Dirottata dal destino

"Da quando lasciammo Haifa, mia madre non tocco' piu' un'arancia. Ed anch'io, da allora - avevo 4 anni - ho giurato di mangiare arance solo quando tornero' a casa, in Palestina"

 

Confessioni raccolte a Londra

La combattente palestinese Leila Khaled siede discretamente nel retro di una antica farmacia palestinese di Edgware Road, a Londra. Nei giorni della gioventu', dirottava aerei. Le sue immagini degli anni '70, quelle di una rivoluzionaria con kufiya palestinese e kalashnikov, sono diventate un'icona come quelle di Che Guevara.

Nel 1969, a 25 anni, armata di pistola e granate, divenne la prima donna in assoluto ad aver dirottato a Damasco un volo della TWA. Qui riusci' a scappare, dopo aver trattato il rilascio degli ostaggi con la liberazione di prigionieri politici palestinesi ed aver fatto esplodere l'aereo a terra.

Leila si sottopose ad un'operazione di chirurgia plastica e ripete' l'operazione un anno dopo, quando fu coinvolta in una serie coordinata di dirottamenti aerei, culminata nell'esplosione simultanea di tre aerei in Giordania e di uno in Egitto.
Il tentativo di dirottare un volo della El Al ad Amsterdam fu catastrofico. Quando lei ed il suo complice, il nicaraguense Patrick Arguello, cercarono di prendere d'assalto la cabina di pilotaggio, il pilota tiro' l'accelleratore e mando' l'aereo in picchiata.
Arguello fu ucciso a mezz'aria da agenti di sicurezza in borghese, mentre Leila riusci' ad uscirne quasi incolume. Dopo aver trascorso 28 giorni nella prigione di Ealing, fu liberata in seguito ad una trattativa tra il primo ministro britannico Edward Heath ed il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser.

Posate le armi dopo la nascita del suo primo figlio, nel 1981, Leila ha continuato la sua battaglia all'interno del movimento politico marxista del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Dopo una vita di lotta, oggi, a 58 anni, i suoi discorsi sono ancora incendiari.

Leila rigetta categoricamente l'accusa di "terrorismo" , affermando che i suoi dirottamenti furono operazioni di successo volte ad attrarre l'attenzione mondiale verso le sofferenze dei palestinesi.
"C'e' una differenza tra terrorismo e lotta armata. La prima volta che partecipai ad un'operazione, mi definirono "terrorista". Ero giovane, in quel tempo, e non capivo. Nel 1948 urlavamo in agonia, ma nessuno udiva le nostre sofferenze. Nessuno defini' "terroriste" le bande sioniste. Oggi, i combattenti per la liberta' sono definiti terroristi, ed i terroristi vengono considerati uomini di pace. I capitalisti sono sempre riusciti a costruire gli strumenti necessari affinche' il pubblico creda alle loro bugie. Questa e' la globalizzazione, una nuova invenzione".

Leila racconta la storia di una studentessa dell'Universita' di St.Andrews, in Scozia, che la contatto' per un'intervista.
"Mi chiese se poteva venire in Giordania ed incontrarmi per un progetto di ricerca. Fui stupita di sentire che quel college aveva appena aperto un dipartimento per gli studi sul terrorismo. Le dissi: "Ha avuto l'indirizzo sbagliato. Ma vorrei aiutarla, dunque le daro' gli indirizzi di Sharon, Netanyahu e Bush. Lei rise, e poi discutemmo su come cambiare la sua tesi ponendo una differenziazione netta tra terrorismo e legittima lotta di resistenza. La legge internazionale conferisce ai palestinesi il diritto di utilizzare ogni mezzo per la loro liberazione nazionale, inclusa la lotta armata". Il suo umorismo e' surreale: "Mi chiedo quante facolta', in occidente, abbiano aperto lo stesso dipartimento. Probabilmente mi ci iscrivero'. Le nuove generazioni hanno tanta di quella tecnologia, a disposizione. Io, invece, ho confidenza solo con i telefoni - e con gli aeroplani".

Leila non nutre alcuna fiducia nelle visioni americane circa un possibile stato palestinese: "Bush ha detto che sara' la sua visione a creare uno stato palestinese, ma noi conosciamo questa visione da 54 anni, ed essa ci ha portato solo lutti. Israele rifiuta di obbedire alle risoluzioni ONU e questo viene accettato". Quindi rivolge a loro le accuse di terrorismo: "Pensate che crederemo a questi macellai? Gli elicotteri Apache e gli F-16 israeliani sono made in USA. Bush ha definito Sharon "un uomo di pace". Questa e' una barzelletta macabra. Sono questi i veri nemici del popolo palestinese".

Poi denuncia con forza i nuovi precedenti nella legge internazionale - "assassinii mirati extra-giudiziari", "deportazione punitiva o forzata" e detenzione "amministrativa" senza nessuna accusa - introdotti da Israele e Stati Uniti.
"Il governo israeliano vuole l'espulsione del popolo palestinese dalla sua terra ancestrale occupata", afferma Leila. "Il Likud vuole uno stato palestinese ... in Giordania. Hanno legalizzato la deportazione forzata. L'ex-ministro Rehavam Zevi aveva queste idee, e le ha trasmesse a tanti altri, come ad esempio Avigdor Lieberman, un estremista giunto dall'America ad occupare la nostra terra, il quale chiede apertamente il "trasfer" della popolazione palestinese".

