E' uno scontro di civilta'?
| Il rifiuto piu' clamoroso della
tesi di Huntington viene dallo stesso occidente. Un coro crescente di voci occidentali proclama, oggi, che la guerra contro l'Iraq non e' la sua guerra. |
Pochi anni dopo, nel 1993, Samuel Huntington elevo' il concetto di "scontro di civilta'" ad un principio storico universale. Le civilta' sono i piu' vasti aggregati umani che ordinano lealta' umane; i conflitti tra le civilta' sono i responsabili dei piu' gravi spargimenti di sangue nella storia dell'umanita'. La Guerra Fredda ha segnato un breve allontanamento da questo principio, ma, ora che questo aberrante periodo e' terminato, le civilta' potrebbero tornare indietro al loro vecchio passatempo - farsi la guerra le une le altre. In questa nuova era, predisse Huntington, la sfida piu' seria all'egemonia occidentale potrebbe giungere dall'Islam o dalla Cina. Non e' difficile dare una spiegazione dell'immediato successo della tesi di Huntington. L'establishment militare la adotto' in pieno come sostituto ideale dopo la fine della minaccia sovietica. Se l'Islam e la Cina potessero essere gonfiati fino a raggiungere la statura di nemici degni di rispetto, potrebbero salvare il budget militare e la NATO. Furono vagliate anche altre possibilita' - come ad esempio il cartello della droga - ma nessuna di esse fu ritenuta un opponente serio degli Stati Uniti imperiali. La tesi giunse come manna anche per i sionisti, che stavano tentando, da anni, di accomunare la loro lotta contro il popolo palestinese alla lotta dell'America contro l'Islam. Infine, diede grande conforto agli zeloti cristiani di destra che considerano l'Islam il loro maggiore ostacolo nella lotta per conquistare le anime a Cristo. Quindi quando furono colpite le Torri, istantaneamente si produsse la richiesta di una "guerra civilizzatrice" contro l'Islam. Non bisogna sorprendersi se le voci piu' insistenti e piu' articolate, al riguardo, fossero quelle sioniste. Entro poche ore dall'attacco, decine di leaders israeliani di ieri e di oggi cominciarono ad affollarsi sui maggiori networks televisivi statunitensi, senza contare i rappresentanti israeliani meno significativi, ognuno dei quali incitava gli USA a combattere il "terrorismo islamico" sul suo terreno - in Iraq, Siria, Iran, Libano, Libia e Pakistan. Non era piu' tempo di parole. Ora Israele e Stati Uniti avevano lo stesso nemico. Combattevano la stessa guerra. La chiamata alle armi fu forte e chiara. Il 29 ottobre 2001, nel Weekly Standard, William Kristol e Robert Kagan, forti supporters di Israele, predicevano che l'Afghanistan sarebbe stato solo un "episodio" in una lunga guerra "che si sarebbe propagata ed avrebbe coinvolto un certo numero di nazioni in conflitti di intensita' differente". Piu' ipocritamente ancora, i due dichiaravano che questa guerra "assomigliera' a quello scontro di civilta' che tutti speravano di evitare". Altri filo-israeliani furono piu' diretti. Norman Podhoretz, editore di Commentary, un importante mensile sionista, invitava gli USA a tenersi pronti per "una prossima guerra mondiale - la guerra contro l'Islam militante" e ad "imporre una nuova cultura politica alle parti soccombenti". C'era un'aria di trionfalismo nelle dichiarazioni sioniste. Come testimonianza del potere delle lobbies pro-guerra, l'amministrazione Bush non perse tempo ed abbraccio' i loro piani di "guerra civilizzatrice" contro l'Islam. Dopo una rapida ma illusoria vittoria sul regime dei Talebani in Afghanistan, gli USA si sono mossi alacremente per trasformare la campagna "contro il terrorismo" in una guerra contro i paesi che si oppongono all'egemonia di Israele in Medioriente. La completa sottomissione di Bush alla politica dei "Likudniks" fu chiara quando Ariel Sharon, un uomo giudicato dal suo stesso paese responsabile dell'eccidio di palestinesi a Sabra e Shatila, fu dichiarato "uomo di pace". L'intimo abbraccio di Bush alla politica dei likudniks, la sua guerra che prosegue in Afghanistan, la guerra imminente contro l'Iraq e quelle progettate contro Iran, Siria e Pakistan sono prove d'inizio dello scontro di civilita'? Difficilmente. Tutto cio' dimostra solo il potere delle lobbies che lo hanno pianificato in ogni minimo dettaglio: e l'11 settembre 2001 forni' loro un'ottima scusa, assicurando consensi al loro folle piano.
