"GUERRA DI CIVILTA' " ?

 

Gli eventi tragici che si susseguono in questo tragico inizio di millennio hanno fornito molte frecce agli archi dei cinici cantori della "civilta' ', a cui non sembrava neppure vero avere l'opportunita', servita su un piatto d'argento (seppure gravido di migliaia di poveri cadaveri), di svuotare il loro animo del veleno accumulato contro Islam, musulmani, arabi. Tra le migliaia di stupide cose dette e bui pregiudizi tirati fuori e falsita' propagandate come rivelazione, c'e' da perdere la testa. E, davvero, non sapremmo da che parte cominciare per riannodare i fili di un discorso che, ad arte, e' stato divulgato dai mass-media senza mai (o quasi)offrire una controparte che fosse almeno credibile: le crociate, l'Islam violento di natura, il feroce saladino di turno, i diritti delle donne, quelli degli uomini, il chador, il burqa, i talebani, la discriminazione dei cristiani nei paesi islamici (?!?), la storia e la preistoria, tutto e' entrato ambiguamente nel gran calderone mediatico che ha asfissiato la nostra capacita' di giudizio, di riflessione, di comprensione.

Ma forse, per battere i pregiudizi duri a morire, conviene iniziare dal principio...

 

Estratti da "Si può vivere con l'Islam?" di Tarek Ramadan

In principio, fu la tolleranza

Un secolo dopo la morte del Profeta, c'è già un esercito musulmano nel centro della Francia. In quel momento, in capo a un secolo, tutta l'Africa del Nord è diventata musulmana. Non tutti gli abitanti si sono già convertiti, ma lo faranno poco a poco. Allo stesso modo tutta la Spagna è sotto il potere dell'islam anche se numerosi Spagnoli restano cristiani o ebrei. Gerusalemme, la Palestina e la Siria sono conquistate da eserciti arabi.

Resta, comunque, quello che oggi sono la Turchia e l'Anatolia, sempre nelle mani di Bisanzio, erede dell'Impero romano. Resta l'Impero persiano, ancora totalmente zoroastriano (religione di Zarathustra, profeta vissuto intorno al 600 a.C.). Ma il mondo musulmano è gigantesco, più o meno la metà del bacino del Mediterraneo e si organizza in un secolo. Qual'è la ragione di questa rapida espansione?

Secondo una visione caricaturale della storia, essa viene spesso rappresentata come il risultato di una conquista di guerra fatta di massacri, saccheggi e conversioni forzate. Cio' fa parte dell'immagine di un islam conquistatore e violento.

Questa immagine sommaria non ha fondamento. Impossibile immaginare che qualche tribù di beduini e qualche città della penisola araba siano riuscite a conquistare la metà dell'antico Impero romano contro il sentimento delle popolazioni. Molto rapidamente l'islam converte le popolazioni locali, i cristiani ma non gli ebrei. Minoranze cristiane sono rimaste da allora in tutto il Medio Oriente e in Egitto, il che prova come le conversioni non siano state imposte sistematicamente. C'è dunque un enigma: perché i cristiani a contatto con l'islam si sono cosi' facilmente convertiti? Che cosa li rendeva cosi' fragili?

Un'altra spiegazione del successo dell'islam, che puo' del resto coesistere con la prima, è che i giudeo-cristiani ed i cristiani orientali in generale avevano fatto parte dell'Impero Romano. Nel momento in cui si installa un nuovo potere, essi hanno fatto quello che spesso fanno i notabili: si mettono dalla parte di chi comanda. Gli ebrei, loro, erano abituati a sopravvivere al di fuori del potere o contro il potere. Hanno sempre avuto un rapporto difficile con i governanti: talvolta servivano il potere come collettori d'imposte, talvolta si offrivano ai principi e, di quando in quando, sono stati perseguitati soltanto perché erano divenuti ricchi facendo il mestiere di finanzieri.

La costituzione di un grande impero nel Nord Africa determina la conversione spontanea dei cristiani, tanto che nel Maghreb non resta più nessuna comunità cristiana mentre restano delle comunità ebraiche. A Marrakech o a Djerba si possono ancora trovare comunità di questo tipo a volte vecchie di venti o trenta secoli.

 

Occidente "cristiano"?

. Cerchiamo di liberare il terreno dalle mine, di far vedere che l'islam non è il nemico dell'Occidente, che in alcune sue peculiarità, in certi suoi irrigidimenti, esso tenta di preservare qualche cosa di essenziale, non solo essenziale per il mondo arabo o per l'islam, ma essenziale per l'umanità.

