Di chi e' la colpa?
Una verità che non deve essere rivelata
di RAN HACOHEN
antiwar.com

 

 

Su circa 1.400 parole, e' stata la seguente breve frase ad attrarre quasi tutte le reazioni dei lettori del mio precedente articolo: "Gli stati arabi e la leadership palestinese hanno in effetti riconosciuto il diritto di Israele di vivere in pace, se si ritira dai territori palestinesi occupati nel 1967, mentre Israele vuole tenersi questi territori, anche se non sa esattamente come".

E' davvero impressionante il successo della propaganda israeliana e dei media occidentali nell'oscurare il semplice fatto che l'attuale conflitto sia il risultato di una politica volontaria di Israele, in cui gli arabi ed i palestinesi giocano un ruolo sussidiario. Il sorriso indelebile di Sharon e' giustificato: oggi egli può dire tutta la verità sulla sua risoluta intenzione di perpetuare la guerra e di sabotare ogni iniziativa di pace seria, conservando tuttavia la sua immagine di "uomo di pace". Il cosiddetto "uomo di pace" dice apertamente di aver rifiutato una proposta americana, l'anno scorso, per riesumare i colloqui di pace tra Israele e Siria, e rifiuta in assoluto il ritiro dal Golan occupato (come chiedono la legge internazionale e le risoluzioni ONU). Ammette apertamente le sue intenzioni di non onorare la Road-map americana e sta già preparando gli animi a "decenni di impasse", cioè di violenza. Asserisce la sua volontà di annichilire il presidente dell'Autorità Palestinese, Yasser Arafat, di congelare l'occupazione della Cisgiordania e di impedire per anni la soluzione dei due stati. Niente paura: Sharon può contare su ciò che il ben informato Aluf Benn, di Ha'aretz, definisce "l'ascolto selettivo" da parte del pubblico, che sente solo ciò che vuole sentire. Si tratta infatti dello stesso "ascolto selettivo" - non individuale, ma mediato dall'intera rosa dei media correnti - che si e' dimostrato sordo all'iniziativa di pace araba o a qualsiasi parola distensiva pronunciata da arabi o palestinesi. Contrariamente ai fatti, Israele conserva ancora il termine "pace" come prima associazione di idee che suscita, ed i palestinesi il contrario.

Vediamo ora come i lettori reagiscono a questa semplice verità - cioè che la continuazione del conflitto in Medio Oriente e' colpa di Israele e della sua avidità di terra. Le citazioni in italico che siano senza riferimenti rappresentano le reazioni al mio precedente articolo. 

STAI ZITTO!

In primo luogo, vi e' l'approccio di azione-diretta: se non ti piace il messaggio, uccidi il messaggero - o almeno mandalo all'ospedale. "Ran HaCohen, sei molto, molto malato. Hai bisogno di un medico ASAP". Una simile strategia rappresenta una negazione dogmatica: "Questa e' una BUGIA e questa bugia rende irrilevante l'articolo". Nessuna spiegazione.

PARLIAMO D'ALTRO

Un'accusa inevitabile (spesso combinata alle disturbanti allusioni sull' "anti-semitismo di riflesso della sinistra") e': "dove e', nel tuo articolo, anche il minimo accenno agli attentati terroristici?". Ogni volta in cui vengono menzionati occupazione e insediamenti - il nocciolo del colonialismo israeliano, dunque il nocciolo del conflitto - si chiede immediatamente di cambiare argomento e di parlare di "terrorismo" e di "sicurezza". Non e' una coincidenza, né una legge di natura: e' un'istruzione estrapolata direttamente dalle linee guida scritte della propaganda israeliana. Ammettendo con discrezione che "le colonie sono il nostro tallone d'Achille", le linee guida suggeriscono che "la migliore risposta (la quale e' ancora piuttosto debole) e' il bisogno di sicurezza". Dopo tutto "la sicurezza e' divenuto il principio chiave per tutti gli americani", dunque "la sicurezza e' il contesto mediante cui spiegare [...] perché Israele non può cedere la terra".

Mi dispiace, amici, il ministero degli Esteri israeliano ha più che abbastanza giornalisti che facciano l'eco della sua propaganda; io non ne faccio parte. Inoltre parlerò di terrorismo quando vorrò; ma prima parlerò del suo terreno di coltura, che e' l'occupazione, il rifiuto, gli insediamenti israeliani.

