CETRIOLI
DOLCI
di Roberto Masiero
Nota
dell'autore:
"Cari
amici Palestinesi, oltre un anno fa, navigando in internet alla ricerca
di alcune notizie, mi sono imbattuto sul vostro sito. Così ho conosciuto i
vostri poeti della Resistenza. Sono uno scrittore dilettante: mi hanno
ispirato un racconto. Vi prego di comprendere che non mi considero
"schierato politicamente". Sono dolorosamente partecipe dei sacrifici
e
della terribile insicurezza per il futuro che pervade le genti della vs.
terra. Mi tocca, soprattutto, la tristezza per la condizione dei giovani che
avrebbero diritto alla gioia: parlo proprio di un diritto biologico troppo
spesso negato. E' una circostanza del destino essere nati in Palestina
piuttosto che in Israele. La gente comune, non tanto i politici, soffre
giorno per giorno le conseguenze impietose di questa fatalità. Desidero
testimoniarVi tutta la mia comprensione ed il rispetto per la forza con cui
guardate comunque in avanti. E' proprio questa la dote degli uomini
migliori: credere in un futuro possibile. Con la stessa pietà guardo alla
gente comune che chiamate nemici.
Questo mio racconto, che Vi offro quale modesto contributo, vuol essere un
inno alla vita, alla capacità di resistere, così come ci hanno insegnato
altri eroi pacifisti, e prima di tutti Cristo o Maometto, Budda e poi Ghandi
e quanti altri contemporanei, sconosciuti, affrontano ogni giorno
l'incomprensione, anche della propria gente, per un ideale idiota di pace a
qualunque costo. Una idiozia salvifica che appare forse oggi come l'unica
strada possibile per resistere al Male che avanza con la prepotenza delle
armi, in cui le ragioni ed i torti si accavallano senza fine e si mescolano
terribilmente, come in un oceano turbolento e mefitico di morte.
Vi auguro sinceramente di trovare serenità, patria e fratellanza.
Con simpatia"
Roberto Masiero
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I polmoni renitenti bruciavano per dispetto. Correvo. Non potevo fermarmi. Esalavo aria compressa che scandiva ferocemente il mio ritardo col suono sordo di una pompa da bicicletta: hahh-hahh, hahh-hahh, hahh-hahh. Il marciapiede lastricato restituiva colpi duri sotto alle scarpe, il suolo pareva respingermi, lo zainetto sulle spalle ballava, sbilanciandomi, ed ero molto nervosa. Dovevo riprendere fiato. Basta! dovevo assolutamente riprendere fiato, al diavolo l’autobus. Se perdevo quello, pazienza, non era la morte di nessuno. Più che altro la fretta ce l’avevo dentro, correndo mi illudevo di anticipare i pensieri fastidiosi, di sorpassarli e perderli, lontano. Dietro. Stupida fatica: ero sfiancata, ma la testa mi stava sempre addosso, incombeva su di me. Era sempre davanti, a servirmi quel vassoio di vermi brulicanti e annodati. Mi appoggiai con la schiena contro ad un portone chiuso, gigantesco, di ferro battuto, che dava sul rehov Allenby.
Decisi di calmarmi: una specie di autosuggestione. Il respiro ebbe compassione, ma il cuore no, pulsava anarchico nelle vene del collo e lo stomaco premeva. Sul marciapiedi scorreva un’onda densa: camicie, cappelli neri, gonne, occhi truccati, centinaia di scarpe, barbe appuntite e importanti, mani incatenate alle maniche delle giacche che oscillavano vanamente per liberarsi. Tutta quella massa pareva puntare con certezza in un’unica direzione. Non è poco, sapere dove andare. Tra quella gente c’era qualcuno più agitato che spingeva per sorpassare (a che scopo?). Ragazzi riccioluti come capre e vestiti bene avanzavano a crocchi, vociando forte che pareva avessero affittato tutto il mondo per sé. Passandomi accanto, uno mi strizzò l’occhio. Dio, come la odiavo quella gente prepotente di città!
Mi sfilai lo zainetto, da una tasca estrassi il pettine e mi ricomposi i capelli. Presi anche lo specchietto: lo rigirai appena quel tanto che bastava a inquadrare, tratto a tratto e non tutto intero, il viso. Mi guardai fissa negli occhi, quasi per riconoscermi: mia nonna diceva che dentro alle pupille ci stavano due laghi neri di petrolio. “Stai attenta ai giovanotti: possono impazzire per questa ricchezza”. Sorrisi. Povera nonna, che mi faceva arrossire. Improvvisamente mi scossi, riposi in fretta pettine e specchio, rimisi sulle spalle lo zainetto. Istintivamente appoggiai le mani sui fianchi, avvertii lo spessore della cintura. “Su, andiamo, Aisha vanitosa, “- mi dissi – “se fai la brava questa sera dormirai con Samih e a casa ti faranno festa”.
