La violenza occidentale alimenta il terrorismo
di Massimo Fini

 

 

 

 

All'indomani dell'11 settembre del 2001 il problema che si poneva al mondo che si auto-rappresenta come «civile» e «libero» ma che in realtà è semplicemente il mondo sviluppato e industrializzato, Russia compresa, era quello di trovare il modo più efficace per combattere un terrorismo internazionale di matrice islamica che aveva bussato con un colpo terrificante, ma per il momento ancora sostanzialmente isolato, alle sue porte.
A tre anni di distanza dall'agghiacciante attentato alle Torri gemelle si può dire tranquillamente che le strategie con cui gli Stati Uniti, i loro alleati e la Russia hanno affrontato il terrorismo sono state drammaticamente fallimentari e che il fenomeno invece di essere ridimensionato è cresciuto in modo esponenziale.

Si cominciò con lo spianare l'Afghanistan con bombe dalla potenza spaventosa, il cui uranio impoverito pregiudicherà quel Paese nei decenni se non nei secoli a venire per prendere un uomo che non è stato preso. In Afghanistan il terrorismo di Al Qaida era localizzato e individuato, e quindi relativamente controllabile, se lo si fosse voluto, in questo modo è invece rispuntato da molte altre parti come un'Idra dalle mille teste.

Gli afghani non sono mai stati terroristi. Hanno combattuto per dieci anni contro lo strapotente esercito sovietico senza compiere atti di terrorismo, né in patria né all'estero (eppure non gli sarebbe stato certo difficile piazzare qualche bomba davanti a un Aeroflot in un qualsiasi Paese del mondo o nella Russia stessa).

Non c'era un solo afghano nei commandos che attaccarono le Torri gemelle e il Pentagono e qualcuno forse ricorderà che quando, durante la guerra, i Talebani catturarono e fecero prigioniera quella giornalista, mi pare inglese, che si era introdotta in Afghanistan travestita da uomo, nonostante si trovassero in una situazione difficilissima, bombardati da diecimila metri d'altezza senza poter replicare, incalzati dai tagiki dell'Alleanza del Nord, la interrogarono con civiltà e la restituirono dopo qualche giorno, intatta. Non sono terroristi perché sono sempre stati dei formidabili guerriglieri e questa è la loro storia. Ma di fronte a un'invasione straniera che, a differenza di quella russa di dieci anni prima, non si accontenta di occupare ma vuole cambiare i costumi, la mentalità, le istituzioni di quel Paese, e all'impotenza di fronte a un esercito che usa in modo indiscriminato l'aviazione, anche i mitici mujahiddin afghani si stanno pian piano convertendo al terrorismo come unica risposta possibile davanti a forze troppo superiori e scientificamente armate per poter essere combattute con la guerriglia.

La seconda mossa degli Stati Uniti è stata l'invasione e l'occupazione dell'Iraq, giustificata prima sulla base di menzogne e poi con l'incredibile motivazione di voler portare la democrazia in quel Paese e, in prospettiva, in tutto il Medio Oriente. In Iraq non c'era un terrorismo del tipo di Al Qaida. Anche qui, non c'era un solo iracheno nei commandos che fecero gli attentati del 2001, non un solo iracheno è stato trovato nelle cellule di Al Qaida, vere e presunte, che sono state via via scoperte nei vari Paesi. Ci sono arabi sauditi, egiziani, giordani, algerini, tunisini, yemeniti, ma non ci sono iracheni. La ragione è semplice. Un potere forte e dittatoriale come quello di Saddam Hussein non tollerava la presenza di altri poteri sul proprio territorio. Inoltre Saddam e il suo partito, il Bath, sunniti, erano sostanzialmente dei laici lontani dall'integralismo religioso degli sciiti. Oggi l'Iraq, disgregato e devastato, è una «terra di nessuno», base ideale di tutto il terrorismo internazionale che vi trova l'acqua in cui nuotare, complicità della popolazione, finanziamenti dai Paesi vicini e bersagli praticamente immobili o addirittura inermi, come i volontari, facilissimi da colpire. Inoltre i bahatisti, rimasti, senza ruolo, senza lavoro, ridotti alla fame, hanno come unica alternativa quella di riciclarsi nella jihad religiosa e terrorista. Infine, come racconta il libro «Catena di comando» del Premio Pulitzer Seymour Hersh, ai geniali Donald Rumsfeld e Condoleezza Rice è venuta l'idea di far subire ai prigionieri di Guantanamo e di Abu Ghraib delle umiliazioni sessuali, debitamente fotografate in modo che si potesse minacciare di farle vedere ai parenti, agli amici, ai conoscenti dei torturati, perché hanno scoperto che quella sessuale è l'umiliazione più intollerabile per un arabo. Il che è vero. Ma è altrettanto vero che questa pratica infame ha suscitato in tutta la popolazione araba, e non solo irachena, un odio senza confini nei confronti degli americani e degli occidentali. Uno dei momenti più pericolosi vissuti dal nostro contingente in Iraq è stato quando un tenente donna ha schiaffeggiato un iracheno che stava interrogando. Risaputa la cosa una folla inferocita si è radunata intorno all'edificio dove era accaduto il fatto. Si può quindi ben immaginare che cosa abbia voluto dire per le popolazioni arabe vedere altri arabi messi nudi e derisi da delle donne occidentali.

