Diario da Gaza
terza parte
Venerdi mattina, 15 giugno, Gaza City
L'hotel e', dunque, un simbolo di cio' che avrebbe dovuto essere, un luogo arioso, elegante, con soffitti a cupola, pareti di stucco di Siena, piastrelle blu oltremare, e balconate che guardano verso il Mediterraneo. Assomiglia, con le sue porte d'ingresso ad arco, agli hotels dei villaggi turistici della Tunisia. Gli ufficiali di Arafat trascorrono le serate seduti sulle terrazze in compagnia di mogli e fidanzate, poche delle quali indossano il tradizionale foulard islamico. Di mattina, mentre Joe ed io ci riforniamo di omelettes e pane per evitare di doverci fermare negli squallidi chioschi del campo di Khan Yunis, siamo raggiunti in terrazza dal mio amico Azmi Kashawi. Azmi - che con il suo giropancia potrebbe facilmente interpretare Falstaff, se non fosse un devoto musulmano che non beve - e' un giornalista. Abbiamo superato molte cose, insieme. Nell'ottobre del 2000, al valico di Netzarim a Gaza, ci trovammo al centro di una brutale imboscata israeliana. Un giovane palestinese poco distante da noi fu sparato al petto ed ucciso. Da allora, siamo sempre passati dal valico provando leggeri brividi, sudore freddo improvviso. Azmi, involontariamente, qualche volta si fa scappare la parola "ricordi?". Senza Azmi molte porte rimangono chiuse. Gli sono grato di avere accettato di accompagnarci a Khan Yunis. Sediamo guardando il mare. Azmi prende un te'. La silhouette nera di una nave da guerra israeliana si staglia minacciosa e immobile all'orizzonte.
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