Questa resistenza costituisce forse una possibilità per l'umanità di fronte al politeismo d'oggi, cioè il denaro, il potere, la tecnica, il sesso, la violenza, il rumore, la negazione astuta o brutale di ogni spiritualità, di ogni morale, di ogni trascendenza. Questi sono gli idoli d'oggi. L'Occidente vive in uno stato di ateismo pratico. La sua fede tradizionale sta morendo per esaurimento interno, nelle sue contraddizioni, per incapacità di prendere le distanze dal potere economico e politico

L'Occidente, cosi' come si offre attraverso l'ideologia del modernismo, per esempio, con il culto del solo rendimento, della produttività, del successo immediato, della competizione cieca e disumana, del predominio della tecnologia e del progresso a qualsiasi costo, tutte queste constatazioni, che esprimono effettivamente uno dei volti dell'Occidente, sono si' in totale contraddizione con i valori della civiltà islamica. L'islam per natura e per essenza è inassimilabile a questo modo di vivere e di pensare, perché il principio avrà sempre la preminenza sull'efficacia.

Ma sottolineare questo, riguardo all'islam, vuol dire anche che i musulmani incontreranno molti partners che subiscono passivamente e si lasciano trascinare dagli eccessi di una civilizzazione a corto di punti di riferimento. Ci sono tantissimi uomini e donne in Occidente, sia cristiani, laici, o di tutt'altra tradizione religiosa, che, rispetto alla situazione attuale, denunciano il loro malessere ed organizzano una vera e propria resistenza. E' troppo semplice dire l'Occidente contro l'Islam. E' vero, il mondo musulmano manifesta oggi una resistenza forte e quasi generale. Ma non è solo contro tutti, e le donne e gli uomini di coscienza e di buona volontà non mancano in entrambe le sfere, purché prendano la parola e si riconoscano compagni ed amici nella stessa lotta per la dignità.

 

Democrazie e democrazie

La forza del sistema dominante attuale sta nella sua capacità di dividere i nemici e dar loro l'impressione che non possano collaborare insieme. E' una strategia elementare che resta molto efficace. Gli stessi che sviluppano, ad esempio, un atteggiamento critico rispetto ai media - quando questi giocano il ruolo del modello ultraliberale- cadono nella sua trappola e si lasciano influenzare dalla logica sommaria ed uniformatrice degli stessi media quando descrivono il mondo "oscurantista" dell'islam. La logica di difesa del sistema e dei suoi interessi è pertanto la stessa, alla fine bisognerebbe rendersene conto.

Né i Talibani, né l'Arabia Saudita, né la Tunisia, né la Turchia sono dei modelli. Bisogna condannare e resistere a tutte queste deviazioni. Rispettare l'insegnamento dell'islam significa promuovere delle riforme che rispettino quattro orientamenti fondamentali: giustizia sociale, partecipazione del popolo e rispetto delle sue scelte, pluralismo ed un autentico stato di diritto. Tutti i testi fondatori dell'islam ci orientano in questa direzione. E' in questi campi che bisogna essere esigenti, e rigorosi, e determinati. Il resto non ha senso.

L'affare Rushdie ha discretamente confortato i cliché e rinforzato le opposizioni tra le due civiltà. Alcuni ne godono e non cessano d'alimentare la polemica. La libertà d'espressione è un diritto che bisogna difendere. Con forza ed energia. Ma vorrei qui ricordare a tutti i cantori della libertà d'espressione che migliaia di Rushdie marciscono nelle prigioni di tutto il mondo e del mondo musulmano in particolare. Sono sottoposti a persecuzioni e torture nel buio delle prigioni: sono intellettuali musulmani che muoiono in Siria, in Tunisia, in Egitto, in Israele e in tanti altri paesi. Hanno utilizzato la loro intelligenza e la loro penna e subiscono addirittura la condanna a morte. Vorrei da parte mia sentire gli intellettuali difensori di Rushdie battersi con la stessa determinazione per gli anonimi perseguitati per il loro pensiero. A meno che la loro lotta sia soprattutto ideologica e politicamente orientata

 

