Federico II e l'Islam
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Federico
II Hohenstaufen di
Svevia nacque da Enrico VI, figlio di Federico il Barbarossa, e da Costanza
d'Altavilla, zia del re di Sicilia ed unica erede di quel trono. Ottenuta dal
padre la corona imperiale, Federico II volle pero' essere soprattutto re di
Sicilia e tutto il suo sforzo politico miro' costantemente a rafforzare il regno
dell'Italia meridionale, del quale volle fare la base economica e militare della
sua potenza. Federico II realizzo' il primo esempio di stato accentrato, in cui
tutto ruotava attorno alla figura del sovrano, ed in cui non vi era spazio per
le ingerenze dei Comuni e della Chiesa. Riluttante a mantenere le promesse fatte
al papa Onorio III, cioè unione solo temporanea delle corone imperiale e del
Regno di Sicilia, lotta alle eresie e crociate in Terrasanta, Federico venne
additato dalla Curia Romana come il nuovo anticristo: Chiesa e Comuni lo
osteggiarono fino alla sua morte, che lo colse improvvisamente nel 1250.
Federico II rappresenta il precursore dei sovrani moderni, e proprio per questo
fu incompreso dai suoi contemporanei: non soltanto fu un abile sovrano e audace
condottiero, ma seppe, in ogni sua opera, dimostrare una genialita' ed una
spregiudicatezza degne di un uomo moderno. All'incrocio tra la civilta'
normanna, araba e bizantina, egli seppe vivere un'esperienza di governo unica
nel suo genere, dimostrando una tolleranza ed una larghezza di vedute allora
ignote. La sua corte fu un vero faro di cultura: egli ebbe il merito di
incoraggiare la Scuola poetica siciliana, destinata a produrre un rinnovamento
letterario in tutta la penisola, e di fondare quello che sarebbe stato il nucleo
dell'Universita' napoletana, cioe' il Centro di studi giuridici della citta'
partenopea. Diede il suo appoggio a scienziati e filosofi come il Fibonacci, che
introdusse in Europa la matematica e l'algebra degli arabi. Personalità ricca e
contrastante, egli sembro' veramente incarnare un ideale umano cosi' eccezionale
che fu persino chiamato "la meraviglia del mondo".
P
proprio per questo, I suoi
contemporanei, rinchiusi in un mondo ancora troppo angusto, non lo compresero, e
videro in lui solo l'eretico, il tiranno, come il guelfo Giovanni Villani
sottolinea nella sua cronaca: "…figliolo d'ingratitudine, non
riconoscendo la Santa Chiesa come madre, ma come nemica matrigna, in tutte le
cose le fu contrario e perseguitatore…dissoluto in lussuria in piu' guise…in
tutti I diletti corporali volle abbondare…". All'opposto, un suo
ammiratore, il ghibellino Niccolo' di Jamsilla, scriveva: "Fu uomo di gran
cuore e si applico' ad ogni impresa con molta ponderazione…
Amo'
e onoro' a tal punto la giustizia che a nessuno fu vietato di chiamare in
giudizio lo stesso imperatore… per l'odio dei suoi nemici fu colpito da molte
avversita', ma da costoro mai fu vinto."
Federico
fece in modo che alla corte di Palermo letterati, filosofi e scienziati d'ogni
angolo d'Europa entrassero in contatto con la cultura araba e questi furono
protagonisti di viaggi e scambi culturali, traducevano dall'arabo, dal greco,
dall'ebraico in latino, impegnati in ricerche, diremmo noi, d'avanguardia, su
temi del tutto nuovi per la tradizione latino-cristiana. Spesso questi dotti,
che a volte erano anche consiglieri del re, erano incoraggiati
da Federico a lavorare in collaborazione ad un sapere scientifico-pratico
organizzato in una prospettiva naturalistica che escludeva ogni finalizzazione
di tipo religioso.
Quale
fu il rapporto di Federico II con l'Islam? Esso potrebbe essere sintetizzato da
una frase del filosofo tedesco Nietzsche: "Pace ed amicizia con l'Islam!
Cosi' pensava e cosi' fece quel grande spirito libero, il genio tra gli
imperatori tedeschi, Federico II". Federico ebbe un costante modello ideale
nell'Islam e nell'istituzione del califfato, che lui sentiva essere l'unica
forza in
grado di permettere all'occidente il superamento dell' eterna dicotomia tra
potere temporale e spirituale. Federico fu naturalmente incline all'Islam, che
influi' sull'orientamento spirituale e sulla formazione culturale
dell'imperatore: molto nota e' l'ammirazione sincera e profonda che Federico
nutriva per Avicenna e per il suo multiforme ingegno di filosofo, scienziato e
naturalista. Michele Scoto, il piu' celebre dotto della corte palermitana,
grande traduttore delle opere di Avicenna ed Averroe', utilizzo' proficuamente
fonti musulmane per i suoi studi di filosofia, astrologica, alchimia,
matematica, mantica.
