Diario da Gaza
tredicesima parte
Giovedi, 21 giugno, Khan Younis
"Alla fine tutto svanira', tranne Dio", dice. Raccolgo il quaderno di un bimbo. Appartiene al ragazzino che viveva nell'appartamento a fianco. Leggo, in un inglese stentato: "E' un piacere scriverti dopo tanto tempo e spero che tu stia bene. Ti verro' a trovare a Gerico durante le vacanze invernali perche' il tempo e' bello. Non vedo l'ora di incontrarti. Ricordati della tua famiglia. Tuo cugino Anis". La cameretta del bambino, che condivideva con i suoi fratelli, e' adesso un ammasso di pietre e intonaco. Sento nuovi spari dalle dune, ma l'unico ferito della giornata sara' un ragazzo di 14 anni, col cranio fratturato dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno israeliano. Vedo Jihad Abu Musa, 22 anni, prendere a calci le macerie. E' triste e silenzioso. Ha una barba appena spuntata, indossa blue-jeans ed una camicia verde militare. Ha lasciato la scuola superiore per lavorare in una delle serre dell'insediamento, insieme ad altri 2.000 palestinesi. 10$ al giorno per lavorare dalle 6 di mattina alle 3 di pomeriggio. Il 29 gennaio scorso, suo fratello Mohammed, di 23 anni, e' stato ucciso dagli israeliani mentre giocava a calcio. Jihad, considerato un rischio per la sicurezza, ha perso il lavoro. "Ho lavorato li' due anni", dice. "Loro hanno tutto: belle macchine, case grandi, giardini, acqua calda pulita ed elettricita', non come noi. Pero' stavo bene. Ora non ho piu' nulla". Si ferma, la sua faccia prende la familiare maschera di incomprensione e di disperazione che e' stata assegnata a lui, a suo padre ed a suo nonno prima di lui e che, senza dubbio, sara' assegnata ai suoi figli, se ne avra'. "Oggi o domani", dice, "che importa quando moriro'?"
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