Un'attivista
in trincea
Gretta
Duisenberg intervistata da Paul de Rooij
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I simboli sono importanti. I soldati israeliani si comportano come tori di fronte ad uno straccio rosso quando vedono i colori palestinesi. La stessa reazione si e' verificata tra gli ebrei olandesi allorche' una bandiera palestinese fu lasciata sventolare dal balcone di Gretta Duisenberg l'anno scorso. La risposta isterica a questo gesto simbolico non ha intimidito Gretta, ma ha, al contrario, rafforzato la sua determinazione a parlare contro l'oppressione del popolo palestinese da parte di Israele. Gretta ha fondato un gruppo di attivismo, Stop the Occupation, che mira ad educare il pubblico olandese sulla natura dell'occupazione israeliana della terra palestinese ed a cambiare la politica olandese nell'area. Nel gennaio 2003 ha visitato i Territori palestinesi occupati, suscitando la risposta irata dei gruppi olandesi filo-israeliani. |
Come e' stata coinvolta nella campagna contro l'occupazione israeliana della Palestina? Nell'Aprile del 2002 ci fu una grande manifestazione ad Amsterdam contro le azioni israeliane nei Territori Occupati. In quel periodo, io ero in Germania (dove risiedo parte dell'anno) e vidi solo l'annuncio della manifestazione. Ordinai una bandiera palestinese tramite il web e tornai ad Amsterdam per partecipare alla manifestazione. Lungo il tragitto di ritorno, incontrai due studenti di Jenin i cui genitori avevano fatto orribili esperienze. Nel periodo della manifestazione, gli eventi a Jenin si erano appena conclusi, ma continuava l'assedio israeliano alla Basilica della Nativita' di Betlemme. Fu tutto estremamente emozionante. Quando tornai a casa pensai: non e' abbastanza, devo fare di piu'. Poiche' dovevo partire, sistemai la bandiera palestinese sulla veranda del mio studio. Quando tornai dal viaggio, realizzai che la bandiera aveva causato grande scompiglio tra i miei vicini - ebrei. Alquanto strano, l'incidente fini' sulla stampa. Fui invitata ad una serie di discussioni da un gruppo di solidarieta' palestinese di Haarlem, e durante uno di questi incontri nacque l'idea di formare un movimento di solidarieta' a livello nazionale. Con alcuni attivisti ed alcune persone informate sull'argomento, formammo un gruppo che si occupasse dell'iniziativa. Miravamo a colmare l'enorme lacuna di notizie e di informazione tra il pubblico in relazione al conflitto israelo-palestinese. Miravamo inoltre a correggere l'attitudine occidentale di voler curare i sintomi senza considerare le cause dei problemi nell'area. Desideravamo ardentemente correggere la disinformazione contenuta nel solito ritornello: "fermare la violenza da entrambe le parti e tornare al tavolo dei negoziati". Dato il contesto del conflitto, cio' vorrebbe dire che i palestinesi avrebbero dovuto negoziare la loro liberta' con l'occupante. Israele non solo e' molto piu' forte militarmente ed economicamente, ma lo e' anche nel settore storico-culturale - di cio' sono responsabili molti secoli di Orientalismo. Il mondo occidentale si identifica facilmente con gli israeliani, che "sono come noi", e che hanno la stessa societa' "moderna". Doveva essere fatto qualcosa per correggere lo schiacciante vantaggio asimmetrico che Israele ha sempre posseduto. Infine doveva essere rettificata la gigantesca ingiustizia perpetrata contro i palestinesi. Essi hanno pagato a causa del senso di colpa occidentale per l'olocausto, con cui essi non avevano nulla a che fare. Ma l'Europa non deve permettere a quello stesso senso di colpa di ridurla al silenzio contro le disumane pratiche della politica israeliana. Il fardello piu' pesante per i palestinesi e' oggi l'occupazione della loro terra. La Risoluzione ONU 242 chiede ad Israele di ritirarsi dai territori occupati nel 1967. Sebbene la comunita' internazionale supporti questa risoluzione, l'Unione Europea e gli Stati Uniti, in particolare, hanno permesso ad Israele di ignorare questa risoluzione da piu' di 35 anni, di assediare quei territori, costruirvi insediamenti, rubare le sue risorse, come l'acqua, e rendere impossibile per i palestinesi una vita normale. "Stop all'occupazione" e' uno slogan che puo' essere compreso da tutti. Con la nostra petizione, indirizzata a tutti i governi dell'Unione Europea, al Parlamento Europeo ed alla Commissione Europea, cerchiamo di esercitare pressione su di loro affinche' si impegnino attivamente per la risoluzione del conflitto, piuttosto che seguire come servi gli Stati Uniti. Nel passato lei si e' occupata di altre cause, come ad esempio la guerra in Vietnam? Sono un'attivista da sempre. Mi sono impegnata in molte attivita' per la difesa dei diritti umani, dal movimento anti-apartheid del Sudafrica, alla lotta per l'indipendenza della Rhodesia, in cui scelsi di stare dalla parte di Joshua Nkomo, alla mobilitazione contro lo stazionamento in Olanda dei missili cruise con testate nucleari, fino al movimento, oggi, che si occupa di portare giustizia in Palestina, stabilendo frontiere sicure per tutti i popoli in questione, portando una risoluzione giusta alle sofferenze del popolo palestinese e aiutandolo a ricostruire i suoi territori devastati.
