Dove nascono
l'odio e la disperazione
di Gideon Levy
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Le dozzine di checkpoints interni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sono inasprite da centinaia di altri ostacoli: massi di cemento armato, montagne di terreno, cancelli d'acciaio chiusi a chiave, barriere, muri, blocchi stradali a sorpresa, trincee e fossi - una gamma completa di metodi d'imprigionamento. Nessun altro popolo al mondo, oggi, e' incarcerato come lo e' quello palestinese, da anni, a causa nostra. |
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Tutti i checkpoints creati dall'esercito israeliano nei Territori occupati sono immorali ed illegittimi. Di conseguenza, devono essere rimossi senza condizioni. Non vi e' alcuna ragione per spiegarne il compito di sicurezza. Se anche qualcuno riuscisse a dimostrare che esiste una relazione tra il rinchiudere i palestinesi nei loro villaggi e la prevenzione degli attacchi in Israele - il che e' altamente dubbio - non vi sarebbe alcuna differenza. Uno stato che si definisce legale non può adottare misure immorali ed illegittime.
| Ugualmente irrilevante e' la discussione sulle condizioni fisiche esistenti ai checkpoints. Disgraziati come sono, migliorarli non aggiungerà nulla alla loro legittimità. La sola questione lecita e': perché esistono questi checkpoints nei territori occupati? Secondo quale diritto? Solo per soddisfare i coloni ed abusare dei palestinesi? E' irrilevante anche la questione se gli ordini che ricevono i militari israeliani siano legali o meno. E' il soldato che ha lasciato passare un ragazzo ferito attraverso il checkpoint di Beit Iba, la settimana scorsa, ma ha impedito il passaggio ad un uomo con l'ernia del disco? | ![]() |
La risposta e' irrilevante. Il solo fatto che egli sia lì, e che gli sia conferita l'autorità di privare arbitrariamente un popolo del diritto basilare di muoversi all'interno della sua terra, e' immorale. Dunque, l'iniziativa di porre militari che parlano arabo ai checkpoints e' ridicola. Privare qualcuno dei suoi diritti parlandogli in arabo e' tutto meno che morale.
Uno stato che si definisce una democrazia non imprigiona tre milioni e mezzo di persone nei loro villaggi e città, taglia il loro paese in strisce e dichiara che le strade sono per i soli ebrei. In Israele, tuttavia, non si ritiene che l'illegittimità dei checkpoints sia una buona ragione per rimuoverli. L'unica discussione che può capitare di sentire e' sulla loro utilità per la sicurezza e sul bisogno di migliorare la condotta dei militari.
Una commissione speciale stabilita non molto tempo fa dal coordinatore del governo per le attività nei territori sta esaminando le azioni dell'esercito in quattro differenti checkpoints. Non c'e' alcun bisogno di una commissione: tutto ciò che si deve fare e' smantellarli. Un'altra iniziativa del parlamentare di Meretz, Roman Bronfman, che la scorsa settimana ha convocato un gruppo di deputati che visiteranno e monitoreranno gli eventi ai checkpoints, e' ugualmente encomiabile. Come l'articolo di Ha'aretz scritto dall'ex sindaco di Tel Aviv e generale maggiore in pensione Shlomo Lahat, il quale descrive ciò che egli ha visto ai checkpoints, questa nuova iniziativa parlamentare riuscirà a generare interesse su ciò che accade in quei luoghi. I parlamentari vedranno con i loro occhi e racconteranno al pubblico ciò che i militari fanno: le donne in travaglio costrette ad aspettare, in piedi, senza fine, le donne obbligate a dire ai militari che stanno sanguinando, affinché i loro cuori si ammorbidiscano, il ragazzo che implora il soldato di lasciarlo passare per andare a visitare suo nonno. Ma questa iniziativa non deve avere come obiettivo il miglioramento delle condizioni ai checkpoints, bensì la loro rimozione immediata.
| Dal primo giorno d'occupazione, i palestinesi non sono mai stati sottoposti ad una violenza più dura di quella che li priva della libertà di muoversi. Le dozzine di checkpoints interni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza sono inasprite da centinaia di altri ostacoli: massi di cemento armato, montagne di terreno, cancelli d'acciaio chiusi a chiave, barriere, muri, blocchi stradali a sorpresa, trincee e fossi - una gamma completa di metodi d'imprigionamento. Nessun altro popolo al mondo, oggi, e' incarcerato come lo e' quello palestinese, da anni, a causa nostra. Tuttavia, la maggior parte degli israeliani non sa la vera dimensione di questo imprigionamento. La confusione che esiste tra i checkpoints posti sulla linea verde del 1967, legittimi perché costituiscono una sorta di "confine" tra due entità, e quelli interni, che sono la maggioranza e che non hanno altro scopo se non quello di tormentare la vita della popolazione, accresce questa inconsapevolezza. Invisibili in Israele, i checkpoints della Cisgiordania e di Gaza umiliano quotidianamente un intero popolo. Ciò non ha nulla a che vedere con la sicurezza - o forse ce l' ha: i checkpoints sono la grande fucina del terrorismo. E' lì che vengono fomentati odio e disperazione. "Funzionari umanitari ai checkpoints?". Questa e' una frase inaccettabile tanto quanto la contraddizione interna dell' "occupazione illuminata". |
In Palestina si nasce così |
E' difficile immaginare cosa significhi passare attraverso un checkpoint - situato, diciamo, tra Ramat Hasharon e Tel Aviv - con un soldato straniero che ti umilia ed un'ottima probabilità di essere vergognosamente rispedito indietro da dove sei venuto. In questo spettacolo, persino il funzionario più umanitario recita un ruolo distintamente disumano. Un giorno dovremo rispondere a domande che oggi non sono sull'agenda pubblica: Chi ci ha dato il diritto di decidere del destino di un altro popolo? Con quale autorità imprigioniamo da anni milioni di persone? Quando ciò accadrà, la questione se il soldato avrà lasciato passare la partoriente o se conosce la lingua araba diverrà secondaria, come dovrebbe essere.
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traduzione a cura di www.arabcomint.com
da "Ha'artez", 18 gennaio 2004