C'e' qualcosa di unicamente
spirituale, quasi primordiale, nella connessione tra uomo
e terra. Anche coloro tra noi che lavorano e vivono in
una cultura mobile e sofisticata, troveranno piacevole
toccare la terra con le mani, o camminare in un prato.
E' qualcosa che ci lega al nostro passato ancestrale,
dimostrandoci che centomila anni di evoluzione sono piu'
potenti di una vita trascorsa in incubazione nelle
societa' industrializzate, a fare la corsa dei topi a
lavoro e piu' lavoro.
Per noi palestinesi la connessione alla terra e' parte
del nostro patrimonio genetico. Dopo tutto, piu' del 90%
tra noi hanno praticato l'agricoltura dalla notte dei
tempi. Vivere da profughi non ha cancellato ne' diminuito
questo istinto naturale. Come spiegare diversamente le
piantine d'erbe aromatiche coltivate con cura in lattine
vuote solo per ricreare alcuni elementi della perduta
vita nei nostri villaggi distrutti ed occupati?
Anche se fosse impossibile dimostrare la connessione
fisica alla terra, rimarrebbe quella spirituale e
linguistica. Il dialetto palestinese e' pieno di detti e
proverbi che ricorrono al linguaggio dell'agricoltura.
Quando le cose diventano troppo difficili, esclamiamo
"La vita e' troppo complicata per un fellah
(paesano, contadino) di ... (nome del villaggio)".
Ognuno di noi brama la semplice vita che ci fu strappata
e, cosa ancora piu' importante, ognuno di noi ha un pezzo
di quella vita che risiede in lui, nei piu' profondi
recessi della sua mente.
Le
radici
 |
Era la dolce
estate del 1994 quando sedevo con i miei nonni
paterni e li riprendevo con la telecamera per
l'ultima volta. Sedevamo sul balcone che si
affacciava sul bellissimo monte di Abu Ghneim,
allora coperto di foreste. Dietro le dolci
colline potevamo vedere Gerusalemme.
Mia nonna, malata terminale, poteva alzarsi dal
letto solo pochi minuti al giorno. Mori' un anno
dopo, seguita a ruota da mio nonno. "Sitte",
la nonna, cercava di non mostrare mai il suo
dolore, specie di fronte al nonno, a "sido".
Lui cercava di rassicurarla con un semplice
sguardo, un tocco della mano, una domanda
ripetuta. Nei loro visi vicini e solcati di rughe
profonde potevi leggere cosi' tanto in cosi'
poche parole. Mio nonno, allora 88enne, aveva
vissuto tutta la sua vita in Palestina e dunque
non era estraneo al dolore. La sua vita, in
realta', incapsulava interamente la moderna
narrativa palestinese e gettava un'ombra che si
allungava ben oltre i suoi diretti discendenti,
otto figli e piu' di 40 nipoti. Certamente ha
impresso la mia vita. |
Come i suoi antenati e
la maggior parte dei suoi discendenti, mio nonno era nato
nel nostro piccolo villaggio di Beit Sahour. Beit
significa casa e Sahour e' un'allusione allo stare svegli
di notte. Locato tra le colline a mezza strada tra il
Mediterraneo ed il Mar Morto, il suo nome si riferisce ai
pastori che duemila anni fa videro una stella e
camminarono fino alle colline di Betlemme, dove era nato
Gesu'.
La casa dei miei nonni era letteralmente sotto la collina
dove, secondo la tradizione, era nato il Messia. Io ci
passavo tutti i giorni, quando andavo a scuola a
Betlemme, e mi fermavo spesso in meditazione nella Chiesa
del Santo Sepolcro. Altre volte, un gruppetto di noi si
avventurava sulle colline. Mangiavamo radici selvatiche,
i frutti dello za'rur (un albero simile al melo, ma dai
frutti non piu' grandi di un'oliva) e, talvolta, usavamo
le fionde per cacciare qualche uccellino. Le mie visite a
casa dei nonni diventavano frequentissime durante la
stagione dei fichi, delle albicocche, dell'uva e delle
mandorle di cui era pieno il giardino del nonno.
Occasionalmente, sido coltivava il prodotto agricolo piu'
famoso di Beit Sahour, il "faggus", un piccolo
cetriolo dolce che cresce nel fertile suolo rosso delle
colline attorno Betlemme. Gli abitanti del villaggio
vivono di agricoltura da almeno 3000 anni - faggus,
grano, olive, mandorle, fichi ed uva sono i prodotti
migliori.
Essi hanno vissuto pacificamente, ma non sono omogenei.
La moschea e la chiesa erano e sono l'una a fianco
dell'altra. Vi erano dispute occasionali, naturalmente,
ma non tra cristiani e musulmani, non per religione. Le
dispute familiari venivano ricomposte con l'intervento
degli anziani della famiglia, che solo degli adolescenti
scatenati come noi osavano sfidare.