MITOLOGIA E BUGIE

Poi entriamo nella mitologia: "L'autore di quest'articolo tende a dimenticare che ai palestinesi fu offerto tutto ciò che egli ritiene necessario per la pace, e loro rifiutarono", scrive un lettore. "Dobbiamo ricordare che Arafat voltò le spalle all'accordo del secolo, solo pochi anni fa", dice un altro. "I palestinesi avrebbero avuto quasi l'intera Cisgiordania e Gaza, risarcimenti per i profughi ed altro [...] se Arafat non avesse abbandonato il tavolo nel 2000", ripete un terzo. Davvero: l'invincibile leggenda di Ehud Barak, confutata già da tempo,  in quanto un misto di bugie e fiction, da Robert Malley, tra gli altri, il quale presenziò personalmente agli incontri a Camp David e dimostrò nel dettaglio "i motivi per i quali la cosiddetta generosa offerta israeliana non era né generosa, né israeliana, né  tanto meno  un'offerta". Non c'e' bisogno di ripetere tutto qui. Ma una buona fiction e' più forte di qualsiasi prova storica, e la gente preferisce credere alla sua mitologia più che a testimoni di prima mano che contraddicono i loro pregiudizi.

IL BOTTINO DELLE DOTTRINE DI GUERRA

Dopo di che, abbiamo l'estremista degli affari. Un "manager operazionale" mi scrive: "Quando ottieni dei beni immobili durante una guerra, essi sono tuoi e coloro che li hanno persi devono arrangiarsi". La vita delle persone, la loro libertà ed i loro fondamentali diritti umani sono elegantemente ridotti a "proprietà immobili", ma nello stile  rivelatore del giornalista, i  termini pseudo-economici non riescono a cancellare tutta la violenza fisica che si nasconde dietro di essi.

Questa argomentazione popolare (ma totalmente errata) sulla guerra come lucroso affare immobiliare  mi giunge in due versioni. La variante che abbiamo appena sentito arguisce che in guerra, la parte vincente si tiene il bottino: "La forza crea i diritti". La versione opposta della stessa argomentazione sostiene che, in guerra, l'aggressore viene punito con perdite territoriali: "Il crimine non paga". "Uno dei modi accettabili di punire i paesi bellicosi e' attraverso perdite territoriali", scrive un deficiente su Ha'aretz
E' curioso come una completa bestialità ed un'asserzione pseudo-morale possano produrre lo stesso risultato.

Infatti, entrambi i ragionamenti sono errati. Ci e' voluta la corsa umana verso la Seconda Guerra Mondiale e le sue centinaia di milioni di vittime per capirlo e per proibire ogni acquisizione territoriale ottenuta con la violenza. Dal 1945 nessuno stato al mondo e' riuscito a modificare con la forza i suoi confini ed a farla franca. La questione del "chi ha cominciato" e' irrilevante: ogni paese in guerra si dipinge come la vittima e da' la colpa all'altra parte; persino le aggressioni non provocate possono essere presentate come misure preventive di auto-difesa. 

Così, l'Iraq non poté tenersi il Kuwait come bottino di guerra, l'Indonesia fu buttata fuori da Timor Est, la Russia dall'Afghanistan, Israele dal Libano e dall'ultimo granello di sabbia del Sinai egiziano. Nondimeno, né l'Iraq, né l'Indonesia, né la Russia, né Israele hanno perso un solo metro del loro territorio come punizione per l'aggressione. Così funzionano le cose: nell'era post-Seconda Guerra Mondiale, le frontiere possono essere spostate esclusivamente con mezzi pacifici. Persino l'Impero Americano, nonostante la sua auto-convinzione di essere nel giusto, sottolinea sempre il suo impegno a salvaguardare l'integrità territoriale dei paesi che conquista abitualmente.

DUE PER UN TANGO

Non posso trattare qui tutte le argomentazioni che ho ricevuto. Della tipica strategia di immergersi nella storia per far pagare ai palestinesi i presunti peccati dei loro antenati, ho già scritto alcune parole in un precedente articolo. Un ultimo argomento che vorrei menzionare brevemente e' la "semplificazione eccessiva": "Non e' così semplice". Questo e' sempre vero. Per ballare un tango ci vogliono due persone. Se i palestinesi avessero rinunciato alla loro terra, all'acqua ed ai diritti umani in silenzio e fossero andati a vivere altrove, o meglio avessero rinunciato del tutto alla vita, avremmo potuto avere la pace molto tempo fa; quindi e' colpa loro. Ma e' una visione morale ed imparziale, questa? Non ne sono affatto convinto.
Una cosa e' asserire che nessuna parte e' esclusivamente responsabile in un conflitto. Ad esempio, il moralmente condannabile terrorismo palestinese contro i civili israeliani e' stato molto contro-producente per la pace (per non parlare di quello israeliano contro i palestinesi). Ma saltare da questa ragionevole asserzione alla affermazione che le due parti sono ugualmente responsabili per il conflitto in corso significa balzare dal senno comune alla barbarie, e ciò ad esclusivo vantaggio, come sempre, della parte più forte.

a cura di www.arabcomint.com