Tali studi influenzarono lo stesso imperatore, che si cimento' nella
stesura di un'opera naturalistica d'ispirazione avicenniana. A dire il vero, la
corte di Federico brulicava d'ingegni musulmani, al punto tale che Carlo d'Angio'
si riferiva all'imperatore attribuendogli il titolo di "sultano di Lucera".
Non meno fondamentale, per Federico, fu l'ausilio di dotti musulmani per
risolvere questioni metafisiche, testimoniato dalla corrispondenza tra
l'imperatore, che proponeva le sue Quaestiones Sicilianae, e il dotto andaluso
Abd al Haqq ibn Sab'in. Il testo in cui ibn Sab'in articolava la sua risposta ai
quesiti filosofici postigli dall'imperatore fu scoperto dall'Amari e da lui
parzialmente tradotto nel 1853.
Si
ricorda che Federico abbia osservato: "Come sarebbe bello governare uno
stato islamico, senza papi e senza frati!". Questa propensione naturale,
istintiva eppure cerebrale dell'imperatore svevo per l'Islam gli procuro'
l'ammirazione dei musulmani di Gerusalemme, in cui Federico si era recato per
tenere fede ad una promessa di crociata fatta al papa, e che l'imperatore non
condusse mai, limitandosi a generici accordi con l'autorita' islamica (cosa che,
peraltro, fece infuriare papa Onorio e che gli procuro' l'appellativo di
"anticristo"). Le cronache siciliane raccontano che Federico, a
Gerusalemme, "meno'
seco il suo maestro di dialettica, e paggi e guardie, tutti musulmani di
Sicilia, I quali si prosternavano alla preghiera sentendo far l'appello del mu'addin
(muezzin) da' minareti della moschea di 'Umar ed anche l'imperatore aveva a
grado quella cantilena, ne' s'adirava che si recitassero I versetti del Corano
ove I Cristiani son rimproverati". (Storia dei Musulmani di Sicilia,
Catania, 1933).
Lo
straordinario fascino che l'Islam seppe esercitare su Federico II e'
testimoniato ancora dalle lettere arabe dell'imperatore, che iniziano con la
basmala (formula d'apertura di tutti gli scritti composti da musulmani, che
recita: "Bismillahi ar rahman ar rahim, nel nome di Dio, clemente e
misericordioso") e terminano con il saluto islamico (as-salamu 'aleikum wa
rahmatullahi wa barakatuhu, la pace sia con voi, e cosi' la misericordia di Dio
e le sue benedizioni). L'amore che l'imperatore portava all'Islam ed alla sua
spiritualita' e' testimoniata ancora dalle calligrafie arabe che adornavano la
tunica indossata da Federico II per il suo viaggio oltre la morte.
I
Musulmani in Sicilia agli albori del Tredicesimo Secolo
(dalla biografia di Federico II di Svevia di E. Momigliano, 1953)
"La serenita' della concezione della vita musulmana sembrava influire sulla vita dei cristiani di Sicilia. In un secolo nel quale il cristianesimo si orientava piu' che mai verso la rinuncia e il sacrificio e subiva ancora la paurosa visione della leggendaria minaccia della fine del mondo allo scadere del millennio, quei musulmani che, pur nella rigida osservanza delle loro regole e della loro fede, facevano della vita una realta' gioconda, non potevano mancare di essere attraenti per gli ardenti spiriti siciliani. E, al bel sole di Palermo, è piu' facile esaltare la vita che predicare e attuare la rinunzia. I musulmani costruivano case bellissime e comode di stile orientale, piu' ridenti che non le case dei latini sul continente, fatte piu' per la guerra che per la dolce vita di pace. E nelle case erano giardini adorni di fontane e di specchiere e di laghetti presso I quali le donne potevano togliersi i veli misteriosi e, senza che occhio di maschio potesse vederle, passare i caldi pomeriggi nella frescura dell'acqua. E ancora, i musulmani avevano mille segreti per fabbricar profumi e tingere stoffe e tessere tappeti e coltivar piante rare, e nelle campagne di Sicilia allevavano cammelli per traversar lentamente le regioni solatie, dove cresceva la pianta che dava i soffici bioccoli del cotone per fare le stoffe fresche e leggere per i manti bianchi delle donne e i turbanti dei cavalieri. (…) I dotti ammiravano certi musulmani che conoscevano la matematica e le scienze mediche, gli scritti di Pitagora e quelli di Aristotele, e che discutevano sulla Bibbia e sul Corano con uguale sapienza e sottile dialettica. Le donne apprendevano dalle mogli di questi "infedeli" le arti di piacere: si compiacevano coprirsi il volto come le arabe e di portare vesti saracene (…). La Sicilia latina e italica, che I greci avevano dominato per secoli senza lasciarvi se non impronte superbe di edifici, sentiva ora, in tutta la sua vita rigogliosa, la presenza di questi musulmani non numerosi, ma operosi, audaci, che vivevano con loro accomunati, se non fusi, in una tolleranza reciproca che sotto I re normanni aveva raramente avuto parentesi di ostilita'."
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