Il cetriolo ed il cactus

"E' semplicemente impossibile sradicarli. Appartengono a quella terra ostinatamente, come i figli della Palestina. Le radici sono altrettanto antiche e profonde..."

 

 

Mazen Qumsiyeh, professore associato di genetica e direttore dei servizi di citogenetica alla Yale University School of Medicine, e' fondatore e presidente della Holy Land Conservation Foundation ed ex-presidente della Middle East Genetics Association. E' co-fondatore e tesoriere nazionale di al-Awda, la Coalizione Palestinese per il Diritto al Ritorno, e scrive estensivamente del Medioriente.

C'e' qualcosa di unicamente spirituale, quasi primordiale, nella connessione tra uomo e terra. Anche coloro tra noi che lavorano e vivono in una cultura mobile e sofisticata, troveranno piacevole toccare la terra con le mani, o camminare in un prato.
E' qualcosa che ci lega al nostro passato ancestrale, dimostrandoci che centomila anni di evoluzione sono piu' potenti di una vita trascorsa in incubazione nelle societa' industrializzate, a fare la corsa dei topi a lavoro e piu' lavoro.
Per noi palestinesi la connessione alla terra e' parte del nostro patrimonio genetico. Dopo tutto, piu' del 90% tra noi hanno praticato l'agricoltura dalla notte dei tempi. Vivere da profughi non ha cancellato ne' diminuito questo istinto naturale. Come spiegare diversamente le piantine d'erbe aromatiche coltivate con cura in lattine vuote solo per ricreare alcuni elementi della perduta vita nei nostri villaggi distrutti ed occupati?
Anche se fosse impossibile dimostrare la connessione fisica alla terra, rimarrebbe quella spirituale e linguistica. Il dialetto palestinese e' pieno di detti e proverbi che ricorrono al linguaggio dell'agricoltura. Quando le cose diventano troppo difficili, esclamiamo "La vita e' troppo complicata per un fellah (paesano, contadino) di ... (nome del villaggio)". Ognuno di noi brama la semplice vita che ci fu strappata e, cosa ancora piu' importante, ognuno di noi ha un pezzo di quella vita che risiede in lui, nei piu' profondi recessi della sua mente.

Le radici

Era la dolce estate del 1994 quando sedevo con i miei nonni paterni e li riprendevo con la telecamera per l'ultima volta. Sedevamo sul balcone che si affacciava sul bellissimo monte di Abu Ghneim, allora coperto di foreste. Dietro le dolci colline potevamo vedere Gerusalemme.
Mia nonna, malata terminale, poteva alzarsi dal letto solo pochi minuti al giorno. Mori' un anno dopo, seguita a ruota da mio nonno. "Sitte", la nonna, cercava di non mostrare mai il suo dolore, specie di fronte al nonno, a "sido". Lui cercava di rassicurarla con un semplice sguardo, un tocco della mano, una domanda ripetuta. Nei loro visi vicini e solcati di rughe profonde potevi leggere cosi' tanto in cosi' poche parole. Mio nonno, allora 88enne, aveva vissuto tutta la sua vita in Palestina e dunque non era estraneo al dolore. La sua vita, in realta', incapsulava interamente la moderna narrativa palestinese e gettava un'ombra che si allungava ben oltre i suoi diretti discendenti, otto figli e piu' di 40 nipoti. Certamente ha impresso la mia vita.

Come i suoi antenati e la maggior parte dei suoi discendenti, mio nonno era nato nel nostro piccolo villaggio di Beit Sahour. Beit significa casa e Sahour e' un'allusione allo stare svegli di notte. Locato tra le colline a mezza strada tra il Mediterraneo ed il Mar Morto, il suo nome si riferisce ai pastori che duemila anni fa videro una stella e camminarono fino alle colline di Betlemme, dove era nato Gesu'.
La casa dei miei nonni era letteralmente sotto la collina dove, secondo la tradizione, era nato il Messia. Io ci passavo tutti i giorni, quando andavo a scuola a Betlemme, e mi fermavo spesso in meditazione nella Chiesa del Santo Sepolcro. Altre volte, un gruppetto di noi si avventurava sulle colline. Mangiavamo radici selvatiche, i frutti dello za'rur (un albero simile al melo, ma dai frutti non piu' grandi di un'oliva) e, talvolta, usavamo le fionde per cacciare qualche uccellino. Le mie visite a casa dei nonni diventavano frequentissime durante la stagione dei fichi, delle albicocche, dell'uva e delle mandorle di cui era pieno il giardino del nonno. Occasionalmente, sido coltivava il prodotto agricolo piu' famoso di Beit Sahour, il "faggus", un piccolo cetriolo dolce che cresce nel fertile suolo rosso delle colline attorno Betlemme. Gli abitanti del villaggio vivono di agricoltura da almeno 3000 anni - faggus, grano, olive, mandorle, fichi ed uva sono i prodotti migliori.
Essi hanno vissuto pacificamente, ma non sono omogenei. La moschea e la chiesa erano e sono l'una a fianco dell'altra. Vi erano dispute occasionali, naturalmente, ma non tra cristiani e musulmani, non per religione. Le dispute familiari venivano ricomposte con l'intervento degli anziani della famiglia, che solo degli adolescenti scatenati come noi osavano sfidare.
Per millenni persiste' una meravigliosa armonia tra esseri umani e natura. Negli ultimi decenni la vita di questo villaggio e' cambiata drammaticamente.

