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Mi
addormento nel taxi per Gaza, e Joe mi sveglia
quando siamo nei pressi del checkpoint di Eretz,
nel nord della striscia, che separa Gaza da
Israele. Eretz e' deserta. Le autostrade a molte
corsie che una volta permettevano il passaggio di
traffico e merci oggi sembrano inutilizzate. I
bassi capannoni ed i magazzini, una volta usati
come protezione dai palestinesi che aspettavano i
pulmann che li trasportavano in Israele, sono
vuoti.
I
soldati israeliani sono accovacciati in bunkers
di cemento armato, le punte nere dei loro fucili
a mitraglietta appaiono tra i sacchi di sabbia.
Qui vi sono frequenti scambi di fuoco tra
palestinesi ed israeliani, specie dopo il
tramonto. Mi sistemo il giubbotto antiproiettile,che
ha il termine "press" (stampa) ben
visibile sul davanti. Ci avviciniamo all'ufficio
israeliano, dove i nostri passaporti e le press-cards
vengono controllati ed i nostri bagagli visionati
con minuziosita'. Metto le borse su dei carrelli
a ruote, simili a quelli usati negli aeroporti, e
lo trascino dietro di me mentre ci avviamo verso
il lato palestinese, percorrendo un quarto di
miglio di asfalto vuoto. Alti muri di cemento
armato delimitano i viali. Mi gettero' a terra al
di sotto di questi muri, se dovesse iniziare il
fuoco.
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Attraversiamo
il checkpoint alle 4 del pomeriggio. All'ultimo posto di
guardia israeliano, contrassegnato dalla bandiera bianca
e blu con la Stella di Davide, alcuni soldatini ci
scrutano e, ironicamente, ci augurano buon viaggio.
Indico la targhetta "press" sul petto. "Sparami
qui", dico, ridendo. Poi mi indico la testa: "Non
qui".
parte terza »

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