Diario da Gaza

ultima parte

 

Giovedi pomeriggio, 21 giugno, Gerusalemme

     

 

Joe ed io riattraversiamo il valico di Eretz, i nostri corpetti sulle spalle. Tiro le nostre borse dietro di noi con il carrello, che saltella sull'asfalto sconnesso. Le nostre borse passano dal metal detector. Diamo i passaporti ad una soldatessa israeliana seduta ad un lungo banco di legno, e lei ci da' un pezzo di carta per ognuno di noi. Ci dice di consegnare la carta all'ultimo posto di guardia in Israele. Entriamo nell'immenso parcheggio situato presso Eretz. Saliamo in un vecchio taxi e partiamo per Gerusalemme. Le larghe e comode autostrade, le stazioni di servizio ben fornite, i ristoranti ai lati della strada, le case di stucco, le valli lussureggianti piene di raccolti e viti ci sembrano orribilmente estranei, ora.

Non passa molto tempo e la vecchia Mercedes sulla quale viaggiamo si inceppa. Il guidatore, un arabo israeliano, non riesce a rimetterla in moto. L'attesa e' snervante. Il guidatore non vuole che scendiamo dall'auto. Ci dice di aspettare che passi un'altra auto della sua compagnia o che il motore ridia segni di vita. Perdo la pazienza. Insisto che ci faccia andare ad una fermata dell'autobus sull'autostrada, dove un gruppo di soldati israeliani, fucili d'assalto M-16 in spalla, aspettano un passaggio.

Riusciamo a prendere un piccolo pullmann con due suore a bordo. Le sorelle gestiscono una clinica a Gaza. Parlano francese, la lingua del loro ordine religioso. Mentre passiamo attraverso le colline di Gerusalemme, mi ricordo di un'altra epoca, l'epoca in cui le classi benestanti del medioriente parlavano francese. Ci si puo' ancora imbattere in qualche vecchio dottore o intellettuale di Damasco o del Cairo, dall'educazione tipicamente francese, mentre oggi tutto e' stato rimpiazzato da McDonalds e dallo slang americano.

La luce del pomeriggio inonda di polvere dorata Gerusalemme, sulla cima della collina di fronte a noi. E' difficile non provare emozione di fronte a questa citta', di fronte a tutto cio' che ha passato e che ancora passera'. Ha visto la sua parte di zeloti, coloro che combattevano in nome di cause ora dimenticate. Anch'essi credevano di affrontare un insolubile dilemma umano.

Sono stato invitato a pranzo da un amico, a Gerusalemme ovest. Suo padre lascio' Vienna e si trasferi' in Palestina poco dopo che i nazisti conquistarono l'Austria. Sono israeliani liberali, non sopportano ne' Sharon ne' i gruppi religiosi di destra in crescita. Sostengono la creazione di uno stato per i palestinesi. Mi preoccupo per loro ogni volta che c'e' un attentato a Gerusalemme.

A tavola cerco per un attimo di raccontare loro quello che ho visto dei bambini sulle dune di Khan Yunis. Gli racconto la storia. Ammettono che sia sbagliato, e poi aggiungono: "Pero' devi capire, i palestinesi subiscono il lavaggio del cervello". Riprovo a ricominciare, cercando di far capire la crudelta' di cio' che ho visto. Cerco ancora. Fallisco. Sprofondo nel silenzio.

E' tardi quando vado via. Cammino nel centro di Gerusalemme. Il fresco della notte e' un sollievo dopo la calura diurna. Sono contento di essere solo. Attraverso zone di luce e di ombra ritmate dai lampioni stradali. Le mie scarpe sono ancora coperte della polvere del campo.

La guerra ha una seducente semplicita'. Riduce le ambiguita' della vita a bianco e nero. Riempie di passione i nostri giorni terreni. Ci promette di liberarci dei nostri problemi. Quando finisce, manca a molti. Mi sono seduto nei caffe' di Sarajevo ed ho sentito che, sebbene senza voler tornare alle sofferenze, molti sentivano la mancanza dello spirito di sacrificio della lotta collettiva.

Il costo della guerra e' intollerabile. Distrugge le famiglie, lascia dietro di se' un dolore lancinante, irriconciliabile. E' una malattia, e nell'aria notturna io ne sento il contagio. La giustizia non e' in discussione, qui: la guerra consuma i buoni ed i cattivi, coloro che subiscono l'ingiustizia e coloro che la praticano. La pieta' e' bandita. La paura regna. Ed il vecchio motto ancora risuona, detto ai bambini disperati per amore della gloria: Dulce ed decorum est pro patria mori.

 

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traduzione a cura di www.arabcomint.com