Fadwa Toqan
Poetessa palestinese della resistenza

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LA MIA TRISTE CITTA' (scritta il giorno dell'occupazione israeliana di Nablus)
Il giorno in cui vedemmo la morte e il tradimento
L'alta marea si ritiro',
le finestre del cielo si chiusero
e la mia citta' perse il respiro.
Il giorno in cui si ritirarono le onde
E le bruttezze dei precipizi volsero il volto verso il sole
S'infiammarono gli occhi della speranza,
e la mia triste citta'
soffoco' dal tormento.
Sparirono bimbi e canzoni:
non piu' ombre ne' echi,
e la tristezza andava nuda in mezzo alla mia patria
a passi sanguinosi;
il silenzio nella mia citta'
s'accovaccio' come alte montagne,
come la notte, il silenzio tragico,
appesantito dalla morte e dalla sconfitta.
O mia triste e silenziosa citta'!
Cosi', nella stagione della mietitura
S'incendiano messi e frutti?
Ahime'! che brutta fine del cammino!
ETERNAMENTE VIVO
Adorabile patria nostra!
Quantunque sul tuo cuore girera' nel buio
Il mulino del tormento e del dolore,
I nemici non riusciranno mai, amata patria,
a cavarti gli occhi:
non riusciranno mai!
Continuino, dunque, a soffocarci i sogni
Ed il sentimento del dolore,
a crocifiggerci la liberta' di costruire e lavorare,
a rubarci le risa dei bambini,
a distruggere e a bruciare.
Cio' malgrado, dalla nostra miseria
E dal nostro gran dolore,
dal nostro sangue che macchia le pareti
e dal nostro palpitare tra vita e morte,
nascera' in
noi un'altra vita,
o profonda piaga nostra,
nostro unico amore!
HAMZA
Come tutti gli altri buoni e semplici uomini
Di questo mio paese,
Hamza si guadagnava il pane
Con le proprie mani e col sudore.
Un giorno che c'incontrammo,
per sollevarmi dalla vergogna della sconfitta,
Hamza mi disse:
"Stai ferma e non cadere, cugina;
questa terra bruciata dal fuoco del delitto
e che si raccoglie angosciata e silenziosa,
rimarra' col cuore eternamente palpitante.
E' come una donna…
Il mistero della vita e' uguale
Sia nella matrice di una donna
Che nel solco del suolo.
Lo stesso mistero che fa crescere palme e spighe
Fa nascere uomini combattenti".
I giorni passarono ed io non vidi piu' Hamza,
ma ero sicura che il ventre della terra
si preparava per un parto
e per una nuova rinascita…
I sessantacinque anni suoi
Gli erano pesanti sulle spalle come una roccia.
"Fate saltare la casa
e portate, incatenato, il figlio
nella cella della tortura!"
Compiuto l'ordine selvaggio, il governatore si ritiro'
Girandosi in bocca, senza vergogna,
menzognere parole d'amore,
di sicurezza e di pace!…
I militari nemici
Circondarono rapidamente la casa
E odiose voci gridarono avvertendo oltre la porta:
"Lasciate presto la casa!
Fra un'ora…forse meno!…"
Hamza, invece,con la fede e serenita' di cuore,
apri' le finestre contro il sole
e grido':
"Allah Akbar! Dio e' il piu' grande!
E tu, Palestina nostra,
io, la casa, I figli,
ci sacrifichiamo tutti per la tua liberazione:
per te viviamo, per te moriremo !"
L'eco ripete' il grido fiducioso di Hamza,
e nella citta' esplose un odio infinito,
mentre la casa attendeva con devozione la fine…
Un'ora dopo la casa martire esplose
E una collina di macerie ne prese il posto
Nascondendo dentro se' sogni e tranquillita',
e facendo sparire per sempre
sudore, fatica e I ricordi di tanti anni di lotta,
di fermezza, di lacrime e sorrisi felici.
Ieri, per strada, ho veduto passare mio cugino:
camminava a passi vigorosi e certi.
Hamza sta ancora, come sempre,
con la fronte alta!
SOSPIRI DAVANTI ALLO SPORTELLO
Fermarmi sul ponte a mendicare un permesso!
Ahime'! Mendicare un permesso di traversata!
Soffocarmi, perdere il respiro
Nella calura del meriggio
Sette ore d'attesa…
Ahi! Chi ha rotto le ali al tempo?
Chi ha paralizzato le gambe al giorno?
Il caldo mi flagella la fronte
E il sudore mi colma di sale gli occhi.
Ahime'! Migliaia d'occhi
Son fissi con ansia calorosa
Allo sportello dei permessi;
son specchi d'angoscia
titolo di ansia e di pazienza.
Ahime'! Mendicare un permesso!
E la voce di un soldato straniero
Scoppia furiosa come uno schiaffo
Sul volto della folla:
"Arabi…disordine…cani!
Tornate indietro!
Non avvicinatevi al cancello!
Indietro…cani!…"
Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi
Di fronte alla folla che preme,
chiudendo ogni possibilita'.
Umiliata la mia umanita'
Pieno d'amarezza il mio cuore
E il mio sangue e' fatto di veleno e fuoco!
"Arabi…disordine…cani!"
O santa vendetta del mio popolo offeso!
Ormai ha solo da attendere,
ma il momento giungera'…
il momento della giustizia e della vendetta.
Dio! Chi ha rotto le ali al tempo?
E chi ha paralizzato le gambe al giorno?
L'arsura mi flagella la fronte
E il sudore mi colma di sale gli occhi.
Profonda la mia piaga,
e il flagellatore umilia senza pieta'.
Percio' il mio cuore e' diventato
Una sorgente di fuoco, di ira,
di vendetta,
poiche' in me hanno ucciso l'amore!
COME NASCE UNA CANZONE
Le canzoni nostre le prendiamo
Dal tuo tormentato e sciolto cuore,
e sotto il peso del buio e della notte
le impastiamo con luce, con incenso
con amore e con voti;
le carichiamo del vigore delle rocce e del salice,
dopo di che le restituiremo al tuo cuore,
puro e trasparente quale cristallo,
o nostro lontano e paziente popolo!
FELICE NEL SUO GREMBO
Saro' soddisfatta di morire
Nel mio paese,
di essere sepolta e sciolta
sotto la mia terra.
Un giorno risorgero' sotto forma di un'erba
O di un fiore che verra' gentilmente carezzato
Dalle manine di un bimbo della mia patria.
Saro' felice e soddisfatta di rimanere,
non importa se erba o fiore,
nel grembo benigno del mio paese!