La differenza non implica l'odio

Su questo punto preciso, due concezioni della vita e della morte esprimono divergenze fondamentali: per i musulmani il senso della vita si fonda certo sul fatto di trarne piacere, di non dimenticare la propria parte di benessere, secondo la formula coranica, ma cio' non si puo' fare a detrimento della giustizia e della dignità. Resistere in nome della propria fede, della propria coscienza umana, a tutte le oppressioni, a tutti i dittatori e alle colonizzazioni ingiuste e questo fino al sacrificio della propria vita, se necessario, è una forte raccomandazione del messaggio coranico. Non si tratta di romanticismo della resistenza, e neppure del culto del martirio, ma proprio del senso della vita in quanto testimonianza di ciascuno dei valori che si portano con sé: colui che va fino al fondo alla sua resistenza e alla sua lotta si chiama shahid in arabo, letteralmente "colui che testimonia".

Dobbiamo rifiutare gli eccessi e denunciare gli orrori senza fare semplicistiche confusioni. Capire razionalmente un atto di convinzione non è per niente facile: ci vuole tempo, un accostamento interiore e, a volte, ammettere i limiti della nostra comprensione e della nostra logica. A meno che non si decida che tutto cio' che noi non comprendiamo è "assurdo", applicando un'equazione la cui evidenza nega ed esclude il senso delle speranze altrui.

Oggi la religione non è più un fattore sociale importante in Occidente. Una delle linee di frattura tra l'Occidente e l'islam si trova in questa opposizione: gli uni considerano la religione come un fattore negativo, gli altri come un fattore positivo. Resta il fatto che, allo stato attuale delle cose, l'Occidente ha l'aria di avere più successo. Ma il prezzo è lo sfruttamento dei popoli che non partecipano a questo successo economico ed anche lo sfruttamento della natura. Si sa che non si potrà continuare indefinitamente questa crescita che costituisce una necessità politica ed economica.Un po' come la legge fondamentale del ciclismo: bisogna pedalare per mantenersi in equilibrio. Se ti fermi, cadi.

Di fronte a questo apparente successo, i musulmani sono tra due fuochi, per lo meno in certi paesi. Sono sedotti dall'Occidente e, allo stesso tempo, si rendono conto che soccombere a queste seduzioni significa rinunciare alla loro anima. Tra l'Occidente e l'islam si tesse una relazione di seduzione, di resistenza, di amore, di odio, che spiega forse certe reazioni violente. I terroristi algerini, i talibani afghani ne sono l'espressione estrema. Anche questi estremisti non fanno che reagire all'Occidente. Sono reazionari nel senso etimologico del termine. Se nutrissero una fede perfetta nell'islam, non arriverebbero alle violenze estreme che li screditano e compromettono l'islam. Farebbero un atto di fede proclamando la loro fiducia nella via islamica dello sviluppo economico. Un vero credente possiede la pazienza di attendere un secolo o due per verificare quale economia sopravviverà alla prova dei fatti.

Tutto ci dimostra oggi che il modello occidentale non puo' essere un modello per il pianeta. Bisogna trovare qualcos'altro: credere, significa assumersi la responsabilità essenziale dell'iniziativa e della creatività. Lontano dai miraggi e dalla magia del progresso e di un modernismo cieco, bisogna che i musulmani ritrovino la fiducia ed il senso della missione che è la loro: in nome della loro fede portare testimonianza di una resistenza determinata contro la follia degli uomini, tanto nella gestione del mondo quanto nel modo di trattare i propri simili.

 

I paesi cosiddetti "moderati" e i paesi cosiddetti "canaglia"

Abbiamo già parlato di paesi che sono, a mio avviso, piuttosto antimodelli. L'Arabia Saudita, lo ripeto, è un bastione protetto dall'Occidente: per i musulmani è tutto salvo un modello di gestione politica. L'Afghanistan è la stessa cosa, malgrado cio' che si vuol far credere qui: nel silenzio e nei retroscena della gestione politica presentata dai talibani, gli Stati Uniti preparano un accesso alle risorse petrolifere dell'Asia centrale con l'appoggio del Pakistan e dell'Arabia Saudita. La denuncia è diretta anche verso altri tipi di paesi come la Tunisia, l'Algeria, la Turchia, la Siria, l'Egitto e tanti altri che sono chiaramente dittature. Sono ugualmente vigile e critico riguardo all'Iran, la Malesia o il Sudan ma mai nel modo semplicistico e falso attraverso il quale ci vengono presentati questi paesi dai media occidentali; le esagerazioni e la propaganda sono costanti e stabiliscono una griglia di lettura ideologica e menzognera.

