Diario da Gaza

tredicesima parte

Giovedi, 21 giugno, Khan Younis

     

 

Sabha Abu Musa, 55 anni, cerca qualcosa tra le rovine di quella che era la sua casa, nei dintorni di al-Katadwa. Cerca i due braccialetti d'oro di sua nuora. Lei e suo marito si affannano a tenere distanti i bambini dal luogo della demolizione.

In una delle poche costruzioni sventrate rimaste ancora in piedi dopo l'attacco di aprile, un ventilatore da soffitto, le pale rotte, si mantiene tenacemente attaccato da un filo di cio' che rimane del tetto. L'attacco ha lasciato senza casa le 15 persone che dividevano il piccolo appartamento della donna. Si sono spostati nelle due stanze pronte di un'altra casa in costruzione dove non c'e' acqua corrente, ne' elettricita'.

"Mio figlio e' in una prigione israeliana", dice, in piedi presso cio' che resta del suo frigorifero. "Sta scontando una pena a 99 anni di carcere per aver ucciso degli israeliani. L'ho visto venti giorni fa. Prima di allora, non lo vedevo da sette mesi. Abbiamo perso tutto, i mobili della camera da letto di mio figlio, l'oro di sua moglie". Si ferma e guarda verso l'insediamento dei coloni.

"Alla fine tutto svanira', tranne Dio", dice. Raccolgo il quaderno di un bimbo. Appartiene al ragazzino che viveva nell'appartamento a fianco. Leggo, in un inglese stentato: "E' un piacere scriverti dopo tanto tempo e spero che tu stia bene. Ti verro' a trovare a Gerico durante le vacanze invernali perche' il tempo e' bello. Non vedo l'ora di incontrarti. Ricordati della tua famiglia. Tuo cugino Anis".

La cameretta del bambino, che condivideva con i suoi fratelli, e' adesso un ammasso di pietre e intonaco.

Sento nuovi spari dalle dune, ma l'unico ferito della giornata sara' un ragazzo di 14 anni, col cranio fratturato dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno israeliano.

Vedo Jihad Abu Musa, 22 anni, prendere a calci le macerie. E' triste e silenzioso. Ha una barba appena spuntata, indossa blue-jeans ed una camicia verde militare. Ha lasciato la scuola superiore per lavorare in una delle serre dell'insediamento, insieme ad altri 2.000 palestinesi. 10$ al giorno per lavorare dalle 6 di mattina alle 3 di pomeriggio.

Il 29 gennaio scorso, suo fratello Mohammed, di 23 anni, e' stato ucciso dagli israeliani mentre giocava a calcio. Jihad, considerato un rischio per la sicurezza, ha perso il lavoro. "Ho lavorato li' due anni", dice. "Loro hanno tutto: belle macchine, case grandi, giardini, acqua calda pulita ed elettricita', non come noi. Pero' stavo bene. Ora non ho piu' nulla".

Si ferma, la sua faccia prende la familiare maschera di incomprensione e di disperazione che e' stata assegnata a lui, a suo padre ed a suo nonno prima di lui e che, senza dubbio, sara' assegnata ai suoi figli, se ne avra'.

"Oggi o domani", dice, "che importa quando moriro'?"

parte quattordicesima»

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