Diario da Gaza

sesta parte

 

 

Sabato, 16 giugno , Khan Younis

     

 

Le postazioni israeliane sulle dune circondano virtualmente gli insediamenti ebraici, le cui villette imbiancate e i giardini ben curati appaiono come usciti da un sobborgo della California del sud. Dentro alla recinzione elettrica vi sono magazzini in cui veniva utilizzata manodopera palestinese a basso costo per confezionare abiti da esportazione o curare vegetali e primizie in grandi serre.

Siamo alla ricerca di Fuad Faqawi, che conduce l'ufficio di Khan Yunis dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA). Azmi ci porta da uno stretto passaggio all'altro fino a che giungiamo presso una casa in cemento armato circondata da un muro, e bussiamo alla porta di metallo.

Faqawi ci saluta e ci fa accomodare su sedie e seggiole, sotto una tettoia, i cui piedi affondano nella sabbia. Tiene stretto un walkie-talkie.
Faqawi e' nato a Khan Yunis, che fu messo su nel 1949 per fornire assistenza ai circa 200.000 profughi palestinesi che erano stati allontanati dai loro villaggi dall'avanzare dell'esercito israeliano. Come quasi tutti i campi profughi, dapprincipio Khan Yunis era una tendopoli, un accampamento temporaneo creato per accogliere 35.000 profughi fino a che questi non fossero rientrati nelle proprie case. Le tende furono sostituite, nel 1953, da abitazioni in cemento armato.

Gli egiziani, che allora controllavano Gaza, non permisero l'espansione del campo, ne' lo permise Israele, che conquisto' Gaza dopo la guerra del 1967. Sebbene abbia la stessa estensione che aveva nel 1949, Khan Yunis conta il doppio dei profughi che ci vivevano 50 anni fa. Il tasso di crescita dei palestinesi e' uno dei piu' alti al mondo - 3,7% contro l'1,7% degli israeliani. Questo e', semplicemente, uno degli angoli piu' sovraffollati del pianeta.

I palestinesi di Gaza, 1,1milione di essi, la maggior parte dei quali non possiede i mezzi per emigrare, vivono in un'area esigua. Il 20% di quel territorio e' occupato da sedici insediamenti ebraici, in cui vivono 6.000 coloni. In altre parole, un quinto di Gaza appartiene al 5% della gente che vi abita.

Faqawi dice che c'e' stato un momento, 20 anni fa, in cui l'UNRWA, che gestisce scuole, cliniche e distribuisce mensilmente viveri ai rifugiati, sembro' aver esaurito i suoi compiti. Nei tardi anni '80, il 40% degli uomini del campo avevano impieghi in Israele come salariati, e la disoccupazione era relativamente bassa. La paga non era granche' ma permetteva alla gente di comprare cibo, televisioni e frigoriferi. La decisione di Israele di imporre restrizioni su decine di migliaia di lavoratori durante la prima intifada e dopo l'appoggio dato da Arafat all'Iraq durante la Guerra del Golfo, ha rovesciato la situazione. Oggi la disoccupazione tocca il 40%. Stime delle N.U. rivelano che un palestinese su tre vive con meno di 2,10 dollari al giorno. L'economista palestinese Samir Hulaileh stima che piu' dei due terzi dei palestinesi di Gaza vivranno al di sotto della linea di poverta' per la fine dell'anno.

Nel campo, la famiglia media riceve cinque chili di lenticchie, cinque chili di riso, cinque chili di zucchero, due litri di olio per cucinare, e cinquanta chili di farina al mese dall'UNRWA. Ci sono 837.750 profughi registrati come tali nella striscia di Gaza, il 54,6% dei quali (457.426) vive nei campi.

"Oslo non ha significato praticamente nulla per la gente di Khan Yunis", dice Faqawi. Il suo giardinetto e' pieno di bambini a piedi scalzi, coi visetti impolverati, i piu' piccoli dei quali indossano solo una camicetta a brandelli. I bambini si muovono in piccoli gruppi per tutto il campo urlando, frugando nei rifiuti, fumando cicche di sigarette e, normalmente, si trovano a tirare pietre ai soldati. I palestinesi piu' benestanti riescono a tenere i bambini in casa piu' facilmente.

Faqawi entra nella sua casa e ne esce portando una borsa un po' consumata. Teneramente ne fa uscire dei documenti color seppia. Le carte, timbrate dal Governo di Palestina, allora sotto mandato britannico, rappresentano la licenza posseduta da suo padre per vendere tabacchi e cibo nel suo emporio di Jaffa. Tira fuori anche il documento di Registrazione delle Terre, emanato durante il 1928, che testimonia il diritto di Faqawi alla casa di suo padre.

"La nostra casa a Jaffa esiste", dice, porgendomi le carte. "Ho tutti i documenti. Adesso vi vive una famiglia di ebrei iracheni. Ci sono stato in visita nel 1975. Mi hanno offerto un caffe'. Mi hanno detto che sapevano che quella era la mia casa. Mi hanno detto che in Iraq possiedono ancora quattro case, e che posso andare a prenderne una".

Faqawi e' cresciuto nel campo, condividendo, con otto fratelli, un'esigua casetta in cemento armato. I bambini dormivano tutti in un'unica stanza. Faqawi ricorda che non aveva scarpe, ne' libri di scuola ed era tormentato da malattie ed insetti.

"Dei membri delle N.U. vennero alla nostra scuola elementare e ci dissero di aprire la camicia", dice, "Ci spruzzarono addosso del DDT... Quando nei negozi vedevo le foto del modo in cui vivevano le altre persone, provavo rabbia. Ero geloso di quelli che portavano i capelli lunghi. Noi non potevamo a causa dei pidocchi".

Mentre parliamo, un mortaio fatto in casa, lanciato da poco distante, fende l'aria. Questo, o il successivo, saranno seguiti dal fuoco di risposta dei militari. Gruppi di giovani palestinesi sono gia' sulle dune e lanciano sassi alle jeep israeliane che pattugliano l'insediamento colonico di Gani Tal. I soldati israeliani aprono il fuoco e feriscono otto palestinesi, cinque dei quali hanno meno di diciotto anni. Allo stesso momento, ad Halhoul, una cittadina a nord di Hebron, i soldati israeliani hanno ferito sette palestinesi, due medici tra di essi. La sparatoria e' avvenuta allorche' i palestinesi hanno cercato di smantellare una barricata, costruita dai militari israeliani, che spacca in due la via d'accesso alla citta'.

Faqawi torna di nuovo in casa, la sigarette che pende dalle labbra, e ritorna con resti accartocciati di munizioni israeliane, inclusi i famigerati aghi neri, a forma di freccia, conosciuti come "flechettes". Questi aghi sono compressi nella testata di un missile e fuoriescono in un ammasso letale allorche' il missile esplode. Pochi giorni fa, tre donne, a Gaza, sono state uccise dalle flechettes.

Faqawi dice in un singhiozzo: "Assistiamo ad un aumento di divorzi, liti nelle case, urla per strada. Ma io credo ancora nel negoziato".

Guarda ai suoi due figli, che fanno una smorfia quando lo sentono parlare di compromessi.
Mentre stiamo per andare via, Faqawi viene verso di me e mi sussurra: "Non potro' mai dire che il modo giusto per combattere Israele e' quello di farci esplodere. Non posso permettere che i miei figli lo recepiscano. Saro' sempre in disaccordo su cio'".
Si ferma, con gli occhi inumiditi: "E se fossi d'accordo", continua, "non lo direi a loro".

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