Diario da Gaza
Prima parte
L'arabo e' una lingua bella e delicata. Il linguaggio e' poetico, magico, fatto di domande e risposte, saluti ed auguri ornati che vengono usati per qualsiasi azione, dal mangiare all'entrare in casa. Quando qualcuno ti porta del cibo, tu dici: "Possa Dio benedire le tue mani", se ti si offre un caffe', dici: "Caffe' sempre", che vuol dire "possiamo condividere questo momento per sempre". Sette anni dopo, capo dell'ufficio per il Medioriente del New York Times, avevo collezionato 600 ore di studio ed avevo compreso che essere padrone della lingua araba era uno sforzo che richiedeva l'intera vita. Anche impararne un po', richiedeva grande impegno. Dopo essere stato catturato dalla Guardia Repubblicana Irachena a Basra, nel 1991, durante la rivolta sciita seguita alla Guerra del Golfo, ero gia' in grado di raccontare barzellette arabe e parlare della mia famiglia. Quando fui rilasciato, scrissi ad Omar poche righe di ringraziamento. Joe ed io passiamo accanto ai blindati israeliani arrugginiti lasciati come momumento per celebrare la guerra del 1948, che rese possibile la costituzione dello stato d'Israele. Possiamo ammirare le mura della citta' vecchia, con la sua forma quadrilaterale e la sua rete di strade costruite dall'imperatore romano Adriano. Poco lontano c'e' il Cancello di Jaffa, dove, nel 1538, in caratteri decorativi arabi, fu posta un'iscrizione da Solimano, secondo governatore ottomano di Gerusalemme: - Nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso, il Gran Sultano, re dei turchi, degli arabi e dei persiani, Solimano figlio di Selim - possa Dio conservare il suo regno in eterno - ha dato ordine di costruire le mura benedette. Beit Agron e' una costruzione dalle pareti di stucco giallo nel centro di Gerusalemme, con tetti coperti di tegole e corridoi poveramente adornati. Ha l'aspetto e l'odore di una scuola superiore pubblica. I giornalisti ed i fotografi le cui vite si erano intersecate con la mia, piu' di un decennio fa, se ne sono andati tutti, alcuni in altre parti del globo, altri perche' morti. Le storie che raccontavamo, che apparivano come un lampo su di uno schermo o su di una prima pagina prima di essere dimenticate dalla coscienza del pubblico, sono, per noi, ancora vibranti. Una sparatoria all'incrocio di una strada di Gaza, un breve articolo dettato per telefono, sono ancora difficili da ridire. Dopo anni abbiamo raccontato gli infortuni, i buffi aneddoti che rendevano la nostra vita un gioco da bambini. La realta', invece, veniva raccontata solo attraverso brevi colloqui a solo, a volte simili ad un linguaggio in codice, ed a silenzi. Ero a Gaza, dove vissi per settimane alla volta durante i sette anni trascorsi in Medioriente, quando imparai a conoscere il lato oscuro dell'IDF, l'esercito israeliano. Durante la prima intifada palestinese, cominciata nel dicembre 1987 e terminata nel 1993 con gli accordi di pace di Oslo, l'esercito non aveva alcun interesse nel controllare la folla. Sparava ai ragazzi che lanciavano pietre. E, in qualche occasione, i soldati israeliani, irati per la presenza della stampa, rivolgevano le armi verso i gruppi di fotografi e di cameramen. Sparavano pallottole di gomma mirando alle gambe e poi si autocongratulavano con un'arroganza che mi mostro', per la prima volta, il significato dell'occupazione. A Beit Agron mi imbatto in ufficiali israeliani della stampa che mi sono familiari. Sono molto efficienti: le nostre press-cards sono pronte in pochi minuti. Mi danno il benvenuto. Mi chiedono di New York. Poi ci danno numeri di telefoni cellulari da chiamare in caso di bisogno. Joe ed io ci alziamo per andare, ma siamo bloccati sull'uscio da un uomo di circa sessant'anni che indossa un abito grigio: si chiama Yusuf ed e' un giornalista del servizio arabo-israeliano. Ci dice che ultimamente e' stato rapito, in Cisgiordania, da guerriglieri palestinesi e trattenuto per alcune settimane. "I palestinesi sono animali,", dice, "sono subumani. Sono bestie selvagge. Israele e' la terra dell'amore. Gli israeliani si amano. Ma i palestinesi non amano. Odiano. Dovrebbero essere distrutti. Li dovremmo bruciare e poi prenderci Beit Jala, Betlemme, si' insomma, tutta la terra e sbarazzarci di loro". Gli ufficiali della stampa israeliana sorridono radiosi. "E' un grand'uomo, un poeta", ci dice uno di essi mentre usciamo. "E' un uomo di pace". |