I cristiani dimenticati
di Anders Strindberg

 

 

La "Passione di Cristo" di Mel Gibson viene proiettato nelle sale stracolme della capitale siriana Damasco. Vedere il film qui e' praticamente la stessa cosa che vederlo nella serata d'inaugurazione a New York - i frequentatori abitualmente turbolenti osservano un silenzio reverenziale, il consueto rumore degli involucri scartocciati e' sostituito da sospiri e singhiozzi, e, alla fine, la folla esce dai teatri in silenzio e meditazione. In questa occasione, molti di coloro che hanno assistito alla proiezione sono profughi cristiano-palestinesi, i cui genitori o nonni furono cacciati dalla loro terra natale - la terra di Cristo - quando fu creato Israele nel 1948. Per essi, il film ha un significato simbolico nascosto non facilmente percepibile in occidente: esso non rappresenta solo il processo, la flagellazione e la morte di Gesù, ma e' anche l'immagine simbolica del destino del popolo palestinese. "Ecco come ci sentiamo", dice Zaki, un palestinese cristiano 27enne, la cui famiglia proviene da Haifa. "Prendiamo un pugno dietro l'altro dal mondo, crocifiggono il nostro popolo, ci insultano, ma noi rifiutiamo di arrenderci".

All'epoca della creazione dello stato d'Israele, nel 1948, i  cristiani in Palestina erano circa 350.000, rappresentavano circa il 20% della popolazione e costituivano una comunità antica e vibrante, facente capo ai primi seguaci che ascoltarono le parole di San Pietro a Gerusalemme durante la prima Pentecoste. Eppure, la dottrina sionista dichiarava che la Palestina era "una terra senza popolo per un popolo senza terra". Degli oltre 800.000 palestinesi che furono costretti a lasciare la loro terra nel 1948, circa 60.000 erano cristiani - il 7% del numero totale di profughi ed il 35% del numero totale di cristiani che vivevano in Palestina.

Nel processo di "giudaizzazione" della Palestina, numerosi conventi, ospizi, seminari e chiese furono distrutti oppure furono sgomberati dei loro proprietari e custodi cristiani. In uno dei più spettacolari attacchi contro un obiettivo cristiano, il 17 maggio 1948, il Patriarcato Ortodosso Armeno fu bombardato con oltre 100 proiettili di mortaio, lanciati dalle forze sioniste dal monastero dei Padri Benedettini sul Monte Sion già occupato in precedenza. Il bombardamento danneggiò anche il Convento di San Giacomo, il Convento dell'Arcangelo, le loro chiese, le loro due scuole elementari e seminari e le biblioteche, uccidendo otto persone e ferendone 120.

Oggi, si ritiene che il numero di cristiani in Israele e nella Palestina occupata non superi le 175.000 unità, circa il 2% dell'intera popolazione, ma tale numero sta rapidamente diminuendo a causa dell'emigrazione di massa. Di coloro che sono rimasti nella regione, la maggior parte vive in Libano, dove  condivide la stessa miseria senza fine di tutti gli altri profughi, confinati in campi in cui le scuole sono sovraffollate e insufficientemente finanziate, le case sono decrepite e le condizioni sanitarie terrificanti. Moltissimi comunque hanno lasciato del tutto la regione. Non sono disponibili dati definitivi, ma si ritiene che tra i 100.000 ed i 300.000 palestinesi cristiani vivano nei soli Stati Uniti.

I palestinesi cristiani si considerano, e sono considerati dai loro compatrioti musulmani, parte integrante del popolo palestinese, e sono sempre stati una parte vitale della lotta palestinese. Come ha spiegato il vescovo anglicano di Gerusalemme, il reverendo Riad abu al-Assal, "gli arabi cristiano-palestinesi sono parte integrante della nazione araba palestinese. Abbiamo la stessa storia, la stessa cultura, le stesse abitudini e le stesse speranze".

Invece i media ed i politici USA ci hanno abituati a pensare ed a parlare del conflitto israelo-palestinese come quello in cui una democrazia illuminata e' costantemente costretta a respingere gli attacchi di islamisti folli determinati a distruggere il popolo ebraico e ad imporre uno stato islamico. I palestinesi vengono assimilati agli islamisti, gli islamisti ai terroristi. Il fatto che la comunità difficilmente salga agli "onori" dei titoli giornalistici d'occidente e' probabilmente dovuto al fatto che tutte le attività organizzate dai cristiani palestinesi sono di norma non politiche.

