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allora, di chi e' questa guerra?
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| Stranamente,
Kenneth Adelman, un influente consigliere di Donald Rumsfeld alla Defense Policy Board, aveva predetto che la guerra in Iraq sarebbe stata una pacchia, mentre sembra che per il governo non vi sia altra scelta che sacrificare sempre più giovani per piegare la resistenza irachena. |
Uno dei maggiori ostacoli che molti americani di oggi si trovano a dover affrontare e' la loro incapacità ad afferrare i veri motivi che sono dietro la politica estera del loro governo, e quanto tale politica influenzi la loro vita.
Il governo del presidente Bush sta rafforzando il progetto imperialistico del paese, un disegno giustificato dal desiderio dell'America dopo la II Guerra Mondiale di impedire al comunismo di propagarsi nell'emisfero occidentale.
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La fine della
Guerra Fredda ha costituito un evento cruciale per gli Stati Uniti, rimasti con
un tronfio apparato militare e con una mentalità politica che credeva
genuinamente che "la guerra fa bene all'economia". James M. Inhofe,
membro della Commissione Armed Services del Senato, si sentiva "molto più
a suo agio durante la Guerra Fredda che ora", secondo il New York Times (20
luglio 2003). La fine della Guerra Fredda ha, naturalmente, portato alla
riduzione delle forze armate americane, lasciando aperta una crisi
alimentata dalla dichiarazione USA dell'esistenza di un nuovo nemico, di tipo
differente: il terrorismo. Le ridotte forze armate, arguiva il senatore, devono
sforzarsi per tenere testa ai nuovi obblighi globali dell'America. Secondo le stime del Dipartimento USA della Difesa, attualmente vi sono 146.000 militari USA nel solo Iraq, il che vuol dire 16 delle 33 brigate di combattimento dell'esercito. Il resto staziona in Europa, Corea del sud, Giappone, Afghanistan, Bosnia-Erzegovina, Kossovo, Egitto, Gibuti e Filippine. |
Secondo il New York Times, che cita fonti militari, solo tre brigate da combattimento dell'esercito sono disponibili per futuri dispiegamenti. L'emergente dibattito a Capitol Hill sulla necessità di dispiegare ulteriori truppe in Iraq, in un momento in cui il deficit del bilancio e' in continua espansione, potrebbe portare allo stanziamento di fondi urgenti e utili a finanziare la macchina militare, lasciando molti governi locali ed il sistema scolastico in tutto il paese senza il sostentamento necessario.
Quando i combattimenti "maggiori" furono dichiarati finiti in Iraq lo scorso maggio e proprio quando si preparavano le parate vittoriose, l'Iraq sembrò nascondere ancora un'altra sorpresa. Stava cominciando un nuovo tipo di guerra, la guerriglia, che sta rendendo l'Iraq un nuovo Vietnam, secondo le parole del vice capo di Stato Maggiore russo, generale Yuri Baluyevsky (AFP, 2 luglio 2003). Le parole di un pluri-decorato generale di guerra, che sa fin troppo bene che qusto genre di guerre non possono essere vinte, sono rimbombate sicuramente al Pentagono. Pochi sembrano cogliere le somiglianze.
Stranamente, Kenneth Adelman, un influente consigliere di Donald Rumsfeld alla Defense Policy Board, aveva predetto che la guerra in Iraq sarebbe stata una pacchia, mentre sembra che per il governo non vi sia altra scelta che sacrificare sempre più giovani per piegare la resistenza irachena.
Forse molti più americani supporterebbero tale iniziativa se davvero credessero che la guerra fosse essenziale per la sopravvivenza della civiltà occidentale, un sentimento che e' riecheggiato nelle passate guerre. Ma le false dichiarazioni di Bush in merito al tentativo iracheno di acquistare uranio dall'Africa, il fallimento dell'amministrazione nel presentare prove credibili dell'esistenza di armi di distruzione di massa irachene ed i letali attacchi contro le truppe americane in Iraq, consentono a ben pochi americani di agitare bandierine per salutare la pasticciata crociata dell'esercito.
Secondo un sondaggio condotto da Time Magazine e dalla CNN, circa il 51% degli americani ha dei dubbi sulla sua leadership, un rapido declino se confrontato ai sondaggi del marzo scorso. Ancora più americani rifiutano lo stile di Bush nel trattare la resistenza irachena - il 55% ritiene che sia una pessima idea per Bush delineare la posizione del suo paese verso la resistenza irachena dichiarando "Se la sono voluta".
La politica
espansionistica del governo USA e la gestione degli affari globali sono in
disaccordo con ciò che gli americani medi credono siano gli obiettivi del loro
paese in questa guerra globale ed infinita. Il governo ha le sue priorità,
mentre la maggior parte degli americani crede, sempre secondo lo stesso
sondaggio, che l'invasione dell'Iraq aveva lo scopo di liberare il mondo da un
regime tirannico.
Il vice-segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, un leader neo-conservatore
dell'amministrazione Bush, e' stato terribilmente onesto nello spiegare le vere
ragioni dietro l'invasione dell'Iraq,. Wolfowitz e' stato un fautore feroce
della guerra "preventiva" ed ha giocato un ruolo chiave nella
propaganda servita ad allineare il pubblico americano dietro il suo governo. Ma
nel giugno 2003, a Singapore, di fronte ai delegati di un summit asiatico per la
sicurezza, Wolfowitz non aveva più bisogno della propaganda.
In un commento,
riportato dai giornali tedeschi Der Tagenspiegel e Die Welt, Wolfowitz ha
risposto ad una domanda dicendo: "Mettiamola in termini semplici. La
differenza più importante tra la Corea del Nord e l'Iraq e' che, dal punto di
vista economico, non avevamo scelta in Iraq. Quel paese naviga su un mare di
petrolio" (The Guardian, 4 giugno 2003).
E, in un precedente commento, Wolfowitz aveva spiegato la scelta strategica di
usare le armi di distruzione di massa come pretesto per la guerra dicendo
"Per ragioni che hanno molto a che vedere con la burocrazia del governo
USA, decidemmo di usare l'argomento su cui tutti sarebbero stati d'accordo: le
armi di distruzione di massa". I commenti di Wolfowitz seguivano
l'ammissione di Rumsfeld secondo cui l'Iraq "aveva potuto" distruggere
le armi proibite prima dell'invasione e che, dunque, tali armi potevano non
essere mai trovate (BBC News Online, 28 maggio 2003).
Le stesse ammissioni dei falchi della guerra stanno creando dubbi legittimi, tanto per usare un eufemismo, sul vero obiettivo dell'invasione dell'Iraq. Si può tranquillamente concludere che la politica espansionistica, una visione difesa dagli avvocati della politica estera dell'America di oggi, mira solo a rinforzare l'impero globale americano, un impero avido di guadagni economici e strategici.
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Ma, considerando il livello crescente di risentimento alimentato dalle azioni USA in tutto il mondo, l'incapacità dell'amministrazione ed il suo ben consolidato uso dei media per forgiare la percezione delle altre nazioni, l'allargamento dell'impero americano non sarà, verosimilmente, una pacchia, bensì una calamità militare e politica molto costosa ed impossibile da controllare. Infine, bisogna sottolineare che gli americani medi, i cui figli e le cui figlie combatteranno le "guerre totali" dell'America e le cui tasse serviranno per sostenerle, hanno il diritto di chiedere: di chi e' questa guerra? E, ancora più importante, hanno il diritto di aspettarsi una risposta. |
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traduzione a cura di www.arabcomint.com