A quattro anni, nel 1948, Leila fu costretta a lasciare la sua citta' natale, Haifa, assieme alla sua famiglia. Anni dopo, sua sorella fu assassinata dal servizio segreto israeliano, il Mossad, che la scambio' con Leila. Il gruppo a cui apparteneva promise vendetta pari per l'assassinio della giovane.
"Noi siamo contro la violenza e l'assassinio, ma quando e' il momento di agire, dobbiamo farlo perche' veniamo assassinati costantemente da 54 anni. Vi aspettate che diciamo: OK, lo accettiamo? Essi hanno occupato il nostro paese con la violenza, ci hanno scacciati con la violenza e con la violenza hanno stabilito il loro stato. Fino a che ci sara' occupazione, ci sara' resistenza. Israele ha violato tutte le leggi internazionali e finche' gente come Sharon, Netanyahu e la loro cricca di criminali di guerra controlleranno Tel Aviv, la lotta si intensifichera'. La storia sanguinaria di Sharon e' ben nota. Anche il suo futuro sara' sanguinoso. I palestinesi sanno come trattare questi massacratori".

Parlando del passato, Leila afferma di considerare Patrick, il suo compagno assassinato su un aereo della El Al "un buon amico, un idealista. Ha combattuto ed e' morto per una causa giusta, e lo ricordo come un martire internazionale per la liberta'. Noi abbiamo dirottato degli aerei perche' il mondo era sordo quando noi urlavamo sotto le nostre tende da profughi, e perche' nessuno ascoltava le nostre sofferenze. Fino all'inizio della rivoluzione del 1967, i palestinesi erano considerati come un popolo bisognoso di aiuti umanitari, non come popolo con una causa. C'era bisogno che la gente sapesse, che la loro attenzione venisse catturata. Dopo i dirottamenti, essi cominciarono a chiedersi: chi sono i palestinesi? Perche' fanno questo? Perche' una donna fa questo? Qual'e' il torto che hanno subito? Essi, dunque, hanno raggiunto l'obiettivo, hanno "funzionato" ".

"Allo stesso modo, oggi, di fronte ad un kamikaze che sceglie di farsi esplodere tra i suoi nemici, dovremmo chiederci: perche'? Noi stiamo lottando per vivere in pace nella nostra terra. Una povera donna che ricama i suoi abiti, e' parte della nostra lotta. Una giovane che cresce suo figlio affinche' questo conosca ed ami la Palestina, e' parte della nostra lotta. Un uomo che soffre ai checkpoints, e' parte della nostra lotta, cosi' come un medico che cerchi di curare i feriti.
Questo e' un massacro graduale e silenzioso. Essi uccidono, uccidono e uccidono ancora, arrestano la gente, distruggono le loro case, sequestrano le terre, sradicano gli alberi d'olivo, assediano i luoghi sacri. Le donne incinte sono costrette a partorire ai checkpoints perche' viene loro rifiutato l'accesso agli ospedali. Ai bambini viene impedito di frequentare le scuole, sono interrogati, picchiati e torturati. Israele ha reso la vita dei palestinesi cosi' miserabile che la distanza tra la vita e la morte per noi e' minima. Finche' continuera' tutto cio', anche i kamikaze aumenteranno".

Leila rifiuta con sdegno l'accusa secondo cui le sue operazioni abbiano potuto ispirare azioni come quella dell'11 settembre, trent'anni dopo.
"Quello e' stato un atto di terrorismo senza alcuna finalita' umanitaria", dice. "La nostra, invece, era una forma di lotta. Noi dicevamo il perche' delle operazioni, le rivendicavamo, affinche' la gente sapesse. Quelli di New York non avevano alcuna causa. Inoltre noi non abbiamo mai ucciso nessuno. Al contrario, due del nostro gruppo furono assassinati durante un dirottamento. Uno di essi fu assassinato dai servizi segreti israeliani mentre si trovava in custodia presso la polizia britannica".

Dopo oltre 50 anni di lotta, il suo popolo ha poco da mostrare della sua sofferenza.
"Dov'e' la nostra sicurezza?", chiede Leila. "Ho 58 anni e dal 1944, l'anno in cui sono nata, non mi sono mai sentita sicura. Il mio compleanno cade nell'anniverario del massacro di Deir Yassin, del 1948, ecco perche' non ho mai potuto festeggiare. Ogni mese, tuttavia, ci sono ricorrenze tristi che ci ricordano la crudelta' di questa occupazione sanguinosa".

Leila Khaled vede poche prospettive di vita migliore anche per i suoi figli. "Sono madre di due ragazzi, ed essi hanno il diritto di sognare, ma quale speranza hanno? Sono minacciati perche' palestinesi. Mio figlio non ha il diritto di vivere, ne' di continuare i suoi studi. Vorrei tanto che riuscissero ad ottenere un titolo universitario.
Credete che mio figlio accetti tutto cio'? Vi aspettate che i nostri figli parlino di giardini, fiori e sole, mentre tutto cio' che vedono sono elicotteri Apache ed F-16? Io chiedo a Bush e Blair: come chiamate voi i tanks ed i bulldozers, come dite massacro nella vostra lingua? Volete davvero che noi rispondiamo a tutti questi crimini con rose, o seppellendo le nostre teste?

Noi non glorifichiamo la morte: noi siamo le vittime di coloro che ci impediscono di vivere. Noi non chiediamo miracoli, ne' combattiamo per la morte. Noi lottiamo per la nostra dignita', vogliamo vivere".

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