I cristiani libanesi e siriani furono essenziali nella concezione del nazionalismo arabo come scuola generale del pensiero anti-coloniale dopo il collasso dell'Impero Ottomano all'inizio del 20esimo secolo. Durante gli anni '30, Haji Amin al-Husseini, il leader della lotta palestinese contro i colonialisti britannici, si circondò di consiglieri e funzionari cristiani. Negli anni '50 e '60, mentre emergevano le varie fazioni che sarebbero confluite nell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), alcuni degli attivisti più prominenti erano di origine cristiana. Ad esempio, George Habbash, un medico di religione greco-ortodossa proveniente da Lod, creò il Movimento Nazionalista Arabo e fu in seguito il fondatore del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Naif Hawatmeh, anch'egli greco-ortodosso, fondò e guida ancora oggi il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. Tra i leaders più conosciuti in occidente, figura la cristiana di rito anglicano Hanan Ashrawi, uno dei più efficaci portavoce dell'Autorità palestinese.

Tra le comunità che ancora restano in Palestina, molte appartengono alle confessioni cristiane tradizionali. Il gruppo più numeroso e' quello dei greco-ortodossi, seguito dai cattolici (di rito romano, siriaco, maronita e melkita), ortodossi-armeni, anglicani e luterani. Vi e' anche una piccola ma influente presenza quacchera. Queste comunità sono presenti in particolare a Gerusalemme, Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour e Ramallah.

Per esse, ovviamente, il conflitto con Israele non e' il conflitto tra "Islam e illuminismo", ma semplicemente e' resistenza contro l'occupazione. A dire il vero vi sono stati momenti di tensione tra comunità cristiane e gruppi islamici, tuttavia, per la stragrande maggioranza dei palestinesi cristiani, i movimenti islamici sono considerati eroici nella loro lotta contro l'occupazione israeliana. In seguito all' atrofizzarsi  degli ideali della sinistra, gli islamici vengono visti come gli unici in grado di combattere contro l'occupazione. Gli hezbollah libanesi, considerati ampiamente una organizzazione non settaria in grado e desiderosa di cooperare con persone di ogni fede, sono particolarmente ammirati sia dai profughi in Libano sia da coloro che sono restati in Palestina. "Abbiamo ricevuto molto più conforto e supporto dagli hezbollah del Libano che dai nostri correligionari, i cristiani occidentali", rimarca un profugo cristiano-palestinese da Damasco. "Vorrei sapere come mai i cristiani in occidente non facciano nulla per aiutarci. Forse che per loro gli insegnamenti di Gesù non sono altro che vuoti slogan?".

Questa e' una domanda importante e giustificata, ma la risposta non e' lineare. La Chiesa Cattolica ha, in effetti, chiesto molte volte la fine dell'occupazione israeliana ed il miglioramento della situazione dei palestinesi. I leaders delle Chiese Ortodosse Orientali hanno espresso posizioni simili, con parole anche più forti. Allo stesso modo, molte Chiese Luterane e Calviniste  gestiscono organizzazioni e programmi per alleviare le sofferenze dei palestinesi e richiamare l'attenzione sulle sofferenze che essi devono affrontare. Ma, lavorando all'interno di parametri di riferimento strettamente religiosi, il loro impatto sulla situazione politica e' minimo.

Queste limitazioni politiche non si applicano a quelle sezioni del movimento evangelista che hanno adottato il sionismo come nucleo della loro dottrina religiosa. I cristiani sionisti negli USA hanno organizzato un'alleanza con la lobby filo-israeliana e con gli elementi neo-conservatori del partito repubblicano, mettendo entrambi in grado di esercitare grande pressione sia sul presidente che sui membri del Congresso. In realtà essi sono i più influenti plasmatori della politica del paese, inclusi individui come Ralph Reed, Pat Robertson, Jerry Falwell, e gruppi come La Coalizione di Unità Nazionale per Israele, i Cristiani per Israele, l'Ambasciata Cristiana Internazionale di Gerusalemme e i Ministri del Popolo Eletto.