Per millenni persiste' una meravigliosa armonia tra
esseri umani e natura. Negli ultimi decenni la vita di
questo villaggio e' cambiata drammaticamente.
Dopo un'infanzia
difficile, mio nonno, studiando duramente, era riuscito a
diventare uno dei pochi insegnanti del villaggio. Mia
nonna, Emilia, proveniva da una rispettabile famiglia di
Nazareth, e dedico' la sua vita, come la maggior parte
delle donne palestinesi, ad allevare i figli, otto. Non
furono tempi facili: vi fu la depressione economica degli
anni '30, la brutale oppressione britannica che porto'
alla Grande Rivolta palestinese del 1936, il terrorismo
praticato dai primi colonialisti ebraici e poi la Nakba,
l'espulsione dei due terzi dei palestinesi dalla loro
terra ancestrale, devastata, occupata e colonizzata dal
nuovo "stato d'Israele".
Mio nonno mi racconto' tutto cio' nel 1994, durante le
mie ultime visite alla sua casa: di come la Palestina fu
costretta a soccombere dinanzi al sionismo. Mi racconto'
di come lentamente i sionisti rubarono la Palestina,
dalle piccole leggi create per loro dai britannici,
all'espulsione e la confisca. Mi racconto' anche di come
i palestinesi delle tre religioni, cristiani, musulmani
ed ebrei avessero vissuto in pace ed armonia per secoli,
prima che la bestia del sionismo, e la sua visione di uno
stato etnico, basato sul razzismo e l'apartheid, mettesse
piede in Palestina, causando lutti e tremende sofferenze
ai nativi palestinesi delle tre religioni.
Il nonno ripeteva spesso
che anche il sionismo, come tutti gli oppressori della
Palestina, dai Romani ai britannici, sarebbe passato, e
tornava indietro, alle radici nabatee e cananee dei
palestinesi. La nostra resistenza e' una persistenza nel
territorio che trascende il potere degli imperi.
La
Guerra del 1967
Di fronte all'avanzare
dei sionisti in profondita' nella Cisgiordania, gli
adulti si chiedevano cosa fare. C'era la guerra, i
villaggi palestinesi venivano bombardati, ma la lezione
era recente: coloro che durante la guerra del 1948
avevano lasciato le loro terre non erano piu' potuti
rientrare. Cosi' dormivamo vestiti, pronti a metterci in
salvo appena necessario.
Durante quei sei giorni, Israele occupo' il restante 22%
della Palestina storica, la Cisgiordania, allora occupata
dalla Giordania (Giordania ed Israele avevano pattuito la
spartizione della Palestina gia' da decenni) e la
striscia di Gaza. Ricordo i carriarmati scivolare dai
pendii delle nostre colline, fino al villaggio, e mio
padre che ci prendeva e ci nascondeva in una caverna,
mentre i jet da guerra sorvolavano le nostre abitazioni.
Ci trasferimmo dai nonni: la loro casa era grande, il
loro giardino rigoglioso ed il loro amore infinito.
300.000 palestinesi furono costretti a lasciare le loro
case, nella seconda ondata di espulsioni dopo la nakba.
Immediatamente dopo l'occupazione Israele comincio' a
confiscare la terra palestinese ed a costruirvi colonie
ebraiche. Prendevano le terre agricole, le terre migliori.
I contadini venivano lasciati senza risorse: migliaia di
essi furono costretti a lavorare alle costruzioni di
quelle stesse colonie che li strangolavano ed alle strade
di accesso che oggi occupano il 42% della Cisgiordania. A
differenza dell'occupazione giordana, quella israeliana
fu brutale e vergognosa, tesa a farci andare via con la
forza. Arresti arbitrari, torture, sparizioni, omicidi
casuali, demolizioni di case e privazioni economiche
erano, e sono, la norma. Subito dopo la guerra del 1967,
i profughi persero immediatamente qualsiasi diritto sulle
loro proprieta', che furono dichiarate "proprieta'
di assenti" e devolute allo Jewish National Fund
che, secondo la sua definizione, "amministra le
terre a nome dei possessori della terra d'Israele, gli
ebrei che sono in tutto il mondo".
