su come discutere di Israele con alcuni dei miei amici ebrei; ma tutto ciò che ho ottenuto e' stato confusione e cattiva direzione. A cominciare  dalle prime tre parole, "il problema ebraico", Buruma sfrutta i simboli della persecuzione storica degli ebrei in Europa per confondere l'ingiustizia palestinese. Come quella di un mago, la cattiva guida di Buruma focalizzata sull'antisemitismo offusca la comprensione del lettore. Il testo rimanente soffre di contraddizioni, omissioni e falsi paragoni".

Uomo innocente, Ghraizi non ha capito che Buruma (e molta altra gente) ha usato "Israele" come eufemismo per l'ineffabile termine "ebraico". Non c'e' nulla di speciale in Israele, ma siamo pieni di nipoti di Sulzberger e di cugini di Wolfowitz. Nulla di speciale, ma tutto ciò che passa per la Mente Americana e'  costruito dal JINSA. Nulla di speciale, ma arriva lì più denaro americano che in qualsiasi parte degli Stati Uniti. Nulla di speciale, ma ogni politico americano, dal Presidente all'ultimo governatore di stato, dirà qualsiasi cosa voglia il nostro primo ministro. In parole povere, la nostra posizione speciale non e' che un indicatore della posizione elevata, unica, degli ebrei americani.

L'arguta Miriam Reik, di New York City, ha notato: "Il fatto che Buruma scrive come se camminasse sulle uova, mostra la profondità del problema". Eppure, la pubblicazione del saggio di Buruma e' un evento importante ed incoraggiante. Non perché dica qualcosa di nuovo - non lo fa. Non perché sia onesto e sincero - non lo e'.  Ma e' un segno che l'elusivo Nemico barcolla sotto il peso dell'attacco. E' un grido di dolore, il primo grido di dolore di Golia.

Due anni fa, quando questa lista partì per le inesplorate acque della ricerca delle connessioni ebraiche dietro gli sviluppi della politica americana e mediorientale, non ci sarebbe stato bisogno di tale saggio. Si poteva parlare di Israele con ammirazione, o almeno con rimpianto per la perdita del suo giovanile idealismo. Si poteva persino non notare che era la nuova elite ebraica americana che dirigeva ogni pallottola dei cecchini israeliani ed ogni bomba americana lanciata in Iraq ed Afghanistan. Ma le cose sono cambiate.

Buruma ammette che "l'idea che gli interessi ebraici siano in qualche modo al centro della politica americana in Medio Oriente e' ampiamente riconosciuta, e non solo al di fuori degli Stati Uniti". Lui cerca di deriderla, ma e' dolorosamente consapevole dello scrostamento della copertura della giudeocrazia americana. Una volta rivelata, questa particolare forma di organizzazione sociale, simile alla predominanza braminica in India, diventa ovvia a milioni di spettatori. La sempre attenta Anti-Defamation League (ADL) si e' accorta anch'essa che "odiose teorie sulla cospirazione ... continuano a guadagnare forza in tutto il mondo ... nonostante due anni di sforzi intensivi da parte dei gruppi di controllo e dei governi democratici per contrastarle". Ma la "teoria della cospirazione" non e' assurda a primo acchito, nella giurisprudenza anglo-americana. Infatti, "la partecipazione ad un piano comune, o cospirazione, per commettere aggressioni fu il motivo centrale dell'accusa al processo di Norimberga", scrive Norman Finkelstein. 

La cospirazione del silenzio e' stata spezzata dai "dissidenti ebrei": Norman Finkelstein, Miriam Reik, Jeff Blankfort, Michael Neumann, Gilad Atzmon, Edward Herman, Israel Shahak, insieme ad i loro compagni "gentili", poiché la "cospirazione sionista" lavora per gli interessi dell'organizzata leadership ebraica e contro gli interessi delle persone comuni di origine ebraica. Ancora di più: non vi sono né ebrei né gentili, ma solo fratellanza umana per chi accetti questa fratellanza. I loro sforzi ed il loro sacrificio personale, però, sarà vano se non sarà supportato da altri. O, con le parole di Samuel Adams, "Non c'e' bisogno di una maggioranza per prevalere, ma di un'adirata, instancabile minoranza ansiosa di bruciare ramoscelli nelle menti delle persone".