Si affacciarono quei pensieri nauseanti. Tutto era accaduto senza preavviso poco più di un anno fa…. E se, quella mattina invece di un’altra solo apparentemente simile, Samih fosse stato lontano, a raccogliere la frutta? E se e se… niente. Ora non era tempo di rimpiangere niente. Ripresi a camminare. Prima piano, poi sempre più veloce, mi ritrovai che correvo verso la fermata come una matta.
- Ehi, signorina ! Hei signorina, guarda cos’ hai perso. – sentiti chiamare.
Mi fermai. Girai indietro la testa. Mi faceva segno un signore calvo, che aveva raccolto da terra il mio specchio: era sgusciato fuori dalla tasca aperta dello zainetto. Imbarazzata andai a recuperarlo, anche se controvoglia. Proprio fuori da un chiosco di fiori, due bimbe giocavano sulla soglia, sedute sul gradino. Avranno avuto dieci-dodici anni in due. La scena di una che perde lo specchio doveva essere irresistibilmente comica per quelle due ochette, che parevano proprio spassarsela: pensai com’è facile far ridere i bambini. Una di loro teneva in braccio un bambolotto di plastica ed ora tentava goffamente di svestirlo. Restai affascinata ad osservare il lavorio complicato di quelle mani piccole, per fare una cosa così semplice. Probabilmente una maglia si era impigliata da qualche parte e non c’era verso di spogliarlo, quel bimbo grassottello e biondo.
- Stai andando a scuola? – chiese una
- Hmm. Voi no?
- La materna è chiusa, non sai che devono disinfettarla? Un bambino ha preso la meningite - intervenne l’altra, linguetta, mentre armeggiava con il bambolotto, quasi spazientita che non sapessi una cosa così ovvia della sua scuola, - Mi aiuti a togliergli il vestitino? Sai, fa troppo caldo.-
- Dammelo. Tu come ti chiami?
-Sarah. E lei Elisabeth.
Mi pentii di averla assecondata. Avevo tra le mani quel bambolotto così biondo: hanno colonizzato anche la fantasia dei loro piccoli, pensai, mentre osservavo quel bimbo stupido di plastica che sorrideva fisso. Con gli occhietti chiari e le palpebre che si chiudevano e si riaprivano continuamente appena lo muovevi, come fanno certi ritardati di mente.
- Questo bambino però è straniero, non può essere tuo, così biondo - dissi. Quelle bambine dovevano saperlo, che giocavano con qualcosa che non gli apparteneva veramente. Dovevano cominciare a capire.
- La mia mamma è russa ed è bionda. E il mio bambino è nato come la mia mamma, cosa credi? Ora ridammelo indietro.
Improvvisamente realizzai che stavo perdendo tempo volontariamente. Questo fatto mi disturbava. Avrei dovuto volare, alle otto dovevo essere sul bus della Eggad, altro che perdermi a cianciare. Con un grande sforzo concentrai intensamente i miei pensieri su Samih, tentavo di ricevere da lui la forza che mi mancava. Quella volta gli ero andata incontro e avevamo fatto un pezzo di strada insieme. Stava tornando dall’orto del nonno, lassù sulla collina. Era andato a raccogliere i cetrioli. Crescevano piccoli e dolci su quel suolo rosso e fertile. Samih era studente come me, ma da grande avrebbe fatto il contadino. Se ne avesse avuto la possibilità. Se un giorno avesse posseduto un pezzo di terra abbastanza grande da viverci ci avrebbe raccolto montagne di faggus e grano, mandorle, fichi...