La storia ci dice che non si puo' pensare al futuro del mondo musulmano senza riconoscere la pregnanza del riferimento religioso e culturale. Il caso della Turchia parla chiaro: dopo oltre sessant'anni di un sistema all'europea imposto a randellate ed esecuzioni, il riferimento islamico resta solidamente ancorato. Domani gli oppositori al regime potranno diventare tanto più violenti quanto più si continuerà a negare il "fatto islamico" ed a gestirlo con la repressione e la morte.

Riguardo agli orientamenti in base ai quali giudicare la validita' di un sistema, ne citerei tre sui quali, penso, possiamo essere d'accordo: lo stato di diritto, il diritto dei popoli di scegliere i loro eletti ed i loro rappresentanti, il principio del pluralismo e della libertà di coscienza. Penso che sia giusto interpellare i musulmani su questi principi e penso che la loro risposta debba esser chiara: noi ci riconosciamo in questi fondamenti. L'islam non è responsabile della destrutturazione delle società contemporanee; bisogna smetterla con questa analisi semplicistica e considerare l'insieme dei fattori che giocano sul piano storico, politico, sociale ed economico. Tuttavia, bisogna riconoscere che esistono oggi nel mondo musulmano movimenti di opposizione legalitari che rifiutano la violenza e che, volendo restar fedeli all'islam, si oppongono ai dittatori e vogliono instaurare uno stato di diritto tramite vere elezioni. Essi sono demonizzati in Occidente perché a tutti i costi si vuol fare di ogni erba un fascio:"Tutti integralisti, tutti radicali". I poteri occidentali hanno capito che i loro interessi sono più protetti dalle dittature che dai movimenti popolari, a fortiori musulmani, fossero pure democratici. Nient'altro li interessa. Da quando ci si è resi conto di cio', si comprende come i discorsi politici dipendano prima dalla copertura ideologica che da una constatazione oggettiva.

Quando si osserva il mondo musulmano oggi, c'è di che preoccuparsi, questo va da sé. Ma le cose avanzano un pochino; prendiamo ad esempio la situazione iraniana : chiaramente bisogna essere critici su parti intere della gestione religiosa, sociale e politica. Ma bisogna essere oggettivi ed onesti: in materia di libertà politica come sul piano della partecipazione femminile, questo paese è nettamente in vantaggio rispetto all'Egitto, la Tunisia o l'Arabia Saudita, che sono gli alleati immediati dell'Occidente. Da dieci anni l'avanzata è visibile e fenomenale. E' in corso una rivoluzione all'interno stesso del processo rivoluzionario. Non è certo sufficiente, ma dobbiamo avere l'onestà di riconoscere che l'Iran è molto più uno stato di diritto e di partecipazione dei cittadini che la maggior parte degli altri paesi musulmani. Ed il movimento femminile non ha paragoni.

Bisogna ancora mettersi d'accordo su che cosa si intende per "progresso". E' il grado di penetrazione dei modi di vivere occidentali oppure l'impulsione di una dinamica popolare e statale che comporta cambiamenti sociali, politici, legislativi ed economici? Abbiamo parlato dell'Iran, ma parliamo della Malesia o delle mobilitazioni in Indonesia. Anche il Sudan, che deve essere criticato quanto alla gestione politica (rifiutando comunque le analisi "a spizzichi" nelle quali si ripete ciecamente la propaganda dell'opposizione ideologica degli Stati Uniti... ) anche questo paese povero è riuscito a mettere in piedi un progetto di agricoltura ad uso alimentare a livello locale, appoggiata ad istituti universitari regionali, che ha permesso una crescita di circa il 13%, mantenuta fino all'inizio dell'embargo. Il F.M.I., nei suoi primi rapporti, aveva elogiato il risultato, che fu subito curiosamente ignorato da quando è stato chiaro che il regime non collaborava con gli Stati Uniti.

Tutto cio' mi porta a dire che il riferimento all'islam non è un freno in sé; al contrario, puo' diventare uno strumento fecondo di mobilitazione popolare e sociale purché siano conservati la libertà ed il diritto. Ancora una volta, il problema dei paesi musulmani, di quelli che ho citato e di tutti gli altri, non è l'islam, ma l'assenza del rispetto dei principi dello stato di diritto e del pluralismo politico. Ed ancora, mi sento di aggiungere che la mancanza di pluralismo politico e' avvertibile maggiormente in quei paesi considerati "moderati", ovvero laici, ovvero occidentalizzati, dall'Occidente. Ed e' dunque un grave errore politico ed intellettuale identificare queste dittature secolarizzate con l'Islam.

