Diario da Gaza
dodicesima parte
Mercoledi, 20 giugno, Khan Younis
Nel pomeriggio, visitiamo gli angusti uffici di un ente caritatevole islamico, che si occupa di rifornire di cibo molte famiglie di Khan Yunis. La stanza e' piena di giovani militanti con la barba. Un camion e' parcheggiato fuori dell'ufficio ed i giovani vi scaricano sacchi di farina, zucchero, riso, lenticchie rosse, te', maccheroni, salsa di pomodoro e olio di arachide. L'assistenza, che si finanzia tramite gli stati del Golfo, non e' ufficialmente collegata al gruppo militante islamico di Hamas. Ma e' qui, ci viene detto, che incontrero' lo sheikh Yunis al-Astal, il leader di Hamas nel campo. Entra, vestito di bianco. I giovani nella sala sono in silenzio. Lui parla, come molti altri leaders di Hamas, tranquillamente, con garbo. Mi offre del te' o del caffe'. I fedeli di Arafat a Khan Yunis, come Faqawi, sanno che Hamas e' in ascesa. Se Oslo avesse condotto, come molti speravano, ad una soluzione di due- stati, e ad un miglioramento anche piccolo della vita dei palestinesi, c'e' da scommetterci che il partito di Hamas sarebbe rimasto marginale, a Gaza. Ma la continua occupazione israeliana e la cattiva amministrazione del problema palestinese da parte di Arafat rendono la vittoria dei partiti islamici una questione di tempo. Essi gia' governano la strada. Se Sharon scatena l'esercito israeliano, come gia' fece in Libano, l'Autorita' palestinese sara' la sua prima vittima. "Cosa e' accaduto da quando l'Ap e' andata al potere?", chiede al-Astal. "Nulla, tutti sono piu' poveri. L'occupazione israeliana si e' rafforzata. Le difficolta' hanno sempre avvicinato gli uomini a Dio. E' come quando uno e' malato. Per citare il Profeta, la pace sia su di lui, un credente non dovrebbe mai temere di diventare povero, ma di diventare ricco. Se sei ricco, cominci a pensare solo alle cose, e questo uccide la tua anima. L'islam ha dato coesione ai palestinesi. Ci sentiamo come un solo corpo, nei nostri sogni e nella nostra agonia. E l'Islam ci fa distinguere dalla nostra preparazione costante alla morte sulla via di Dio". Hamas e' stato, in principio, conosciuto fuori di Israele per i suoi attacchi kamikaze contro gli israeliani. Lo sheikh mi dice che l'ala militare di Hamas, la Ezzedin al-Kassem, permette gli attacchi anche contro obiettivi civili israeliani perche' l'esercito israeliano ed i coloni armati attaccano i civili palestinesi di routine, da sempre. "Finche' attaccheranno i nostri civili, noi attaccheremo i loro", dice. "Se si fermeranno, anche noi ci fermeremo". Durante la prima intifada, dal 1987 al 1993, Hamas colpi' solo militari israeliani ed insediamenti colonici in territorio palestinese. Ha cominciato a ritenere legittimo colpire obiettivi civili solo dopo che un colono ebreo, Baruch Goldstein, uccise 29 palestinesi in preghiera nella Moschea di Abramo ad Hebron. Ma questi attacchi hanno avuto il beneficio aggiuntivo di screditare ed indebolire l'autorita' di Arafat, di mettere in luce la sua debolezza di fronte all'espansione continua delle colonie, gli assedi e le uccisioni di palestinesi disarmati. Eppure, anche lo sheikh usa il suo tempo durante la preghiera del venerdi per implorare i ragazzini di non andare sulle dune. "Io so che tutti i padri cercano di tenere i loro figli lontani dalla recinzione", dice. "Gli insegnanti di scuola e gli imam dicono ai bambini di non andare. Quando io predico nella moschea, dico loro di stare lontani. Ma questi bimbi non hanno alcun luogo in cui andare. Il solo posto sono i vicoli o le dune". Le battaglie notturne ai bordi del campo hanno coeso le varie fazioni. I Falchi di Fatah combattono oggi a fianco di Hamas. Le fazioni marciano fianco a fianco ai funerali. Ci incontriamo subito dopo con uno dei leaders degli uomini che di notte sparano contro le postazioni dell'esercito. Mohammed Abu Rish, 31 anni, guida le Brigate di Ahmad Abu Rish, che contano un paio di dozzine di uomini. Il gruppo prende il nome dal fratello di Mohammed, ucciso dagli israeliani nel 1993. Ci incontriamo a casa sua; un grande ritratto di suo fratello, circondato da tre bandiere palestinesi, pende sul muro. Ci dice che ha trascorso sei anni in una prigione israeliana. I suoi genitori morirono mentre egli era in carcere. Non ha alcun familiare in vita. Passa da una conversazione educata ad una ostilita' leggermente velata. Mi sento a disagio. Per la prima volta da quando sono a Gaza ho mostrato il mio passaporto svizzero per l'identificazione per evitare di essere giudicato come un americano. Lui scrive i nostri nomi ed i numeri dei passaporti - Joe usa il suo passaporto maltese - su un quaderno di scuola. Ne ho gia' visto qualcuno di questo tipo in Bosnia, in Kossovo ed in America Centrale. Sono quel tipo di combattenti di cui ho piu' paura, perche' considerano tutti spie e ostaggi potenziali. Durante la prima intifada, un gruppo di Falchi di Fatah sequestro' Rina Castelnuovo, una fotografa del New York Times, ed il sottoscritto, in una stanza, e ci accusarono di lavorare per i servizi segreti israeliani. Fummo fortunati a negoziare la nostra liberazione. Come spesso accade in tali incontri, io sono il primo ad essere intervistato. Mi chiede cosa penso del conflitto, con chi mi sono incontrato, dove sono stato e cosa penso di Israele. Do' brevi e tiepide risposte. La prossima volta in cui arrivero' a Gaza, avro' la notizia che quest'uomo e' stato ucciso. "Non sopporto di vedere i bambini che vengono sparati", ci dice mentre ci alziamo per andare. "Non mi importa degli altri. Ma quando i bambini vengono colpiti, io piango. Non riesco ad accettarlo. Mi sento come se avessi sessant'anni".
|