I partigiani della guerra dichiarano che l'Islam e' il male, che predica odio e terrore e deve essere distrutto prima che distrugga "noi". E' un tributo alla chiarezza morale di cosi' tanti occidentali il fatto di non comprare questo dualismo manicheo secondo cui il bene e' tutto da una parte ed il male e' tutto dal lato opposto. Piu' notevole ancora: i leaders delle chiese cristiane occidentali hanno valorosamente rifiutato questa versione manichea della realta' ed ora si oppongono fermamente a questa guerra contro l'Iraq. Stanno sfidando l'ignorante fanatismo evangelista degli imbonitori televisivi Pat Robertson e Jerry Falwell. Persino la chiesa Metodista di Bush ha dichiarato che la guerra contro l'Iraq "non ha alcuna giustificazione secondo gli insegnamenti di Cristo". Se la tesi dell'inevitabile scontro tra l'occidente e l'Islam aveva ancora un barlume di credibilita', essa e' stata spazzata via dalle manifestazioni globali contro la guerra del 15 febbraio scorso. Circa 30 milioni di persone in tutto il mondo si sono uniti per manifestare in oltre 600 citta' da un angolo all'altro del mondo. Le manifestazioni piu' imponenti si sono significativamente verificate proprio nelle maggiori capitali occidentali. Sono stati quegli uomini e quelle donne che, sfidando spesso temperature glaciali, hanno marciato per urlare ai loro governi che questa guerra non era la loro. Per ironia della sorte, le manifestazioni piu' imponenti hanno avuto luogo in quei paesi - Gran Bretagna, Italia, Spagna, Australia e USA - i cui governi supportano la guerra. Il team guerrafondaio di Bush e Blair puo' andare avanti con la guerra, senza curarsi del chiaro verdetto democratico dei loro popoli. Ma un rifiuto cosi' massiccio della guerra non puo' essere ignorato senza conseguenze; e con questo si intendono non solo le conseguenze per le carriere personali di Bush e Blair. Quando la voce del popolo e' cosi' sfacciatamente beffata, viene minata in maniera indelebile l'illusione coltivata cosi' accuratamente di societa' democratiche che si strutturano sulla volonta' del popolo. In un istante, la sciarada della democrazia, della stampa libera, dei governi che rappresentano la volonta' popolare diventano parole vuote e pompose, consolatorie ed illusorie ma prive di agganci con la realta'. Nelle imponenti manifestazioni del 15 febbraio bisogna leggere un messaggio piu' profondo, di maggiore speranza. Nel passato, le grandi potenze hanno sempre avuto successo nel manipolare i loro cittadini per ottenerne il supporto verso le avventure imperiali e coloniali, anche quando queste distruggevano milioni di vite. Si ha la sensazione, invece, del segnale di una nuova coscienza che si fa largo tra le sezioni privilegiate della popolazione mondiale, una consapevolezza che i loro privilegi hanno contribuito alla miseria di tante persone al mondo, che il nostro apartheid globale non puo' durare senza portare alla distruzione di tutti. Sembra che le sezioni privilegiate abbiano cominciato a comprendere che i loro privilegi pongono su di loro anche un fardello speciale: e cioe' che bisogna agire in qualche modo per contenere e correggere la rapacita' dei loro governi e corporazioni. Con le manifestazioni di febbraio, cercano di dimostrare che non intendono permettere ai loro governi di assassinare in nome dei valori in cui essi credono. In epoche differenti, la schiavitu' fu abolita quando il suo degrado divenne moralmente inaccettabile per un crescente numero di cittadini degli stessi paesi basati sullo schiavismo. Ora, per la prima volta, con il movimento anti-guerra, i popoli privilegiati cominciano a dire che l'apartheid globale e' vergognoso. Non c'e' dubbio che questi sviluppi stiano causando allarmismo nello zoccolo duro dei partiti guerrafondai. Proprio quando la coscienza del mondo mostra segni di evoluzione verso un nuovo stadio post-tribale, possiamo essere certi che nuovi e subdoli piani sono pronti all'orizzonte per invertire questa tendenza. Quando le cricche dominanti dell'imperialismo vengono frustrate nei loro disegni egemonici, non esitano a fare a pezzi la loro facciata democratica. Raddoppiano i loro sforzi per seminare paura, creare allarmismo, nutrire la sfiducia, incitare all'odio. Cercano di limitare le liberta' in nome della "sicurezza nazionale". Tentano di sopprimere il dissenso con la scusa di combattere contro il terrorismo. Tutto cio' e' gia' all'opera negli USA. E i prossimi giorni, settimane o mesi ci diranno se gli USA e le altre "democrazie" occidentali seguiranno lo stesso sentiero delle democrazie capitalistiche in pericolo, precipitando nel totalitarismo, o se le forze della giustizia e della verita', davvero gli ideali umani piu' alti, trionferanno sulle forze oscure che sembrano manipolare il destino dell'umanita'. |