Il Sionismo Cristiano e' una cosa bizzarra sotto molti aspetti. Un punto chiave e' il suo supporto assoluto verso Israele, la cui creazione ed esistenza, si ritiene, preannuncerà Armaggedon e la seconda venuta di Cristo. L'esito politicamente rilevante di ciò e' che, senza l'espansione di Israele non potrà esservi redenzione, e coloro che credono a tale interpretazione soni pronti a sacrificare i loro correligionari di Palestina sull'altare del sionismo. In realtà, non vogliono neppure sentir parlare delle loro sofferenze per mano di Israele.

Fino a poco fa, i leaders israeliani ed ebrei-americani si erano tenuti alla larga dal movimento cristiano-sionista. Ma, con l'inizio dell'intifada palestinese nel settembre 2000 e la cruenta repressione israeliana, le organizzazioni sioniste hanno invertito la rotta, virando drasticamente verso destra. Da quel momento, Israele e i cristiani-sionisti si sono letteralmente gettati l'uno nelle braccia degli altri.

Una delle forze più potenti dietro l'influenza Evangelico-Sionista a Washington e' Tom DeLay, leader della maggioranza repubblicana alla Camera. DeLay insiste col dire che la sua devozione verso Israele deriva dalla sua fede in Dio, il che gli permette chiaramente di capire che il conflitto in atto e' "una lotta tra il bene ed il male". Sia come sia, DeLay riesce a trarre cospicui profitti finanziari e politici dalla sua posizione. Parte della crescente influenza di DeLay all'interno del Partito Repubblicano e' dovuta al fatto che la sua commissione elettorale e' riuscita a racimolare un'impressionante cifra di 12 milioni di dollari nel 2001-2002. Il giornalista del Washington Post, Jim VandeHei, ha suggerito: "Negli anni più recenti, DeLay e' diventato uno dei più instancabili difensori di Israele, ed e' stato ricompensato con una montagna di donazioni da parte della comunità ebraica".

Nell'ottobre 2002, Benny Elon, il ministro del Turismo di Sharon ed indefesso propugnatore della pulizia etnica dei palestinesi in Terra Santa, e' comparso con DeLay alla convenzione di Washington della Christian Coalition Crowds. DeLay agitava la bandiera israeliana, mentre il ministro citava l'autorità della Bibbia come strumento preferenziale nel modo di affrontare la fastidiosa questione palestinese. DeLay, a sua volta, ricevette un entusiastico benvenuto quando si appellò agli attivisti affinché sostenessero i candidati filo-israeliani che "non avevano vergogna di stare dalla parte di Gesù Cristo". Nel luglio 2003, Tom DeLay si recò in Israele e parlò dinanzi alla Knesset, dicendo che si sentiva "un israeliano, nell'anima". I palestinesi "sono stati oppressi e sfruttati", disse, "ma mai da Israele, solo dai loro leaders". Inutile dire che ricevette un'ovazione, con i parlamentari tutti in piedi.

I cristiani di Terra Santa  soffrono sotto il peso dell'occupazione israeliana non meno dei musulmani, eppure l'America - un paese che ama definirsi "cristiano" - non se ne cura, poiché i suoi cristiani più politicamente influenti hanno deciso che i cristiani palestinesi sono un danno collaterale accettabile a fronte del loro desiderio apocalittico. "Essere un cristiano della terra di Cristo e' un onore", dice Abbas, un cristiano palestinese la cui famiglia visse per secoli a Gerusalemme prima della pulzia etnica del 1948. "L'espulsione dalla nostra terra e' stata un disastro, e questi cristiani sionisti d'Americano aggiungono l'insulto al disastro".

Abbas e' uno dei pochi palestinesi che fanno parte del ramo evangelico, lontanamente connessi alla Fratellanza di Plymouth. Recitando il ruolo dell'avvocato del diavolo, gli chiedo: "Ma la creazione dello stato d'Israele non e' dunque l'adempimento della promessa di Dio ed un passo necessario al secondo avvento di Cristo?". Abbas mi guarda brevemente e ride. "Stai scherzando, giusto? Tu sai cosa stanno facendo al nostro popolo ed alla nostra terra. Se pensassi che ciò fosse parte del piano di Dio, diventerei ateo in un secondo".

 

Anders Strindberg e' un accademico ed un giornalista specializzato in questioni mediorientali

traduzione a cura di www.arabcomint.com