E veniamo alla Russia. In Cecenia esiste da sempre un indipendentismo di tipo tradizionale che vuole liberarsi dal giogo della Russia con cui i ceceni non hanno nulla da spartire dal punto di vista etnico, culturale, religioso. L'"amico Putin" ha approfittato dei torbidi dell'11 settembre per incrudelire ulteriormente una repressione già spietata e disumana con la scusa che la guerra all'indipendentismo ceceno era in realtà una guerra al terrorismo internazionale di matrice islamica. Ciò ha avuto il solo risultato di far virare definitivamente l'indipendentismo ceceno verso l'integralismo religioso e di incrementare quindi il terrorismo portandolo a vette di efferatezza mai viste, com'è avvenuto a Beslan.L'attacco indiscriminato a Paesi musulmani, si tratti di Afghanistan o di Iraq o di Cecenia, non combatte quindi il terrorismo ma lo rafforza. Da episodico è diventato sistematico. È davvero così assurdo chiedere alle leadership americane e dei loro alleati di cambiare strategia? E hanno diritto o no le opinioni pubbliche dei Paesi industrializzati, tutte contrarie a queste guerre, non solo di far sentire ma di far valere la loro voce? Non si tratta di pacifismo calabraghe e imbelle, ma del fatto che ne va del nostro futuro, di noi abitanti dei Paesi sviluppati e non di quello dei Bush o dei Blair o dei Putin o dei Berlusconi.

Infine credo che dovremmo guardarci un po' dentro e fare i conti con noi stessi. Noi diciamo e scriviamo continuamente che chi uccide civili inermi, donne e bambini, come fa il terrorismo internazionale, apre scenari di orrore e si mette fuori dall'umano. Ed è così. Ma in conto di chi dobbiamo mettere i 32.191 bambini iracheni, le 39.162 donne, gli 86.164 uomini (dati incontrovertibili perché vengono dal Pentagono) che le «bombe intelligenti» e i «missili chirurgici» hanno assassinato in Iraq nel 1991 perché le truppe del generale Schwarzkopf, fatto poi eroe nazionale, non ebbero il coraggio, che dovrebbe essere una virtù militare, di affrontare fin da subito lo stracciato esercito iracheno, che era stato battuto persino dai curdi armati solo di fucili (Saddam fu salvato in quell'occasione dalla Turchia, Paese Nato), e preferirono bombardare per due mesi le città dell'Iraq sapendo benissimo che avrebbe compiuto un massacro indiscriminato? Sul conto di chi dobbiamo mettere i 500.000 (cinquecentomila, dati Unicef) bambini iracheni morti per mancanza di medicinali a causa di un embargo durato dodici anni rivelatosi del tutto inutile perché Saddam è rimasto al suo posto, ma devastante per la popolazione di quel Paese? E sul conto di chi dobbiamo mettere le donne e i bambini che assassiniamo ora in Iraq, ogni giorno? E sul conto di chi dobbiamo mettere i 200.000 (duecentomila, un quinto della popolazione) morti ceceni, fra cui 46.000 (quarantaseimila) bambini vittime della bestiale repressione dei «democratici» Eltsin e Putin?

Noi abbiamo una sensibilità acutissima per le nostre vite, ma una totale indifferenza per quelle altrui. Se colpiscono qualcuno dei nostri che sta in un Paese che abbiamo invaso, occupato e distrutto mobilitiamo mezzo mondo, chiediamo la solidarietà dei musulmani, pretendiamo che i calciatori iracheni che giocano una partita all'Olimpiade portino il lutto al braccio mentre ogni giorno i loro fratelli, i loro padri, le loro madri, i loro figli muoiono a grappoli, uccisi da noi, siamo presi da sgomento e da orrore e lanciamo anatemi contro la barbarie, contro il Male che colpisce il Bene. Ma per gli altri niente, nemmeno una lacrima. Quando a Zapping, la bella trasmissione di Aldo Forbice cui un tempo partecipavo, fornivo il dato dei 32.195 bambini iracheni assassinati durante la prima guerra del Golfo mi aspettavo una reazione. Che qualcuno mi contestasse, che mi desse del provocatore e del falsario oppure che fosse preso da sgomento e da orrore. Invece niente, neanche un fremito, si passava subito oltre, a parlare di Rutelli o di Berlusconi.

Noi non possiamo ragionevolmente pensare che migliaia e migliaia di uomini e di donne del mondo islamico siano diventati improvvisamente tutti degli efferati assassini per caso, perché sono intrinsecamente malvagi, perché sono il Male. A questa esasperazione atroce ce li abbiamo portati noi. Con la nostra violenza, col nostro cinismo e con la nostra sovrumana indifferenza.

Massimo Fini
Il Gazzettino
14/09/04