I
profughi
| I miei
genitori, entrambi insegnanti, avevano fatto il
possibile per tenere noi bambini lontani dalle
brutture che il popolo palestinese si trovava a
dover vivere. La mia vita ovattata termino' un
giorno del 1976, quando avevo 19 anni e studiavo
biologia all'universita' Giordana. Studiavamo i
pipistrelli della Giordania. Con il gruppo di
lavoro, arrivai alla citta' di Jerash, presso la
foresta di Dibbine, dove tali volatili sono
comuni. Dopo due ore di cammino sotto il sole
cocente di luglio, mi imbattei in un gruppo di
bambini che giocavano in un piccolo wadi (valle
secca). Chiesi a loro se conoscevano caverne in
cui si nascondevano pipistrelli. Due dei bambini
piu' grandi si offrirono di accompagnarmi,
quattro piu' piccoli ci seguirono. [...] Dopo
aver terminato il mio lavoro, chiesi ai bambini
dove avrei potuto fermarmi a bere qualcosa. Con
la tipica ospitalita' araba, uno dei due bambini
grandi insiste' affinche' andassi a casa sua. Mi
indico' la "citta' " giu': era il campo
profughi palestinese di Jerash, con le sue
centinaia di case con tetti di lamiera che
riflettevano il sole. Il fratello piu' piccolo
corse a casa ad avvisare che stava arrivando un
ospite. Non avevo mai visto un bambino correre
cosi' velocemente prima. Lungo la strada, parlai
con gli altri bambini, non dei pipistrelli, ma
della loro vita. Facendomi sentire colpevole, mi
nominarono villaggi di cui non avevo mai sentito
parlare. Erano i villaggi palestinesi da cui
genitori e nonni erano stati scacciati nel 1948.
Mi parlarono delle bayyarat (fattorie di cedri),
degli haquras (gli orti delle abitazioni), delle
grandi case di pietra e di tante altre cose
distanti dalla loro realta' attuale. Nessuno di
essi aveva mai visto quei luoghi, ma le
descrizioni erano cosi' vivide e reali che non si
poteva non pensare alle volte in cui i bambini
avevano ascoltato il racconto dei vecchi, nei
minimi dettagli. |
 |
La "casa" che
visitai quel giorno era una catapecchia di due stanze,
non piu' grande di un fazzoletto. Il tetto era fatto di
lamiera. La stanza in cui entrai era piccola e pulita, ma
affollata, e serviva da stanza da pranzo e da letto. Un
tavolinetto al centro della stanza era stato preparato
con frutta, noccioline, limonata, una teiera ed alcune
tazze. Mi sentivo svuotato e confuso. Chiesi ai miei
giovani ospiti perche' erano li' e non in Palestina.
"Perche' gli ebrei volevano la nostra terra",
fu la risposta disarmante.
Mentre tornavo a casa, al tramonto, molti pensieri
attraversavano la mia mente. Le fotografie fatte alla
caverna dei pipistrelli, al campo profughi ed ai bambini
erano improvvisamente diventate foto in bianco e nero,
molto piu' antiche di quello che erano in realta'.
Resistenza
La resistenza
palestinese, come quella di altri popoli colonizzati, ha
preso diverse forme, non violente e violente. Tutte le
forme rappresentano l'inevitabile risposta ai sistemi
coloniali, come quello, disperato, opposto dai nativi
d'America contro i bianchi che li massacravano a milioni.
I palestinesi che resistevano alla confisca delle terre
dovevano affrontare poi la politica del "pugno di
ferro" israeliana. Un contadino che conoscevo fu
ucciso mentre cercava di tornare ai suoi campi sulla
terra che l'autorita' d'occupazione aveva confiscato. Un
mio parente si vide demolire la casa perche' suo figlio,
12 anni, aveva tirato sassi contro una vettura militare
israeliana. Mio cognato fu imprigionato diverse volte
senza nessuna accusa, secondo la legge che prevede
arresti "amministrativi" fino a sei mesi per
ciascun palestinese, senza accusa e senza processo.
Arrestato e rilasciato, di sei mesi in sei mesi,
torturato (il risultato di quelle torture sono gravi
problemi ai reni), aveva l'unica colpa di essere un
giornalista e di denunciare la sofferenza palestinese.
Tentavano cosi' di ridurlo al silenzio.
La mia esperienza dell'occupazione e' quella che vivono
quotidianamente tanti giovani palestinesi: percosse,
umiliazioni, ispezioni corporee e razzismo. Come
insegnante in una scuola di Betlemme, fui testimone e
protagonista di un'aggressione condotta contro la mia
classe da un gruppo di militari che bastonarono ragazzi e
ragazze dopo aver gettato, improvvisamente, lacrimogeni
nell'aula in cui facevamo lezione. Per essermi ribellato,
come insegnante, fui spinto a terra ed arrestato per
sette ore insieme a molti dei miei studenti. Mi sono
chiesto molte volte cosa provoco' quella violenza. Nulla,
assolutamente nulla. La mia spiegazione, l'unica che
riesco ancora a darmi, e' che soldati annoiati
desideravano un po' di "movimento".
Da cio' che ho visto e
vissuto, posso dire che i piu' maltrattati sono i
profughi del 1947-49 e quelli che ancora vivono nelle
aree agricole occupate dopo il 1967. Israele vuole le
terre palestinesi e rendera' la vita dei loro proprietari
sempre piu' amara fino a che questi non decideranno di
andar via.
