Fuga da Alcatraz
di Ran HaCohen

 

Timeo Danaos et dona ferentes
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L'intenzione  recentemente annunciata di Sharon  di evacuare unilateralmente la striscia di Gaza occupata e' giunta come una sorpresa. Fino ad un paio di mesi fa, il cosiddetto "padre fondatore" degli insediamenti ebraici nei Territori Occupati aveva insistito che nessun insediamento sarebbe stato smantellato, almeno non prima di un accordo finale di pace con i palestinesi - il che voleva dire per sempre, dal momento che Sharon non prevede che tale accordo possa essere raggiunto entro un futuro ragionevolmente breve (per essere corretti, a causa delle posizioni di rifiuto israeliane). Ed ora, all'improvviso, l'annunciata evacuazione di Gaza. Forse che Sharon abbia finalmente capito ciò che "il blocco della pace" va ripetendo da decenni? Beh, non proprio.

SFIDUCIA PALESTINESE

I giornalisti israeliani inviati a sondare le reazioni palestinesi sono rimasti (come sempre) delusi: invece di dichiarare il loro istantaneo amore per il grande oppressore nello stesso momento in cui egli ha proclamato che potrebbe smetterla di dispossessarle, le ingrate fonti ufficiali palestinesi hanno liquidato l'annuncio di Sharon con incredulità. Da un lato l'incredulità e' comprensibile: Sharon ha una reputazione di bugiardo lunga tutta una vita, come i suoi colleghi e superiori dicono da sempre. Molte sue recenti insinuazioni circa la "rimozione" di alcuni insediamenti sono servite, in realtà, come espediente perché i coloni li fortificassero. D'altro canto, la reazione dell'Autorità Palestinese (AP) non può essere considerata aliena dai suoi interessi. 

L'AP sta lottando per la sopravvivenza contro forze in competizione - a Gaza, principalmente contro il movimento Hamas, ma anche contro alcune sue unità, trasformatesi in milizie indipendenti locali a causa della politica israeliana di aggressione e strangolamento. Un ritiro israeliano unilaterale indebolirebbe ulteriormente l'AP: dopotutto, l'AP e' corrotta, e' inefficiente nel fornire i servizi essenziali, e non riesce a dare alcun senso si protezione e sicurezza di fronte alla schiacciante superiorità militare israeliana. 

Se divenisse persino superflua la sua funzione di negoziatore, sarebbe del tutto lecito chiedersi il significato della sua esistenza. Dunque l'incredulità dell'AP deve essere considerata, almeno in parte, come un augurio ed una speranza personali.

OBIEZIONI DI SINISTRA

Una reazione stupefacente e' stata quella di Yossi Beilin, considerato un estremista del blocco della pace israeliano. Beilin ha obiettato contro il ritiro unilaterale di Sharon, dichiarando che non vi e' alcun motivo per evacuare Gaza senza ottenere nulla in cambio. E' davvero sorprendente vedere che per Beilin gli insediamenti di Gaza non sono una macchia morale, un peso finanziario ed un mal di testa militare di cui Israele dovrebbe liberarsi, ma un prezioso assetto da utilizzare come merce di scambio per "ricompense" di valore: una precisa eco delle dichiarazioni regolarmente sbandierate dall'ex-premier Ehud Barak, l'estremista di destra che distrusse il processo di Oslo, fece iniziare l'intifada e sgretolò dall'interno il campo della pace israeliano, ed a cui Beilin ha dedicato il suo ultimo libro. 

Ma, mentre la visione di Barak si fondava su un'inerente obiezione verso la pace, la motivazione di Beilin e' differente. Egli ha un interesse particolare (politico e, francamente parlando, finanziario) verso il benessere dell'AP, che e', in effetti, suo partner negli Accordi di Ginevra. Per Beilin, liberare un milione e mezzo di palestinesi di Gaza dalla presenza abusiva dei coloni e dei militari israeliani non e' una buona idea, se il prezzo da pagare e' l'indebolimento dei suoi partners della corrotta AP. Paragonato a ciò, persino Shimon Peres - la cui complicità nel progetto degli insediamenti e' di dimensioni sharoniane - e' apparso come la voce della sanità mentale, allorché ha dichiarato che il ritiro da Gaza sarebbe stata la sua ricompensa.

MUOVERE LE PEDINE

Non credo che Sharon stia mentendo, quando dice che vuole uscire da Gaza: penso ne abbia l'intenzione, altrimenti non avrebbe rischiato di conferire legittimità a questo popolare slogan della sinistra. Potrebbe non essere abbastanza forte per farlo: nonostante una schiacciante maggioranza dei votanti (circa l'80%) si sia sempre dichiarata a favore di un ritiro da Gaza (ecco perché Sharon si sta baloccando con l'idea del referendum), il governo e' estremista ed anche la Knesset e' a favore dei coloni. Ma, se si presta maggiore attenzione all'uso dei termini da parte di Sharon - specie quelli a caratteri piccoli, spesso omessi nei media - si capiranno le sue vere intenzioni.

Sharon ha parlato di "rimuovere" gli insediamenti, non di smantellarli. La differenza sta diventando sempre più chiara: il piano di Sharon e' quello di spostare tutti gli insediamenti da Gaza in Cisgiordania. 