Guardai quelle bimbe. Tenevo ancora io quel bambolotto di plastica e lo rigiravo tra le mani. Presi a ruotarlo su se stesso, facendo perno sulle braccine, come un acrobata. Le bimbe erano contrariate, ma tacevano. Parlavano solo i loro occhi che non capivano. Ma io sentivo salire dentro di me una collera infinita. Pensai a Samih che voleva diventare grande. Mi prese un’ amarezza infinita, mentre avevo davanti quelle bambine. Mi sovveniva quella storiella atroce, che si raccontava per ridere: Hitler passa in rassegna un campo di concentramento e chiede ad un piccolo ebreo quanti anni abbia. Il bambino risponde: domani ne compirò otto. Hitler dice: ottimista questo bambino. Samih ottimista. Ricordavo bene: sono venuti a Beit Sahour con i carri armati - hanno buttato giù anche gli ulivi antichi - hanno spianato il villaggio - i soldati israeliani impazziti di rabbia e paura - c’e stato un attentato e ora si vendicano - cercano i colpevoli in tutte le case - Samih, lui non c’entra niente - lui ha in mente solo i miei baci e vuole coltivare i cetrioli. Aveva soltanto sedici anni. Il cannone non sa che dentro a quella casa odiosa c’e un ragazzo, o se lo sa spara lo stesso. Sangue contro sangue va bene. Violenza contro violenza è destino. Nella Palestina manca l’acqua, ma per fortuna sangue ce n’è. Spargendolo il colore si confonde con la terra che abbevera. Avevo voglia di vomitare, a pensare come ci si scambiano i ruoli in questa storia brutta. I derelitti diventano predatori. I derelitti uccidono la memoria della sofferenza altrui. Resta solo quella egoista della propria. Odiavo quella gente senza memoria. Mi sentii vacillare, avrei voluto essere dall’altra parte del mondo. Quelle due creature non sapevano nulla di com’era il mondo, in quale vortice ti trascina inesorabilmente la vita: temevo di perdere la forza del mio odio. Odio necessario.
Strinsi con forza quella stupida bambola straniera, tenendola per una gamba sola. La impugnai come una clava e cominciai a sbatterla per terra con violenza. Le bimbe terrorizzate urlavano, ma io sentivo dentro di me un desiderio infinito di vendetta. Continuai a percuoterla sull’asfalto. Saltavano da tutte le parti i pezzi di plastica. Spaccai la testa, dentro non c’era un cervello vero, uscirono fuori quelle due stupide palline con gli occhietti azzurri. Le bambine ebree si erano aggrappate inutilmente ai miei vestiti, nel tentativo di fermarmi. Me le scossi di dosso. Avevo quasi paura di fermarmi. Saltarono le braccia di plastica, ad una ad una. Volò via il tronco, che d’ora in poi non avrebbe più avuto caldo. Le piccole piangevano, sedute per terra. Anch’io sentivo salirmi una voglia incredibile di pianto. Ero infinitamente cattiva e dovevo esserlo. Anche di più. Continuavo a percuotere, per coprire la disperazione che mi assaliva, a percuotere, a percuotere per vincere il rimorso assurdo. A battere. Finché non mi rimase tra le dita chiuse a pugno che quell’unica gamba di plastica.
- Ecco, - dissi, mentre ansimavo ancora. Posai per terra la gamba superstite, con delicatezza. Ero come svuotata. Gli occhi increduli delle piccole ebree mi giudicavano. Solo allora provai una compassione fortissima. Per la delusione di quelle bimbe tradite. Anche per me e la mia mostruosa cattiveria. Stupida: cominciai a singhiozzare. Sarah ed Elisabeth, in lacrime anch’esse, erano andate a raccogliere i poveri resti del bambino. Avevano provato a ricomporli, con la capacità che hanno i piccoli di credere nelle cose impossibili. Io corsi via, non potevo più fermarmi, tornai indietro, indietro, indietro, indietro…
Quasi senza coscienza avevo vagato per ore. Mi ritrovai sull’arenile della spiaggia: mi accoccolai sulla sabbia. Sfilai lo zainetto. Mi distesi, quasi cadendo. Ero sfinita. Al contatto con le spalle avvertii il calore del terreno morbido. Sentivo la spigolosità della cintura che mi premeva sulle reni. Con gli occhi cercavo il cielo, ma intanto affondavo le dita contratte delle mani nei grani di sabbia, per istinto. Volevo trattenermi alla Terra, che voleva scacciarmi, proiettarmi in alto. Povero palloncino pieno d’elio. Nessuna terra poteva accogliermi. Ero condannata al cielo, in assenza di gravità. Dovevo perdermi nell’azzurro. Per paura chiusi gli occhi.
