Diario da Gaza
ottava parte
Lunedi mattina, 18 giugno, Khan Younis
Gli stringo la mano, facendogli le condoglianze. Incliniamo la testa simultaneamente per parlarci. Il piccolo corpo giace poco distante. E' difficile concentrarsi. La fragile sagoma del corpicino morto, avvolta in un sudario, mi ricorda mio figlio di 11 anni. Una volta ero in una stanza in Kossovo con una madre ed i suoi figli poco dopo che i serbi avevano ucciso il loro papa'. Il figlioletto teneva tra le mani la carta d'identita' di suo padre, guardava la foto e piangeva. Come allora, provo il desiderio di scappare. Voglio tornare a casa, dai miei bambini. Un'auto, guidata da attivisti, si ferma alla fine della strada. Gli islamici con la barba, vestiti di bianco, vogliono trasformare il funerale in una marcia di proteste e rabbia. E' un atto consueto. I martiri, specie i giovanissimi, sono un'arma potente per i gruppi radicali, perche' e' molto difficile discutere con la morte. I nazionalisti di Bosnia e Kossovo, gli insorti in America Centrale, hanno sempre fatto delle grandi manifestazioni ai funerali di coloro che si sono sacrificati per la causa. Il papa' sembra indifferente a tutto. Parla lentamente, ed i suoi occhi spenti, dallo sguardo vuoto dicono la verita' sulla retorica del sacrificio e della gloria. "E' cio' che cercavo di evitare", dice, la voce bassa e tremante. "Portavo Ali con me tutti i giorni al mio ristorante di al-Bahar Street alle 6 di mattina. Mi facevo promettere che non sarebbe andato alle dune a lanciare sassi. Ieri mi ha chiesto di tornare a casa alle 3. Mi ha detto che doveva studiare per le sessioni straordinarie, dal momento che le scuole sono state chiuse quasi tutto l'anno. Dopo mezz'ora, qualcuno e' venuto da me a dirmi che Ali era stato sparato alle gambe. Ho corso fino all'ospedale. Non mi hanno fatto entrare. Mi hanno detto che sarebbe stato dimesso presto. Mi hanno detto che stava bene. Ho fatto forza per entrare e l'ho visto steso nel corridoio, morto con un proiettile nel cuore. Sono svenuto". Molti bambini ci guardano dal bordo della tenda. Dicono di aver chiamato Ali che tornava a casa, di averlo invitato ad andare con loro sulle dune. "Tutti abbiamo lanciato pietre", dice Ahmad Moharb, di 10 anni. "Con gli altoparlanti i soldati ci chiamavano alla recinzione dicendo che ci avrebbero dato soldi e cioccolato. Poi ci hanno insultato. Hanno sparato un colpo di granata. Noi abbiamo cominciato a correre. Ali e' stato colpito alla schiena. Non voglio tornarci. Ho paura". Durante i funerali, il sedicenne Adel Hussein al-Muqannan, che e' stato ferito con Ali, e' stato dichiarato clinicamente morto all'ospedale Nasser di Khan Yunis. E' stato colpito all'addome, il proiettile gli ha tranciato l'aorta. Il fratello 15enne di Adel, Hussein, e' stato ucciso dai soldati israeliani il 2 novembre del 2000, al checkpoint di Tuffah, alla fine di Khan Yunis. Il piccolo corpo di Ali viene
caricato su un camioncino. Una selva di giovani, alcuni
con la barba e vestiti di bianco, alcuni vestiti di nero
e col capo coperto, marciano in tre file, con le armi
automatiche puntate verso l'aria. Le migliaia di
manifestanti cantano slogan islamici e anti-israeliani. Il furgone, con un generatore sul retro per amplificare il suono dell'altoparlante, guida la manifestazione. I posters dei giovani martiri sono dovunque, alcuni di essi imbracciano il fucile della resistenza sullo sfondo della Moschea dell'Aqsa. Questi ragazzi, probabilmente, non hanno mai imbracciato un fucile ne' visitato mai la moschea. La folla passa accanto ai murales ed ai graffiti che ornano i muri del campo. Uno di questi mostra un autobus israeliano, marcato dalla stella di Davide, in fiamme. "Non avere misericordia di quelli che sono dentro", dice la didascalia sotto, "Fallo saltare, colpiscilo!". Hamas ha firmato il murales. Un altro mostra dei guerriglieri palestinesi col volto coperto, i fucili automatici in spalla, che lanciano un mortaio contro un insediamento colonico. Un altro ancora mostra una pila di skulls gialli, tutti contrassegnati dalla stella di Davide blu. Su di un muro e' dipinto lo scheletro di un colono che pende da un post. Molti muri portano i nomi dei 37 palestinesi uccisi a Khan Yunis da settembre. Ogni nuova uccisione relega sempre piu' sullo sfondo qualsiasi voce di moderazione. Azmi, che ha qualche amico israeliano, dice che non parla piu' con loro per non essere accusato di collaborazionismo. Come in tutti i conflitti, tutti i dialoghi si sono trasformati in un urlo.
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