Diario da Gaza
nona parte
Lunedi pomeriggio, 18 giugno, Khan Younis
Sua madre, seduta al suo capezzale e con la testa coperta da un foulard nero, scuote la testa tristemente. "Ci va ogni giorno", dice con dolcezza. "Ho mandato il mio figlio maggiore a riprenderlo per portarlo a casa. Io dico sempre ai ragazzi che e' inutile, lanciare pietre e diventare dei martiri non fara' andare via gli israeliani. Mia sorella ha perso un figlio. Mio fratello ha perso un figlio. Un mio zio e' stato ucciso, un mio cugino e' morto. Gli dico di guardare alla storia della lotta del nostro popolo. Tutti questi morti cosa hanno risolto?". Comincia a parlare della prima intifada, che porto' agli accordi di Oslo. Suo marito, Samir, sta in piedi, pantaloni bianchi, camicia blu e sandali. E' stato prigioniero in Israele. Una mattina, i soldati israeliani sfondarono la porta della sua casa di due stanze mentre lei stava cuocendo il pane. Suo figlio aveva sei mesi. Misero la casa a soqquadro e gettarono il bimbo sul forno. Rimase gravemente bruciato. Mentre parla, tocca con gentilezza il braccino, adesso sforacchiato dagli aghi intravenosi. Prima di uscire dall'ospedale, visitiamo lo studio del dottor Mahmud al-Mahdun, direttore sanitario. Ci porge alcune buste di plastica piene di frammenti di proiettile estratti dal corpo dei suoi pazienti. Tutt le buste portano scritte le date, i tipi di ferite, il nome delle vittime. Di circa 1.206 tra uccisi e feriti, dice, 655 erano al di sotto dei 18 anni. Non riesce a capire il perche' i militari israeliani sparino a dei bambini. "In trent'anni di pratica", dice, "non ho mai visto un paziente che sia morto perche' colpito da una pietra".
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