"Caro Bashir,
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ci siamo conosciuti 20 anni fa in
circostanze insolite e impreviste. Adesso mi dicono che stanno per
obbligarti all'esilio, accusato di terrorismo. Visto che sei in prigione,
e che questa e' l'ultima occasione per comunicare con te, ho scelto di
scriverti questa lettera sul giornale, affinche' tu possa leggerla.
Dapprima voglio ricordare ancora una volta la nostra storia. Dopo la Guerra dei Sei Giorni sei venuto qui a Ramleh, insieme a due altre persone, a vedere la casa in cui sei nato. Quello e' stato il mio primo incontro con dei Palestinesi. Io, con la mia famiglia, vivevo in quella casa dal 1948, proprio dal momento in cui la tua famiglia era stata obbligata ad andarsene - tu allora eri un bambino di sei anni, io avevo solo un anno. Io e la mia famiglia eravamo venuti nello stato di Israele con altri cinquantamila ebrei bulgari e la tua casa, considerata "proprieta' abbandonata", ci era stata data dal nostro governo. |
Dopo la tua prima visita nel 1967, ho accettato il tuo invito a venire a Ramallah. Abbiamo parlato per ore e tra noi e' nata una forte amicizia. Tuttavia fu subito chiaro che le nostre scelte politiche erano molto diverse. Ognuno di noi guardava la storia e il futuro attraverso le lenti della sofferenzadel suo popolo. Il mio modo di vedere, pero', comincio' a cambiare.
Un giorno che non dimentichero' mai, venne a casa nostra, a Ramleh, tuo padre. Allora lui era vecchio e cieco. Si mise a toccare le pietre rugose della casa. Poi chiese se l'albero dei limoni stava ancora nel giardino. Lo portammo vicino all'albero pieno di frutti che proprio lui aveva piantato molti anni prima. Lo accarezzo' e rimase li' in silenzio. Le lacrime gli scorrevano sul viso.
Molti anni dopo, tuo padre era morto e tua madre mi disse che ogni volta che si sentiva triste e scoraggiato la notte si metteva a camminare su e giu' nel vostro appartamento preso in affitto a Ramallah, tenendo in mano un limone ormai secco. Era lo stesso limone che gli aveva dato mio padre quel giorno della sua visita alla vecchia casa.
Fin da quando ti ho conosciuto, mi ha cominciato a crescere dentro il sentimento che questa casa spaziosa, con gli alti soffitti, le grandi finestre, i vasti terreni intorno, non era piu' soltanto una "casa araba". Dietro, ora, c'erano dei volti. I muri evocavano ricordi e lacrime di un'altra gente. Per me e' stato molto doloroso da giovane, venti anni fa, aprire gli occhi su alcuni fatti tenuti fino ad allora molto ben nascosti. Per esempio, ci era stato fatto credere che la popolazione araba di Ramleh e Lod fosse scappata all'avanzare dell'esercito israeliano nel '48, lasciandosi dietro tutto in una fuga precipitosa e vigliacca. Questa certezza ci rassicurava: serviva a prevenire il senso di colpa e i rimorsi. Dopo il 1967, pero', ho conosciuto non solo te, ma anche un ebreo israeliano che mi racconto' la storia come l'aveva vissuta di persona*. L'amore per il mio paese stava perdendo la sua innocenza..."
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Dalla lettera scritta da Dalia Landau, ebrea israeliana, all'avvocato palestinese Bashir Kayri, militante dell'OLP, pubblicata sul quotidiano "Jerusalem Post" il 14 gennaio 1988. La lettera appare nell'opuscolo: "Donne per la pace" del Centro-Donne, pubblicato l'8 Marzo 1991.