Diario da Gaza
decima parte
Gruppi nervosi di palestinesi sono in fila ad un centinaio di metri dal checkpoint. Lo slogan "Faremo scudo ad Al-Aqsa con i nostri corpi per difenderla dal nemico sionista" e' stato scritto con lo spray sul muro presso cui stanno. Un elicottero israeliano gira rumorosamente sulle loro teste. I palestinesi aspettano che l'altoparlante intimi loro di passare a gruppi di tre. Solo quelli che abitano nel villaggio costiero di Mawasi possono passare. Tutti devono essere muniti di speciali carte d'identita' israeliane. Quando i gruppetti si avvicinano alla guardiola di cemento armato, devono aprirsi le camicie per mostrare di non portare armi. Le donne devono togliersi il velo. Cani appositamente addestrati fiutano le borse e gli scatoli alla ricerca di esplosivi. Molti danno ai soldati le buste piene di cibo o di farina affinche' questi possano ispezionarle. Mohammad al-Majida aspetta di raccogliere le verdure cresciute nelle fattorie di Mawasi. I pomodori raccolti ieri sono stati lasciati troppo tempo al sole dagli israeliani e si sono rovinati. E' qui che aspetta da due ore. Ma il soldato col cane che annusa non e' nei paraggi. "Molto dipende dallo stato d'animo del cane", mi dice. Molti oggetti, come ad esempio serbatoi di propano e scatole di cemento, non possono passare. A nessun veicolo, tranne a quelli dell'esercito israeliano, e' permesso di entrare ed uscire. Le donne incinte in travaglio, trattenute per ore al checkpoint, spesso non riescono a raggiungere l'ospedale di Khan Yunis; due di esse hanno partorito al checkpoint. Quando qualcuno muore a Mawasi, il corpo deve essere portato a spalla per essere sepolto al cimitero di Khan Yunis. Ibrahim Abu Awad, un bambino di 10 anni dal visetto sporco, mi chiede uno shekel, poi resta in piedi a fissare la guardiola militare. Gli chiedo cosa vuole fare, da grande. "Uccidere gli israeliani", mi dice. Un soldato abbaia ordini in arabo da un altoparlante per Azmi, Joe e me: ci urla di avvicinarci, uno dopo l'altro. Entriamo in un corridoio di buste di plastica piene di sabbia. Passiamo attraverso un metal detector. Interi rotoli di filo spinato si dipanano di fronte a noi. Porgo le nostre carte della stampa israeliana al di sotto della fessura nella guardiola. L'area attorno e' annerita dalla fuliggine. La recinzione e' una massa intricata di filo spinato. Tutto cio' e' quello che resta di un attacco suicida da parte di un kamikaze che si fece esplodere a questo checkpoint a maggio. Dopo l'esplosione, un compagno del kamikaze lancio' granate verso i soldati prima di essere ucciso. Le loro figure coprono tutti i muri di Khan Yunis. Mawasi, con circa 5.000 abitanti, fu separato da Khan Yunis nel 1972, quando gli israeliani iniziarono a costruire l'insediamento colonico di Neve Dekalim, che fa parte di una catena di 11 piccoli insediamenti lungo la costa di Gaza comprendenti un hotel turistico, un campo da golf ed un maneggio. I palestinesi del villaggio non possono usare la moderna autostrada che va da nord a sud - essa e' solo per i coloni e per l'esercito israeliani - e devono utilizzare un sentiero asfaltato ad una corsia che corre parallelo alla strada principale. Mawasi possiede le migliori fattorie della zona. Ma il blocco imposto da Israele ha lasciato i campi incolti. Una volta Khan Yunis dipendeva da Mawasi per l'80 % del suo prodotto, ed il 60% dei raccolti era inviato agli stati del Golfo. Ora, solo una miseria riesce ad uscire. Una volta attraversato il checkpoint, avanziamo lungo lo stretto sentiero colmo di rottami e spazzatura. Da otto mesi, Israele non permette alle autorita' municipali di Khan Yunis, le quali sono incaricate della raccolta di rifiuti in quest'area, di attraversare Tuffah. I rapporti tra i palestinesi di Mawasi ed i coloni sono pessimi. Lo scorso gennaio, alcuni guerriglieri palestinesi uccisero un colono ed usarono la sua macchina per scappare. I coloni vandalizzarono e si appropriarono di 200 dunam di terra e la recintarono con fili elettrici. Ahmad Al-Majida, un imponente uomo di 50 anni, che e' uno dei leaders del villaggio, insiste per portarci a vedere la devastazione. Ci sistemiamo nella sua auto e cominciamo a girare. Attorno a noi vi sono solo campi confiscati, i resti anneriti di serre palestinesi, scheletri bruciati di trattori. Una casa palestinese data alle fiamme. Elettricita' tagliata dovunque. Stanotte, con le luci dell'insediamento che brillano sulle loro teste, i palestinesi di Mawasi si raccoglieranno attorno a fuochi accesi con la legna. Decidiamo di visitare la spiaggia, e, per farlo, dobbiamo negoziare ad un altro checkpoint israeliano. L'industria della pesca di Mawasi e' ferma. Le piccole insenature dove i residenti di Khan Yunis usavano sedere a bersi una coca e nuotare sono deserte. Le barche dei pescatori sono incagliate nella sabbia. Siamo avvicinati da cinque pescatori che sono ritornati alle loro barche tre giorni fa, dopo otto mesi di proibizione: gli israeliani hanno permesso una pesca limitata presso la costa. "E' da otto mesi che non metto piede in acqua", dice Naim Kanan, un quarantenne ben messo, con indosso un costume da bagno giallo. "Sono rovinato. Ho venduto i bracciali d'oro di mia moglie, quelli che le avevo regalato per le nozze. Spero solo di poter mantenere la mia barca, ora". Joe prende dalla sabbia una conchiglia, e si accorge che dentro vi e' un foro. Decidiamo di farne una collana per mia figlia. Quando Kanan ci vede cercare nella sabbia, come pure l'impazienza di Azmi verso la nostra frivolezza, sparisce nell'insenatura. Infila le braccia in acqua e le tira su con dozzine di conchiglie bianche. Le mette in una borsetta di plastica per noi. Piu' tardi, quando i soldati israeliani ispezioneranno la nostra auto, non sapranno cosa fare, di queste. Mentre torniamo a Khan Yunis, Joe ed io ci fermiamo presso l'insediamento colonico e scrutiamo attraverso la recinzione metallica un lavoratore indiano che spinge un trattore lungo un'aiuola. Chiediamo al soldato il permesso di entrare e ci viene detto di parlare col responsabile dell' insediamento. Restiamo sotto il sole, lo sguardo fisso alle aiuole di smeraldo ed alle palme. Azmi ci aspetta alla fermata dell'autobus lungo la strada. Finalmente ci vengono restituite le nostre press-cards israeliane e ci viene detto di andarcene. Mentre arriviamo a Khan Yunis, le ambulanze lasciano le dune con altri otto feriti, cinque dei quali hanno meno di 18 anni.
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