Intanto le terre palestinesi vengono confiscate a ritmo
sempre crescente. Israele ha gia' confiscato ampie
porzioni di terra della parte nord di Beit Sahour a
favore della colonia illegale di Har Homa. Negli ultimi
35 anni, le colline attorno a Gerusalemme sono state
deturpate, trasformate, coperte da abitazioni a prezzo
molto conveniente per gli ebrei di tutto il mondo che
decidano di voler vivere nella nostra terra. Gli occhi
stanchi dei miei genitori, dalla loro casa di Beit
Sahour, hanno visto l'insediamento colonico di Har Homa
crescere sempre piu' sul monte di Abu Ghneim, fino a
trasformarlo, sino a minacciarlo.
I bei tempi sono andati, mi dicono quando ci sentiamo al
telefono. Quando facevamo i pic-nic ad Abu Ghneim,
andavamo a fare compere a Gerusalemme, facevamo il bagno
nel Mar Morto e raccoglievamo fiori sulla montagna.
Quegli appartamenti vuoti e pretenziosi, che si ergono
arroganti sulle nostre teste, ci impediscono persino di
vederla, Gerusalemme. Per non parlare delle autostrade by-pass
per soli coloni ebrei che tagliano l'accesso in citta' a
tutti i palestinesi della Cisgiordania, eccetto a quelli
che ci vivono gia'.
Guardando tra le foto,
mi soffermo su quella di Hiyam al-Sayed, ripresa nella
nostra casa del Connecticut. Si tratta della bimba
palestinese che arrivo' in Connecticut per ottenere un
occhio artificiale. Era stata sparata in un occhio da un
cecchino israeliano mentre camminava in strada con sua
madre. Ha catturato i nostri cuori. Dal momento che sono
un cittadino americano, realizzo che le mie tasse servono
per finanziare questo tipo di oppressione. Con le mie
tasse, contribuisco all'assassinio del popolo palestinese
ed al protarsi di questa guerra ingiusta. E' un carico
pesante da portare.
 |
I cactus Tra il 1947 ed il 1949,
piu' di 450 villaggi e citta' furono distrutti ed
i loro alberi demoliti. Nel 1967, gli abitanti di
altri villaggi, tra cui il biblico Emmaus, furono
sradicati. Emmaus fu distrutto da Israele dopo la
guerra del 1967 ed al suo posto, oggi, vi e' un
parco nazionale, popolato di alberi giunti come
dono dal Canada.
Israele sradico' decine di migliaia di alberi
d'olivo, 100.000 dei quali in soli dieci anni
nella sola Cisgiordania. Eppure vi sono ancora
alberi d'olivo, alcuni cosi' vecchi da risalire
al tempo in cui Gesu' camminava per questa terra.
Questo e' il tempo tradizionalmente dedicato alla
raccolta delle olive, ma, quest'anno, il governo
ed i coloni israeliani hanno impedito ai
palestinesi di raccogliere i frutti di cio' che
resta dei loro olivi.
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Ma la storia del cactus
e' la piu' interessante. In Palestina, i campi dei
diversi villlaggi erano delimitati da piante di cactus.
Quando questi furono demoliti con i bulldozers, a partire
dal 1947, avvevve qualcosa di singolare. I cactus
ricrescevano nei punti esatti da cui erano stati
sradicati. E' semplicemente impossibile sradicarli.
Appartengono a quella terra ostinatamente, come i figli
della Palestina. Le radici sono altrettanto antiche e
profonde. Cosi', nell'attuale Israele, in molti luoghi
lasciati a se' stessi, i cactus crescono in fila nello
stesso modo in cui, centinaia di anni fa, furono piantati
dalle mani dei nativi. Duro fuori, tenero all'interno,
con meravigliosi fiori gialli e rosa, il cactus e'
diventato una metafora dei palestinesi, e viene cantato
nelle canzoni e nei poemi nazionali.
Ci aggrappiamo alla speranza ed alla certezza che, come
accaduto in Sudafrica, riusciremo un giorno a ritornare a
vivere pacificamente nella nostra terra, la Terra di
Canaan, la Terra Santa. Palestinesi musulmani, cristiani
ed ebrei avevano condiviso la vita in quel luogo per
migliaia di anni prima che la Gran Bretagna e le potenze
coloniali occidentali adottassero il Sionismo e la sua
distorsione razzistica ed impossibile. Solo allora la
pioggia che filtra nel suolo benedetto in cui mio nonno
ed il suo migliore amico, un ebreo di Palestina, sono
sepolti, riuscira' a nutrire nuovi campi di faggus, i
cetrioli dolci, e di ostinati cactus.
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