Innanzitutto non bisogna mai dimenticare che la maggior parte dei paesi musulmani vive in una situazione di sottosviluppo caratterizzato. La povertà, la miseria e la realtà del soffocamento della sfera politica sono di per sé atti a creare turbolenze. Questo è un primo livello.

Il secondo riguarda l'intervento immediato o mediato dei poteri occidentali con lo scopo di difendere i loro interessi. Bisogna allora entrare in una analisi geopolitica che sia tutto fuorché semplificatrice. Prendiamo molto rapidamente tre esempi.

Il caso algerino non è mai stato risolto perché, nel fondo, la relazione storica tra la Francia e l'Algeria non cessa di segnare le memorie. C'è stato un processo elettorale relativamente pluralista che è stato fermato da un autentico colpo di stato mascherato. Il giorno dopo le elezioni, deputati eletti si sono visti imprigionati, deportati e torturati davanti agli occhi di tutto il mondo. I governi sulla scena internazionale non hanno reagito, ed è forse l'Arabia Saudita che ha riconosciuto per prima il nuovo potere sanguinario. Gli arresti e le torture sono stati la regola ed il governo francese, ad esempio, ha sostenuto il nuovo potere il quale, si sa, non ha neppure tentato di nascondere il suo carattere repressivo. Che si sia d'accordo o no a riguardo del FIS, non si puo' tacere davanti ad una manifestazione di ingiustizia e diniego del diritto. Bisogna essere chiari: denunciare con fermezza ed energia i gruppuscoli armati è fuori discussione, ma con la stessa forza bisogna criticare la gestione statale di una mafia militare che si basa sul terrore e l'omicidio. Ora che cosa si osserva? I poteri occidentali si mostrano molto freddi quando si tratta di denunciare il potere politico algerino. La Francia, per prima, continua ad avere relazioni con certi militari indegni e che hanno al loro attivo numerosi crimini contro l'umanità.

Chi è dunque responsabile delle turbolenze nel mondo musulmano? I soli musulmani? No, cerchiamo di essere seri e determiniamo la vera posta in gioco. Come mai gli impianti delle risorse petrolifere non sono mai stati toccati da sei anni a questa parte? Come mai il F.M.I. sottolinea, mentre i massacri di civili continuano, che "l'Algeria è un buon allievo" e gestisce, in modo competente e determinato, il programma di riforma strutturale? Stupefacente, per lo meno, l'oleodotto che attraversa l'Africa del Nord ed in particolare l'Algeria, costruito mentre qualche chilometro più in là si spargevano il sangue e la morte. Amnesty International e la Federazione delle Leghe dei diritti dell'uomo dubitano delle vere intenzioni e delle azioni del potere ma si continua a far finta di essere ciechi in Occidente. E' troppo facile denunciare subito l'islam ed i musulmani senza tener conto del ruolo e della responsabilità dell'Occidente nella gestione e nel mantenimento dell'orrore.

Che dire dei talibani, sostenuti dai servizi segreti pakistani che sono essi stessi al soldo degli Americani? Anche qui un oleodotto attraversa il paese fino all'Asia centrale. Chi dunque sostiene questo islam reazionario e chiuso? Chi sostiene l'Arabia Saudita e la gestione indegna che i principi fanno delle loro ricchezze? Chi sostiene i partigiani dell'islam più riduttivo? La risposta è semplice: fintanto che preservano i loro interessi finanziari e geostrategici, i poteri occidentali se ne infischiano del progresso, dell'apertura di spirito, della democrazia e dei diritti dei popoli. Non si puo' essere protagonisti e promotori di dibattiti e fingere di essere spettatori rattristati e spaventati al momento della loro valutazione. Una parola ancora sul Sudan. Tutto avviene oggi come se si sapesse che cosa sta veramente succedendo. Ma chi sa che cosa sta succedendo? La propaganda americana dà il tono e si dice tutto e qualsiasi cosa su questo paese. E' gravissimo: alla fine, è il permesso dato agli aerei americani di distruggere uno stabilimento farmaceutico, davanti agli occhi di tutto il mondo, per poi permettersi di rifiutare la costituzione di una commissione d'inchiesta destinata a sapere se vi si nascondevano o no prodotti chimici destinati ad essere usati come armi. Si possono fare critiche sulla mancanza di libertà politica ma questo non ci permette di dire qualsiasi cosa. La situazione nel sud del Sudan non è responsabilità del regime attuale: tutti dovrebbero sapere che è la Gran Bretagna con la sua gestione coloniale che ha deciso per uno sviluppo differenziato tra Nord e Sud. Quando si aggiunge che si tratta di una guerra di religione, si dice un'altra falsità: esiste un'alleanza obiettiva tra gli Stati Uniti ed alcuni movimenti cristiani (che comunque raramente sono chiari sui loro programmi missionari di evangelizzazione) per denunciare il potere sudanese "islamista".