Norman Finkelstein

Se Ian Buruma "ha camminato sulle uova", la meravigliosa Arundhati Roy - nella sua ode all'altrettanto meraviglioso Noam Chomsky - non si e' nemmeno avvicinata alle uova. Lei si e' accorta della "sfacciata performance dei media principali come portavoce del governo americano, il loro sfoggio di patriottismo vendicativo, la loro prontezza a pubblicare come notizie i comunicati stampa del Pentagono, e la loro esplicita censura". Ha messo in evidenza che gli Stati Uniti riescono a compiere crimini orrendi facendola franca perché "possiedono i servizi dell'azienda di pubbliche relazioni più potente e di successo al mondo: Hollywood". Ma, in maniera circospetta, non nota che sono gli ebrei americani ad essere predominanti nei media ed a Hollywood.

Arundhati Roy

Tra circa due dozzine di magnati dei media, la Roy cita attentamente l'unico non ebreo - seppure un amico di Israele - Berlusconi. Giustamente condanna il "capitalismo neo-liberista", ma senza fare riferimento a Milton Friedman, e i bombardamenti genocidi in Cambogia, ma senza fare il nome di Henry Kissinger. Scrive del "ruolo chiave che l'America ha giocato nel conflitto in Medio Oriente, nel quale migliaia di persone sono morte cercando di lottare contro l'illegale occupazione israeliana del territorio palestinese", ma evita di parlare della ragione reale dietro questo ruolo americano: il potere schiacciante della lobby ebraica, come e' descritto dal co-autore di Noam Chomsky in "Manufacturing Consent", l'intrepido Edward Herman (Ahimè, nel suo articolo non lo menziona proprio). 

 

Parla della guerra e delle preventive "sanzioni che hanno portato, direttamente ed indirettamente, alla morte di centinaia di migliaia di persone in Iraq", ma non cita la [auto-proclamatasi] Cabala, un gruppo di 25 persone (secondo quanto Thomas Friedman disse  ad Ari Shavit: "[Friedman ride] Potrei farti i nomi di 25 persone (le quali sono tutte, in questo momento, ad un tiro di schioppo da questo ufficio) che, se fossero state esiliate in un'isola deserta un anno e mezzo fa, la guerra in Iraq non avrebbe mai avuto luogo") che hanno istigato alla guerra e  che sono quasi tutte discepoli sionisti di Leo Strauss e dei loro maestri.

Invero, e' come parlare della politica indiana del 19esimo secolo senza fare riferimento ai colonialisti britannici. Potrebbe mai essere che uno scrittore indiano non citi  il ruolo guida dei Bramini? Il nostro problema e' esattamente questo: l'orrendo monopolio dei media sta mettendo in pericolo la democrazia in America. Tale monopolio dovrebbe ricevere lo stesso trattamento ricevuto dal gigante Standard Oil all'inizio del 20esimo secolo: essere fatto a pezzi e democratizzato.

 NOTE

1. "COME PARLARE DI ISRAELE" di Ian Buruma New York Times Magazine 31 agosto 2003 http://www.nytimes.com/2003/08/31/magazine/31ANTISEMITISM.html
2. Teorie cospirative sugli ebrei, US Newswire 2 settembre
3. nella nuova prefazione alla traduzione in tedesco, egli cita Adam Smith, La ricchezza delle Nazioni (New York: 2000),  introduzione di Robert Reich, mentre si difende da tali accuse. http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=280279,

traduzione a cura di www.arabcomint.com
da israelshamir.net