Diario da Gaza

quinta parte

 

 

Venerdi pomeriggio, 15 giugno, Khan Younis

     

 

Khan Yunis e' una grigia, congestionata bidonville di cemento armato, le acque scure delle fogne si rincorrono in sottili rivoli fino al centro dei vicoli. Non ci sono giardini, ne' alberi. Non c'e' nessun posto in cui i bambini possano giocare, se non le dune di fronte al vicino insediamento colonico. I venditori in piccoli chioschi vendono mais arrostito e felafel. Tranci di carne pendono da ganci giganteschi, e, a fianco, bancarelle di legno mostrano pomodori, patate, peperoni verdi, fagiolini. Quando piove il campo si inonda di acqua di scarico. Serbatoi grezzi di acqua potabile sono sistemati all'esterno di ogni casa, coperti solo da un leggero strato di sabbia. Quando il serbatoio trabocca, l'acqua sporca penetra nelle abitazioni. L'acqua da bere, che non esce dai rubinetti se non per un paio d'ore al giorno, e' salmastra e marrone. Molti nel campo hanno problemi ai reni a causa sua. Solo i minareti solitari, ergendosi al di sopra del campo, conferiscono un po' di dignita' a quelle catapecchie.

L'ultima intifada scoppio' nel settembre 2000, quando Ariel Sharon, allora leader dell'opposizione israeliana ed attuale primo ministro, visito' il sito della Spianata delle Moschee accompagnato da oltre 1000 poliziotti. Arafat chiese all'allora primo ministro Ehud Barak di impedire la visita, temendo che sarebbe scoppiata la violenza, ma Barak non fece nulla. Da allora, circa 500 palestinesi, 12 arabi residenti in Israele e 100 israeliani sono stati uccisi (stime riferite al periodo in cui il giornalista scrive, ndt).

Khan Yunis e' uno degli otto campi profughi di Gaza. E' circondato per tre lati, a ferro di cavallo, da postazioni militari israeliane. I soldati da qui sparano sui tetti di cemento armato - tenuti in piedi da pile di massi, blocchi di cemento e vecchie tegole. Gruppi di guerriglieri palestinesi, che a volte iniziano gli spari, rispondono al fuoco.

Un sole bianco accecante picchia sul campo. Le nostre camicie sono intrise di sudore. Le scarpe si coprono ben presto di polvere. Camminiamo in fila indiana attraverso il labirinto di cemento, facendoci largo tra gruppi di palestinesi. Alla fine diamo un'occhiata alle dune che circondano il campo. La loro cima e' occupata dalle postazioni armate israeliane, bunkers di sacchi di sabbia, grosse lastre di cemento e tortuosi fili elettrici. Jeep militari blindate e carriarmati sostano e si muovono presso la recinzione elettrica, sollevando nubi di polvere. Nugoli di palestinesi guardano nervosamente in direzione delle dune fino a che oltrepassano il punto di osservazione.

I muri delle case di fronte agli insediamenti dei coloni, specie nei dintorni di al-Katadwa, al bordo nord del campo, sono sforacchiati da colpi di arma da fuoco. Intere parti di edifici sono state spazzate via dal fuoco dei carriarmati. Sacchi di sabbia sistemati l'uno sull'altro impediscono ai cecchini israeliani la visuale delle stradine.

Al di la' della recinzione vediamo una gru mobile da cui pende una gabbietta di metallo gialla, camuffata con drappi. Mi dicono che i cecchini la usano per sparare mentre essa e' sospesa sul campo.

 

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