Credo che si debbano denunciare tutti i terrorismi, quelli dei gruppi armati e quelli dello Stato, promuovere l' educazione e la libertà e battersi affinché venga rispettata l'opinione dei popoli anche se questi decidono contro gli interessi immediati dell'Occidente. Cio' significa anche, ad esempio, prendere posizioni chiare rispetto ad Israele ed alla sua politica: questo stato e l'ideologia sionista sono fattori di disturbo nel Medio Oriente ed il governo agisce come gli pare con i suoi vicini, se ne infischia dei Palestinesi (e del mondo) e legalizza la tortura "di bassa intensità". Non c'è niente da dire su questa realtà, non c'è niente da spiegare? Dobbiamo promuovere insieme una pedagogia della sfumatura e della resistenza.

Si potrebbe pensare che io non riconosca alcuna responsabilità ai musulmani. Non è cosi': continuo a sottolineare le carenze del nostro pensiero, della nostra gestione e del nostro impegno.

Certo si deve riconoscere che esiste un ritardo in termini di sviluppo nei paesi musulmani, ma non penso che si possa spiegare questo fenomeno con l'idea di un "ritardo culturale" o di una sorta di "sottosviluppo culturale". Le formule del tipo "Noi ci siamo già passati", "Bisogna che l'islam viva il suo rinascimento come l'abbiamo vissuto noi", "L'islam sta vivendo il suo Medio Evo" sono estremamente semplificatrici e soprattutto rivelano una doppia posizione: prima si considera la storia occidentale come l'unico parametro del buon sviluppo (il che è, in sé, molto discutibile) e poi si lascia perdere la logica interna e l'evoluzione endogena delle altre civiltà, il che è spesso prova di una totale ignoranza delle dinamiche fondatrici e strutturanti della fede e della cultura dell'altro.

Durante i primi secoli dell'Islam, quando il riferimento religioso è ancora molto pregnante, si puo' constatare un pensiero molto dinamico, innovatore in materia di produzione intellettuale, di prestiti ed adattamenti culturali o ancora di sviluppi scientifici.

E' per analogia con la storia occidentale che si pensa che il fattore religioso "per forza" frena la scienza e la ricerca. Ma non è cosi' nella storia musulmana, al contrario... "Sapere è adorare; capire meglio è adorare meglio l'Altissimo"; i musulmani fin dall'inizio hanno inteso cosi' il messaggio dell'islam. Bisogna aggiungere che la rivolta, che fu un vero e proprio catalizzatore dello sviluppo nella storia della mentalità occidentale, non è l'unica condizione che permette il superamento di sé. La nozione centrale di jihad nell'islam, alla base di tutte le elaborazioni dell'azione, associa la fede al principio dello sforzo e dell'impegno personale.

Mai nell'islam l'espressione dell'atto di fede ha implicato l'accettazione passiva della condizione di povertà o di sfruttamento. Se si puo' comprendere il senso di una ribellione, anche della sua necessità, in una religione che insegna che gli ultimi qui saranno i primi nell'altra vita (è in questo senso che Marx aveva ragione di parlare di "oppio dei popoli", dato che il cristianesimo fino alla sua epoca aveva conservato il discorso dell'accettazione e della rinuncia), non bisogna commettere l'errore di ridurre i discorsi delle altre religioni agli stessi presupposti. E' un grave errore metodologico e scientifico.

 

Immagini distorte

Si tratta, prioritariamente, di una questione d'immagine, di rappresentazione. L'idea che ci si fa in Europa dell'islam, della musulmana, del musulmano, e per estensione dell'arabo o dello straniero, è sufficiente per livellare tutte le analisi sulle cause dei processi di marginalizzazione e di esclusione per non ritenerne che una: questo islam venuto da fuori.

