L'assassinio dei miei cugini terroristi
di Ramzy Baroud

 

Durante il massacro dell'Aid, a Burej, nella striscia di Gaza, oltre a civili, due membri dell'UNRWA ed un bambino, persero la vita, difendendo il poverissimo campo profughi, due cugini di un noto giornalista palestinese residente a Seattle. Ecco come li ricorda.
C'e' molto in comune tra Abdel Hamid, Mohammad ed Imad al-Waini. Prima di tutto, sono fratelli, di bell'aspetto, gentili, e con un'impareggiabile senso dell'umorismo. Sono anche i miei cugini. Crescendo, non ho avuto la possibilita' di trascorrere molto tempo con loro. E' vero, eravamo tutti profughi, ma loro sono cresciuti nella Diaspora, in Iraq, mentre io sono cresciuto a Gaza, in un campo profughi.

Il primo giorno della Festa musulmana, Aid al-Fitr, tornavo a casa, con mia moglie e le nostre due bambine. Ci eravamo divertiti. Zarefah era eccitata con la nuova scatola di matite colorate e con la tenda di "Dora l'esploratrice". Iman era ancora piu' eccitata per gli involucri colorati delle scatole. Sulla segreteria telefonica di casa c'era un messaggio: "Due tuoi cugini sono stati uccisi oggi nel massacro di Burej. Il terzo e' gravemente ferito ed e' in ospedale".

Mi sedetti di fronte al computer del mio piccolo ufficio di Seattle. Guardai lo schermo pensando a quanto piccola potesse essere la distanza tra la vita e la morte, la felicita' e le lacrime, le feste ed i massacri.

Sulla scrivania vi era una lettera, fresca di stampa, adornata dal logo della "Lega Anti-Diffamazione", ADL (gruppo ebraico americano). La lettera era stata scritta da Christopher Wolf, presidente del gruppo di Washington, DC. Era la risposta ad un mio recente articolo pubblicato dal Washington Post. In tale articolo io affermavo che la pretestuosa condanna della violenza, del "terrorismo", senza cercare di capirne e curarne le cause, e le ingiustizie imposte alle nazioni povere sono un fuoco che ritorna. Sostenevo che tutte le vite umane hanno identico valore, sfidavo a mettere da parte i vuoti slogans e le condanne frettolose ed interessate e, infine, mi chiedevo: perche' mai il terrorismo e' condannabile se esercitato dagli oppressi e trascurabile se esercitato dai forti e dai potenti?

Il signor Wolf scrisse al Post, dicendo: "Ramzy Baroud ignora le vere radici del terrorismo, le quali sono le societa' che predicano odio ed intolleranza". Scrisse che i terroristi "vengono istruiti dalla nascita a credere che la violenza e l'assassinio siano mezzi accettabili con cui ottenere i loro obiettivi". Continuo' parlando della generosa offerta fatta ai palestinesi. Accuso' le madri ed i padri palestinesi di incoraggiare le "criminose azioni dei loro figli", e, infine, concluse che "il terrorismo non finira' fino a quando le societa' non rivaluteranno cio' che insegnano ai loro bambini".

Finalmente, riuscii a chiamare Gaza ed a parlare con i miei parenti. I dettagli erano insopportabili. Abdel Hamid, 28 anni, e Mohammed, 24, erano poliziotti dell'Autorita' palestinese. Non avevano cinture esplosive, ne' intendevano farsi esplodere ben presto. Vivevano in un campo profughi con le loro famiglie. Avevano il sogno di una vita migliore che il campo assediato, pieno di profughi e ricordi amari, non poteva assicurargli.

Il giorno della loro morte, entrambi i giovani stavano celebrando la festivita' musulmana, liberi dalle uniformi, dalle veglie notturne e da capi petulanti. Ma l'esercito israeliano nego' questo semplice desiderio ai profughi di Burej, invadendo il campo con dozzine di carriarmati. Ero a telefono con la mia famiglia per gli auguri dell'Aid, quando inizio' il bombardamento. "Gli israeliani ci attaccano", mi disse una voce concitata.

Seppi dopo che Abdel Hamid e Mohammed, i miei cugini, erano stati rapidi a prendere le loro armi per bloccare l'avanzata dei tanks. Centinaia di persone riuscirono a scappare grazie al loro sacrificio, prima che un proiettile di artiglieria li riducesse in pezzi.
Mi fu detto che non tutte le parti dei loro cadaveri furono ritrovate. Ma migliaia di persone accompagnarono i loro resti al cimitero del campo, pieno dei corpi di coloro che erano morti combattendo per il loro diritto a vivere liberi, uccisi dall'esercito o schiacciati dalle ruote della poverta' e dei sogni infranti.

La parola "Burej" si e' conficcata nella mia mente. Non solo perche' il campo fu il primo rifugio di mia madre come profuga, o perche' la casa di mia nonna a Burej era il mio rifugio quando volevo sfuggire al checkpoint dell'esercito israeliano. Burej e' speciale perche' vi sono morti i miei cugini, che difendevano un campo profughi con vecchi fucili, ed avevano indosso vestiti nuovi per celebrare una festa che si e' trasformata in un funerale di massa.

Terminai la lunga telefonata alla mia famiglia e posai lo sguardo sulla lettera con il logo dell'ADL, che accusava i genitori palestinesi di insegnare l'assassinio ai loro figli. Per qualche ragione, non avevo piu' voglia di rispondere alla lettera del signor Wolf. Aveva bisogno delle mie spiegazioni sul perche' Abdel Hamid e Mohammed erano eroi, e non terroristi, sul fatto che i loro genitori gli avevano insegnato il valore del coraggio e del sacrificio, e non l'odio e l'assassinio?

Le mie due bambine erano ancora prese dallo spirito della Festa mentre si precipitarono verso di me chiedendomi una storia della buonanotte. Quella notte, raccontai loro la storia di tre cugini coraggiosi che si amavano e condividevano ogni cosa con gli altri giovani del vicinato. "Condividere e' importante", commento' la mia bimba di quattro anni. Solo allora le strinsi forte a me e permisi alle lacrime di venire fuori.

 

traduzione a cura di www.arabcomint.com