Tolsi la bandiera, ma ricevetti una lettera che mi esprimeva simpatia con le seguenti parole: "Sembra che, proprio come il popolo palestinese, anche la sua bandiera debba essere bandita. Signora Duisenberg, daro' asilo politico alla sua bandiera". Quindi la bandiera fu portata in un tour di solidarieta' per l'Olanda fino a quando non fu rubata e bruciata da alcuni dei nostri oppositori. Dopo di cio', comunque, centinaia di bandiere palestinesi furono acquistate dai nostri sostenitori e vengono esposte ogni prima domenica del mese in tutta l'Olanda. La campagna "Stop all'occupazione" cerca di ottenere firme per una petizione. Cosa accadra' alla lista della petizione, e cosa mirate ad ottenere? La lista e' stata inviata due volte al governo olandese e ad altri capi di stato e di governo europei, al Parlamento Europeo ed alla Commissione Europea, e sara' inviata nuovamente con le firme aggiornate. Finora superiamo le 50.000 firme. Esse rappresentano un ampio spettro della societa' olandese, ed includono firme di ex-primi ministri ed individui altamente rispettati. Desideriamo che l'Europa
eserciti pressione su Israele affinche' questo si ritiri
oltre le frontiere del 1967, in obbedienza alle
risoluzioni ONU, e che cooperi ad una giusta soluzione
del problema dei profughi palestinesi. Se e' unita, l'Europa non e' impotente: il Trattato di Associazione tra Israele ed U.E. - che garantisce ad Israele moltissimi vantaggi - potrebbe essere sospeso; cio' e' possibile se vi sono indicazioni di violazioni dei diritti umani (Art.1). Inoltre, l'Articolo 83 stabilisce che l'Europa puo' mettere fine a questo trattato se Israele violi il cosiddetto "principio territoriale" - questo asserisce che Israele non ha il permesso di esportare prodotti con il marchio "Made in Israel" se questi vengono prodotti al di fuori di Israele propriamente detto. Israele, invece, esporta prodotti dei Territori occupati contrassegnandoli con il marchio "Made in Israel", e cio' e' una violazione flagrante del Trattato (Art.83). Allo stesso modo, potrebbero essere sospese le linee aeree e navali. Infine, dovrebbe essere proibita la vendita ed il trasferimento di armi in Israele. Ma vi e' un argomento ancora piu' valido per mettere fine al trattato: continuare questo accordo rende l'Europa complice dell'occupazione e diminuisce la sua credibilita' nel suo obiettivo dichiarato di mirare alla giustizia ed al rispetto dei diritti umani nell'area. Vorrei sottolineare un'ultima cosa: mettere fine al Trattato non significa applicare delle sanzioni, ma solo che Israele sara' trattato come tutti gli altri stati, senza beneficiare dei grossi vantaggi di cui gode oggi, come ad esempio evitare il pagamento di una tariffa del 14%.
