Diario da Gaza

settima parte

 

Sabato pomeriggio, 17 giugno, le dune

     

Siedo all'ombra di una tettoia coperte di foglie di palma sul bordo delle dune, momentaneamente abbattuto dal gran caldo, dalla folla, dall'odore acre delle fogne aperte. Un amico di Azmi mi porta, su di un vassoio, un bicchiere rosso e fresco di succo di carcade'.

Bambini scalzi giocano a calcio, col pallone ricavato da fogli appallottolati di giornale. Uomini in jallabiah bianche fumano nervosamente, all'ombra di sottili alberi. Due asini emaciati tirano un carrettino di legno, con la soma protuberante.

Tutto sembra immobile. Il campo e' in attesa, come trattenendo il respiro. Ed allora, fendendo l'aria, una voce minacciosa esce da un altoparlante.

"Avanti, cani", urla la voce in arabo: "Dove sono i cani di Khan Yunis? Avanti, fatevi avanti".

Mi alzo in piedi, esco dal riparo. Le invettive dall'altoparlante continuano: "Figli di puttana! La ... di vostra madre!". I ragazzini in piccoli gruppi di avvicinano alla recinzione elettrica sulle dune che separa il campo profughi dall'insediamento colonico e iniziano a lanciare sassi contro le jeep militari parcheggiate sulla cima delle dune ed equipaggiate con l'altoparlane. Tre ambulanze sono allineate al di sotto delle dune, in attesa di quello che avverra'.
Esplode una granata a percussione. I ragazzini, molti dei quali non piu' grandi di 10-11 anni, scattano, correndo precipitosamente nella sabbia. Si nascondono dietro un sacco di sabbia di fronte a me. Non c'e' suono di spari. I soldati sparano col silenziatore. Le pallottole dei fucili mitragliatori M-16 volano al di sopra e attorno i magri corpi dei bambini. Piu' tardi, nell'ospedale, vedro' l'orrore: gli stomaci aperti, fori nelle gambe e nei torsi.

Ieri, in questo posto, gli israeliani hanno sparato a otto giovani, sei dei quali avevano meno di 18 anni. Uno aveva dodici anni. Questo pomeriggio hanno ucciso un bambino di 11 anni, Ali Murad, e ne hanno feriti gravemente altri quattro, tre dei quali avevano meno di 18 anni. I bambini sono stati uccisi in tutti i conflitti da cui ho fatto il corrispondente - gli squadroni della morte li sparavano in Salvador e Guatemala, mamme e bambini venivano uccisi in Algeria, e i serbi ne hanno colpiti tanti a Sarajevo - ma non ho mai visto, prima d'ora, soldati adescare i bambini come gatti in trappola e poi ucciderli per sport.

Ci avviciniamo ad una postazione della polizia palestinese dietro una collinetta di sabbia. I poliziotti, in uniforme verde, stanno preparando il te'. Dicono che hanno rinunciato a mandare via i bambini da quel luogo. "Quando diciamo ai bambini di non andare alle dune, loro ci gridano 'collaborazionisti'," dice il sottotenente Aiman Ghnam, "e quando ci avviciniamo alla recinzione elettrica gli israeliani ci sparano addosso. Non ci resta, dunque, che sedere qui ed aspettare la guerra".

parte ottava»

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