HAMZA, LA SPADA DELL’ISLAM

 

 

 

Le persecuzioni contro Maometto da parte dell’oligarchia meccana avevano raggiunto il culmine. I suoi nemici, pero' ,esitavano ad ucciderlo apertamente. Il Profeta poteva ormai contare su qualche fedele importante. Gli estranei al clan non volevano ucciderlo perchè temevano complicazioni e la richiesta del prezzo del sangue. Gli appartenenti alla famiglia avrebbero si' voluto assassinarlo, ma non era facile. Uccidere un individuo dello stesso clan significava amputare un membro del clan. Anche se ci fa male un orecchio o una mano, ci pensiamo due volte, prima di tagliarli. Sono parti del nostro stesso corpo. Se un organo viene tagliato, tutto l’organismo ne soffre. In una società tribale come quella araba, i vincoli di sangue erano fortemente sentiti. Per il momento, quindi,la vita di Maometto era al sicuro, ma le persecuzioni diventavano ogni giorno più opprimenti. Il Profeta venne ferocemente percosso nella pubblica strada,venne gettato nel fango e calpestato. I ragazzini lo inseguivano a frotte e lo prendevano a sassate, coprendolo di rifiuti e di ingiurie. A capo dei suoi persecutori si trovava Abu-Jahl, il “padre della follia”.

Un giorno, dopo che Maometto era stato nuovamente percosso da una banda capeggiata da Abu Jahl, un uomo si presento' da Hamza, zio di Maometto, e gli racconto'l’accaduto.

Hamza era un vero cavaliere, un gigante leale e corretto. Era appena tornato dalla caccia, quando venne a sapere che suo nipote Maometto era stato picchiato e gettato nel fango dai delinquenti della Mecca capeggiati da Abu Jahl. Le questioni religiose non interessavano molto Hamza. Lo sport e la guerra per lui erano tutto. Personalmente era contrario alle idee di Maometto perchè gli era stato detto che esse erano offensive per gli antenati, quindi erano contrarie allo spirito cavalleresco. Battere Maometto pero'significava colpire una parte stessa di Hamza, tagliargli un dito. Chi colpisce un uomo, offende tutto il suo clan. Il Beduino,l’uomo per il quale la solidarietà tribale ed i vincoli di sangue erano sacri, reagi' con violenza. Hamza non riusciva a dominarsi. Corse immediatamente, armato com’era, a casa dell’aggressore, Abu Jahl, e gli diede una lezione, in pubblico. E fu una lezione severa, perchè Hamza era un “barraz”, un cavaliere specializzato in duelli a singolar tenzone. Hamza, che in quanto parente si sentiva solidale con Maometto, grido'ad Abu Jahl:

“ Credi forse che Maometto sia stato abbandonato dalla sua famiglia? Stai a sentire, da oggi io aderisco alla sua religione e divento musulmano.Se tu o qualcun altro avrete voglia di prendervela con l’Islam, venitemi a trovare!”

Da questo momento l’Islam avrebbe potuto contare su un cavaliere,su un barraz, che, insieme ad Ali, avrebbe tenuta alta la bandiera di Allah su tutti i campi di battaglia.

Hamza mori'da martire nella battaglia di Ohod, che l’aristocrazia meccana aveva sferrato contro la nascente comunità musulmana. Maometto mando'a cercare sul campo di battaglia il cadavere mutilato di Hamza, il cavaliere dell’Islam,il barraz, uno degli eroi che aveva portato sulle sue spalle l’Islam al momento della sua fondazione. Il Profeta ordino'che Hamza e I settanta martiri di Ohod fossero seppelliti nello stesso posto in cui erano caduti, senza che fosse compiuto per loro il lavaggio rituale del corpo cui ciascun musulmano ha diritto dopo la morte.Poi recito'per ciascuno di loro, per settanta volte,la talbiya, la preghiera dei morti. Hamza,il leone di Allah e i settanta shuhada erano entrati direttamente in Paradiso.

www.arabcomint.com