Diario da Gaza

quarta parte

 

 

Venerdi pomeriggio, 15 giugno, Abu Holi

     

Joe ed io infiliamo i nostri giubbotti nella macchina di Azmi, dove tiene il suo equipaggiamento e la telecamera, e scivoliamo lungo la costa per Khan Yunis. Azmi batte il volante con le dita mentre ascolta una cassetta del cantante egiziano Abdel Halim Hafez. Ci invita a guardare la costa, egli stesso guida con il volto girato da quella parte, guardando le onde spumeggianti, ammirando il mare.

L'allegria del nostro viaggio si smorza allorche' raggiungiamo il valico di Abu Holi, controllato da Israele, a circa 15 miglia da Gaza City. Il paesaggio, qui, e' lunare. Per centinaia di acri, i campi sono stati estirpati dai bulldozers, le case demolite, gli alberi d'olivo sradicati e portati via. Poco lontano sorge una torretta conica di cemento occupata da soldati israeliani. Su entrambi i lati del checkpoint, lunghe file di auto attendono di passare. La via costiera e' l'unica strada per arrivare al sud della striscia di Gaza ed a Khan Yunis, e a questo punto essa e' attraversata da un'autostrada usata solo dai coloni e dall'esercito israeliano. Quando i coloni sfrecciano nelle loro macchine bianche, blindate, tutto il traffico palestinese deve fermarsi. Possono passare settimane con la chiusura di quell'intersezione o con i soldati che lasciano passare solo poche auto, mandando indietro tutte le altre.

Azmi spegne la radio. Insiste che tutti aprano una finestra. Noi non parliamo. Ci slacciamo la cintura di sicurezza. In tutte le zone di guerra, si cerca sempre di trovare una porta ed una via facile per scivolare a terra se cominciano gli spari. Ci muoviamo lentamente nel traffico fino a che non ci troviamo di fronte alla torre. Azmi avanza con lentezza mentre stringe gli occhi per concentrarsi su una mano che sporge da una fessura nel vetro antiproiettile. Il palmo piatto significa stop. Se leggi male i segni o oltrepassi la torre quando gli israeliani vogliono che ti fermi, la tua vettura sara' fatta oggetto di colpi d'arma da fuoco. Non ci muoviamo. Aspettiamo. Finalmente la mano dietro il vetro di plexigas ci fa cenno di andare.

Azmi, sudando freddo, comincia a guidare con cautela. Joe segna tutto sul suo taccuino. Attraversiamo l'autostrada dei coloni - che nessun palestinese puo' utilizzare - e sorpassiamo la lunga fila di veicoli che aspettano dall'altra parte. Ci vogliono diversi minuti prima che Azmi ci dica di chiudere le finestre per mettere nuovamente in funzione l'aria condizionata. Nessuno di noi se la sente di parlare.

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