Diario da Gaza
settima parte
Sabato pomeriggio, 17 giugno, le dune
"Avanti, cani", urla la voce in arabo: "Dove sono i cani di Khan Yunis? Avanti, fatevi avanti". Mi alzo in piedi, esco dal riparo.
Le invettive dall'altoparlante continuano: "Figli di
puttana! La ... di vostra madre!". I ragazzini in
piccoli gruppi di avvicinano alla recinzione elettrica
sulle dune che separa il campo profughi dall'insediamento
colonico e iniziano a lanciare sassi contro le jeep
militari parcheggiate sulla cima delle dune ed
equipaggiate con l'altoparlane. Tre ambulanze sono
allineate al di sotto delle dune, in attesa di quello che
avverra'. Ieri, in questo posto, gli israeliani hanno sparato a otto giovani, sei dei quali avevano meno di 18 anni. Uno aveva dodici anni. Questo pomeriggio hanno ucciso un bambino di 11 anni, Ali Murad, e ne hanno feriti gravemente altri quattro, tre dei quali avevano meno di 18 anni. I bambini sono stati uccisi in tutti i conflitti da cui ho fatto il corrispondente - gli squadroni della morte li sparavano in Salvador e Guatemala, mamme e bambini venivano uccisi in Algeria, e i serbi ne hanno colpiti tanti a Sarajevo - ma non ho mai visto, prima d'ora, soldati adescare i bambini come gatti in trappola e poi ucciderli per sport. Ci avviciniamo ad una postazione della polizia palestinese dietro una collinetta di sabbia. I poliziotti, in uniforme verde, stanno preparando il te'. Dicono che hanno rinunciato a mandare via i bambini da quel luogo. "Quando diciamo ai bambini di non andare alle dune, loro ci gridano 'collaborazionisti'," dice il sottotenente Aiman Ghnam, "e quando ci avviciniamo alla recinzione elettrica gli israeliani ci sparano addosso. Non ci resta, dunque, che sedere qui ed aspettare la guerra".
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