Anche se la stampa la ha riportata cosi', la mia dichiarazione era di tenore differente. Qui c'e' un esempio lampante di informazione manipolata. Durante il mio viaggio nei Territori occupati e dopo un'emozionante visita a Jenin, un giornalista mi chiese al telefono: "Crede che sia possibile un paragone tra l'occupazione del 1940-45 e l'occupazione israeliana della terra palestinese?" Io risposi: si', escluso l'olocausto ed il fatto che l'occupazione israeliana e' durata sette volte piu' dell'occupazione nazista dell'Olanda. Il giornalista o il suo editore cambiarono le carte in tavola e si riferirono all' "occupazione nazista". Si da' il caso che questo giornalista sia l'ex-presidente dell'Organizzazione olandese-sionista. Non avrei dovuto rispondere alla domanda provocatoria di questo pseudo-giornalista. Davvero, non si puo' paragonare cio' che sta accadendo nei territori palestinesi con nient'altro al mondo. Chiunque si avventuri all'interno di questo conflitto finisce in una serie infinita di tabu' politici e questioni su cui non si deve fare parola. I sostenitori di Israele sanno che l'occupazione e' la causa primaria del conflitto, ma vogliono prestare attenzione ai sintomi, chiudendo gli occhi di fronte alle radici del conflitto. C'e' una distorsione premeditata di causa ed effetto. L'Olanda e la Gran Bretagna sono noti per essere instancabili difensori degli interessi israeliani in Europa. Sono questi i governi che bloccano l'Europa dal prendere misure piu' decisive e meno ambigue riguardo il conflitto in corso. Secondo lei, perche' il governo olandese adotta questa strategia? L'Olanda ha legami storici molto stretti con Israele, e cio' puo' essere spiegato da molti fattori. Primo, c'e' un senso di colpa. Durante la Seconda Guerra Mondiale, un numero piuttosto alto di ebrei olandesi furono portati nei campi di concentramento nazisti. Di 130.000 che erano, quasi due terzi non fecero ritorno a casa e quelli che tornarono non furono accolti a braccia aperte. Non fu fatto molto in termini di compensazione all'epoca. Questo senso di colpa, seppure giustificato, apre un serio dibattito sulla giustizia e la liberta' nell'approccio al problema palestinese. Secondo, dopo la guerra l'Olanda divenne una democrazia socialista e comincio' a guardare con simpatia agli esperimenti "socialisti" dei kibbutzim in Israele. Terzo, la politica estera olandese dopo la guerra ha avuto una forte connotazione atlantica. In altre parole, la tendenza pro-Israele dell'Olanda e' strettamente connessa all'orientamento filo-israeliano degli USA. Ora si vede che, dagli anni '80, la pubblica opinione e' maturata e la gente e' divenuta piu' consapevole del dramma palestinese e dei diritti umani in genere. Questa maturita' non viene ancora riflessa nei governi, anche se molti politici hanno firmato la nostra petizione. Molti olandesi della vecchia generazione sono molto filo-israeliani. Secondo lei questo entusiasmo si e' smorzato recentemente? E la nuova generazione, come vede Israele? Con la nostra azione abbiamo ricevuto tantissime lettere dagli olandesi, molte scritte da anziani, che non capivano e che si vergognavano dei loro precedenti ardori filo-israeliani. Molti semplicemente dicevano che non avrebbero mai osato esprimere criticismo, ma adesso, "se Gretta ha osato, anch'io posso osare". Tra i giovani c'e' molto piu' criticismo verso la leadership israeliana. E' solo una minoranza di ebrei olandesi che da' voce all'opposizione alla campagna "Stop all'occupazione"? Non dovremmo focalizzarci troppo su cio' che dicono gli ebrei olandesi. Ci sono olandesi che supportano la nostra azione ed altri che cercano di sabotarla. Tra i firmatari ci sono ebrei e non ebrei. Il supporto incondizionato per Israele si trova in una piccola ma rumorosa corrente olandese che include la destra cristiana. Questi gruppi cercano di instillare la paura paragonando ogni criticismo all'anti-semitismo. E' propaganda pura. E' inimmaginabile che gente che predica l'amore verso i propri simili possa deliberatamente chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie che i palestinesi subiscono da decenni. Un'ultima domanda. Se potesse chiedere agli attivisti che seguono la causa del Medioriente e della Palestina in particolare di fare qualcosa, cosa gli chiederebbe di fare? Secondo lei, qual e' l'azione piu' efficace per opporsi all'occupazione israeliana della Palestina? Gli chiederei di fare pressione sui loro governi, affinche' l'Unione Europea lotti per la giustizia, la pace ed i diritti umani in Medioriente. Come europei abbiamo la forza necessaria e il dovere morale di non inchinarci supinamente ai diktat dell'America. |
traduzione a cura di www.arabcomint.com