Questa rappresentazione viziosa si nutre di tutti gli alimenti a sua disposizione: la delinquenza nelle periferie e nelle città, le macchine bruciate, i cognomi stranieri, la differenza d'aspetto, il foulard della vicina, gli ultimi sgozzati in Algeria, la "preghiera televisiva" di Saddam Hussein, le bombe lanciate alla cieca, i talibani, le donne invisibili e recluse dell'Afghanistan... E si finisce per mescolare tutto. Essendo percepito l'islam come denominatore comune, esso diviene la causa di tutto.

Bisogna assolutamente lottare contro queste semplificazioni. Siamo in un'epoca in cui la caricatura puo' servire per i progetti più folli e causare la morte di migliaia di esseri umani. L'abbiamo visto durante la guerra del Golfo. La messinscena ha pagato ed il popolo irakeno continua a pagare. L'unica via, a mio parere, ragionevole consiste nel distinguere i problemi e classificare le cause.

La frattura sociale esige un approccio circostanziato: sia che si tratti di musulmano, ebreo, cristiano, buddista :

abbiamo bisogno di una riforma fondamentale, profonda, nuova, perché essenzialmente centrata sull'umano e sulla giustizia. Una riforma, come l'intendo io, richiede che si sviluppi la coscienza della "rottura" in vista di proporre, a partir dal livello locale, un altro modo di essere, di essere al mondo e di gestire le cose. Ciascuno a partire dai suoi valori, dalla sua coscienza, dal suo coinvolgimento particolare deve poter apportare il proprio contributo a questa riforma. Si tratta anche, è chiaro, di rafforzare in noi, insieme, il "dovere di resistere" di fronte alle deviazioni e alle follie di una gestione senz'anima, senza coscienza.

Non conosco un vero essere cittadini se non nel "rifiuto impegnato" della logica del rendimento e della produttività. Essere con Dio significa ricordare il posto essenziale dell'uomo, dell'umanità, della fraternità umana, una fraternità d'essere, anche e soprattutto se ci teniamo a vivere una diversità di pensiero. La fede oggi è un matrimonio tra un'intensa spiritualità ed una determinata resistenza. E' il senso della "testimonianza", della shahadah per il musulmano, e anche l'Occidente è "spazio della testimonianza". Di cuore e di intelligenza.

 

Conclusioni

Dobbiamo anche ricordare che un mondo che confisca l'80% delle ricchezze del pianeta nelle mani del 17% della popolazione non saprà essere un mondo sereno. Le cifre traducono da sole la violenza, una violenza senza armi, certo, ma una violenza terribile, distruttrice, inaccettabile. Gli esseri umani soffrono e si lamentano come la natura, del resto, sottomessa ad un trattamento indegno ed incosciente. Qui inizia la solidarietà degli uomini di buona volontà, di coloro che comprendono la loro fede, la loro vocazione, la loro presenza nella resistenza. Si tratta di non rinunciare, contro tutte le semplificazioni, le caricature, le dicerie e le meschinerie.

Cio' che noi portiamo è più nobile di cio' di cui ci insultano. Taluni parlano di chiusura di spirito e non ci hanno mai rivolto la parola; loro parlano di apertura, chiusi nella loro presunzione. Dobbiamo superare queste "meschinerie", queste chiacchiere. In nome di tutte le donne e di tutti gli uomini che vivono la discriminazione quotidiana, di tutti coloro che sono umiliati quotidianamente perché non hanno il necessario per vivere, di tutti i torturati nelle prigioni della vergogna e delle dittature, in nome di tutti i giovani che vedono nell'avvenire solo il vuoto, non si puo' continuare a perdere tempo. Bisogna osare, osare affermare convinzioni forti, senza essere chiusi; determinati, senza essere violenti; attivi, senza essere oppressivi. ridurre pazientemente le incomprensioni, valutare con lucidità le scelte che uniscono e le sfumature che separano

- per difendere fraternamente tutto cio' che mette in contatto contro tutto cio' che allontana. Dovranno unirsi tutti gli uomini di buona volontà che, in nome della loro coscienza, difendono il senso della vita, la giustizia, il diritto, l'uguaglianza ed il dialogo. Allora - e soltanto allora! - saremo fedeli alla fede in Dio misericordioso, che ci insegna non la vendetta ma l'amore ed il perdono.

 

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