A poco a poco il rumore del mare si era impadronito dei miei sensi. Prima era penetrato come un disturbo, le onde fluttuanti parevano bagnare i pensieri incandescenti e si ritiravano ferite, quasi friggendo. Poi finalmente quell’acqua antica aveva vinto. Il mare ricomponeva in tutto il mio corpo il senso del tempo, restituendomi la capacità di vivere un ritmo lento, la trasferiva al petto e nel battito regolare del cuore. Mi sentivo colpevolmente libera. Il mio pensiero ritornava a Samih: forse l’avevo tradito. Mi alzai in piedi. Ricominciavo a provare un’inquietudine dolorosa. In lontananza scorreva sulla superficie marina la sagoma di una petroliera. Scivolava lento il fantasma della ricchezza, del possesso, un miraggio sporco. Mi sforzai di ricordare le parole di una poesia. Erano di un amico, anch’egli palestinese come me, che si era innamorato di una ragazza ebrea: “ ho baciato Rita bambina, lei si è stretta a me, lo ricordo…il corpo di Rita, festa per le mie labbra. Un milione di appuntamenti, sono stati assassinati da un fucile”
Cominciai lentamente a spogliarmi. Desideravo immergermi nell’acqua, ritornare alla grande madre. Anch’io, Asha, sono una donna. “Il mistero della vita è eguale, sia nella matrice di una donna, che nel solco del suolo”. Mentre toglievo i sandali mi sovvenne quel bambolotto distrutto e mi convinsi che in fondo ero stata buona. Sorridevo perfino, al pensiero di quel casino che avevo combinato. Mi tolsi la giacchina di cotone leggero e la maglietta. Slacciai anche la cintura e la deposi sulla sabbia, mi sfilai i jeans. Provavo una forte tentazione di liberarmi di tutto il resto, se fosse stato possibile anche della pelle. Guardai al mucchietto di vestiti che erano ammonticchiati sul terreno. E la cintura, quel congegno nero, i due fili pendenti e l’esplosivo ora parevano cose inerti, minacce fuori posto. Per un attimo immaginai il momento nel quale mi sarei fatta esplodere sul bus. No, nemmeno ora provavo orrore per la distruzione del mio corpo. Tanto mi giudicavo come se fossi già stata morta: terribile era pensare che un’altra Asha, del tutto simile a me, era decisa a spargere un nuovo seme. L’avrebbe schizzato dovunque, rosso, per generare altre piante di morte ancora dopo. In una catena infinita. E’ questo che desidera il mio Samih? Contadino addormentato e senza più sogni, che voleva coltivare inoffensivi cetrioli verdi. Piccoli e dolci. Far crescere. Mandorle e fichi. Ed io, Asha, non ero forse nata per generare? Gettai un indumento sopra la cintura. Stirai le gambe che avevano voglia di spazio. A piccoli passi entrai nell’acqua, mi tuffai. Piccole bracciate mi aiutarono a scostarmi dalla riva, evitando le chiazze nere e bituminose che galleggiavano qua e là. Mi ritrovai presto in un’acqua più limpida. Come un animale primordiale mi lasciai dondolare, girandomi sul dorso. Le braccia erano inerti: l’acqua salata mi sorreggeva. Il liquido pareva propagarsi dal mio corpo ad avvolgere tutta la Terra in una specie di guscio. Guscio anch’io. Non avevo più timore del futuro. A modo mio avrei implorato la pazienza della mia gente. Malgrado tutto. In nome di Allah, il giusto, e di Samih. Asha che mortifica la sua vendetta e non sopprime. Provavo un sottile rimpianto. Compassione per il mio popolo umiliato. Perfino per quello stupido bambolotto biondo e di plastica. Anch’esso piccola vittima dell’odio. Uscii fuori dall’acqua e mi rivestii, anche se ero ancora tutta bagnata. Trassi da una tasca dello zainetto un foglio ed una penna. Scrissi una lunga lettera, più che altro un diario che iniziava così: Per l’amore tuo, Samih, e per il destino del nostro popolo…Baciai quel foglio, lo ripiegai e lo deposi sotto ad un grosso sasso. Raccolsi la cintura. La indossai. Era così insopportabilmente pesante. Davanti a me il mare era impassibile. Alzai gli occhi: il cielo era d’avorio. Di lontano scorgevo una giovane coppia che avanzava verso di me, i ragazzi si inseguivano per scherzo, zigzagando sulla battigia, sollevando spruzzi. Sospirai profondamente: io ero così sola. Posai lievemente il dito sul pulsante della cintura. Respirai il mare. Attesi un’eternità che succedesse qualcosa…
Scavai la buca a mani nude, interrai quella cintura nera nella sua tomba di sabbia, vicino al sasso. Mi avviai verso il villaggio: ora ero pronta ad accogliere anche l’incomprensione della mia gente. Ma per strada non mi riusciva mai di sostenere lo sguardo dei passanti.
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Il racconto "Cetrioli Dolci" è stato oggetto di lettura pubblica nel teatro di Villa Pisani a Biadene(Tv), in occasione della manifestazione del 25 aprile, dal titolo: Giornate...resistenti.