Un lettore occidentale può essere spaventato dall'idea, ma questo e' Israele: i cittadini non sono soggetti autonomi con diritti e dignità, ma mere pedine nell'arsenale del governo. L'intera politica degli insediamenti e' basata su ciò: mettiamo la gente dove vogliamo, se necessario anche in una zona di guerra; non lasceremo che vada via, neppure se lo volesse  (vedi un precedente articolo); e poi la ridispieghiamo altrove, dovunque sia necessario. Quasi tutti gli insediamenti di Gaza sono stati creati da Sharon dopo il ritiro di Israele dal Sinai, nel 1982; molti coloni provenivano proprio dal Sinai. Ora dovrebbero essere spostati altrove; ne sono stati informati esclusivamente dai media israeliani.
Quegli stessi media, comunque, sempre pronti a versare lacrime sui poveri coloni di Gaza "sradicati" in cambio di generosi risarcimenti, e totalmente ciechi di fronte al fatto che essi vivono in mezzo ad un milione e mezzo di palestinesi violentemente sradicati - e senza un centesimo di risarcimento - dalla loro terra in quella che oggi e' Israele ed intrappolati nella regione più densamente popolata della terra.

PERCHE' GAZA?

Non perdetevi nelle illusioni: nessuno intende fare di Gaza uno stato palestinese, nessuno neppure lo dichiara. Gaza ha una funzione molto diversa. Come scrisse il giornalista israeliano Nahum Barnea alcuni anni fa, Gaza e' la colonia penale di Israele, la sua "isola del diavolo, Alcatraz" (citato da Tanya Reinhart).

Anche ora, presunti "terroristi" e le loro famiglie vengono regolarmente deportati dalla Cisgiordania a Gaza, circondata da fili elettronici, il cui accesso al  mare e' bloccato dalla marina militare israeliana e che e', dunque, completamente tagliata fuori dal resto del mondo. Sharon intende tenersi una striscia di 100 metri lungo la frontiera con l'Egitto (dove l'esercito ha sistematicamente distrutto tutte le case palestinesi) per assicurarsi che Alcatraz sia pienamente controllato. A questo punto non vi e' alcuna ragione che Israele stia seduta in mezzo ad Alcatraz, con la sua infinita povertà e la penuria d'acqua, la disoccupazione e la disperazione: che i prigionieri gestiscano da sé la loro vita, mentre noi sediamo in tutta tranquillità attorno e guardiamo  i prigionieri mentre periscono. E, per dare un senso delle proporzioni, guardate direttamente a fianco: nella stessa scala sono rappresentate, in grigio, la striscia di Gaza (a sinistra) e la Cisgiordania (a destra).

COSA STA COMBINANDO SHARON?

Come dice Hannah Kim, di Ha'aretz (6/2/04),

"Il piano di Sharon non e' cambiato e resta quello di sempre [...] Continua solo  a cambiargli nome: "Accordo ad interim a lungo termine", "Stadio due della road-map" o "Evacuazione unilaterale" [...] ma torna sempre, sempre,  alla stessa cosa - assicurarsi che la mappa da lui tracciata non permetta l'esistenza di uno stato palestinese in grado di vivere a fianco di Israele. Per evitare questo pericolo, Sharon e' pronto a fare "dolorose concessioni", che sarebbero l'evacuazione di qualche insediamento nei territori".

In cambio per l'evacuazione dalle colonie della Striscia di Gaza - mantenendone lo strangolamento dall'esterno - Sharon chiede ora il supporto americano per un'estensione massiccia degli insediamenti della Cisgiordania e, secondo alcuni rapporti, anche per un'annessione formale ad Israele di ampie porzioni della Cisgiordania. Vuole inoltre il consenso americano al tracciato del Muro di Apartheid, che significa annettere de facto ad Israele circa il 20% della Cisgiordania e frantumare la popolazione palestinese della Cisgiordania in numerose enclavi isolate, molte delle quali completamente incapaci di sussistenza economica, in modo tale che gli abitanti saranno costretti a trasferirsi altrove. Questo e' il "nuovo" piano di Sharon: non mettere fine all'occupazione, ma liberarsi di una seccatura, evacuare alcune celle ebraiche del carcere Gaza-Alcatraz ed accaparrarsi la parte del leone - la Cisgiordania - molto più in fretta e con l'assenso senza precedenti degli americani.

Strategicamente, dunque, il piano di "disimpegno" di Sharon non e' che un altro nome per l'occupazione e, in quanto tale, dovrebbe essere rigettato. Tuttavia il piano ha dei vantaggi tattici. Per ciò che mi riguarda, io supporto qualsiasi ritiro israeliano, qualsiasi evacuazione di qualsiasi colonia dovunque essa sia. Se Sharon e' pronto a restituire un terzo della Striscia di Gaza ora occupata da 7.500 coloni, che lo faccia, ed al più presto. Ma, allo stesso tempo, bisogna ricordare che Sharon non e' cambiato e che bisogna resistere alle sue intenzioni reali: perpetuare l'occupazione - e di conseguenza il conflitto armato - mediante un "dono" apparentemente "generoso".

 traduzione a cura di www.arabcomint.com
da antiwar.com