Dopo un'infanzia difficile, mio nonno, studiando duramente, era riuscito a diventare uno dei pochi insegnanti del villaggio. Mia nonna, Emilia, proveniva da una rispettabile famiglia di Nazareth, e dedico' la sua vita, come la maggior parte delle donne palestinesi, ad allevare i figli, otto. Non furono tempi facili: vi fu la depressione economica degli anni '30, la brutale oppressione britannica che porto' alla Grande Rivolta palestinese del 1936, il terrorismo praticato dai primi colonialisti ebraici e poi la Nakba, l'espulsione dei due terzi dei palestinesi dalla loro terra ancestrale, devastata, occupata e colonizzata dal nuovo "stato d'Israele".
Mio nonno mi racconto' tutto cio' nel 1994, durante le mie ultime visite alla sua casa: di come la Palestina fu costretta a soccombere dinanzi al sionismo. Mi racconto' di come lentamente i sionisti rubarono la Palestina, dalle piccole leggi create per loro dai britannici, all'espulsione e la confisca. Mi racconto' anche di come i palestinesi delle tre religioni, cristiani, musulmani ed ebrei avessero vissuto in pace ed armonia per secoli, prima che la bestia del sionismo, e la sua visione di uno stato etnico, basato sul razzismo e l'apartheid, mettesse piede in Palestina, causando lutti e tremende sofferenze ai nativi palestinesi delle tre religioni.

Il nonno ripeteva spesso che anche il sionismo, come tutti gli oppressori della Palestina, dai Romani ai britannici, sarebbe passato, e tornava indietro, alle radici nabatee e cananee dei palestinesi. La nostra resistenza e' una persistenza nel territorio che trascende il potere degli imperi.

La Guerra del 1967

Di fronte all'avanzare dei sionisti in profondita' nella Cisgiordania, gli adulti si chiedevano cosa fare. C'era la guerra, i villaggi palestinesi venivano bombardati, ma la lezione era recente: coloro che durante la guerra del 1948 avevano lasciato le loro terre non erano piu' potuti rientrare. Cosi' dormivamo vestiti, pronti a metterci in salvo appena necessario.
Durante quei sei giorni, Israele occupo' il restante 22% della Palestina storica, la Cisgiordania, allora occupata dalla Giordania (Giordania ed Israele avevano pattuito la spartizione della Palestina gia' da decenni) e la striscia di Gaza. Ricordo i carriarmati scivolare dai pendii delle nostre colline, fino al villaggio, e mio padre che ci prendeva e ci nascondeva in una caverna, mentre i jet da guerra sorvolavano le nostre abitazioni. Ci trasferimmo dai nonni: la loro casa era grande, il loro giardino rigoglioso ed il loro amore infinito.
300.000 palestinesi furono costretti a lasciare le loro case, nella seconda ondata di espulsioni dopo la nakba. Immediatamente dopo l'occupazione Israele comincio' a confiscare la terra palestinese ed a costruirvi colonie ebraiche. Prendevano le terre agricole, le terre migliori. I contadini venivano lasciati senza risorse: migliaia di essi furono costretti a lavorare alle costruzioni di quelle stesse colonie che li strangolavano ed alle strade di accesso che oggi occupano il 42% della Cisgiordania. A differenza dell'occupazione giordana, quella israeliana fu brutale e vergognosa, tesa a farci andare via con la forza. Arresti arbitrari, torture, sparizioni, omicidi casuali, demolizioni di case e privazioni economiche erano, e sono, la norma. Subito dopo la guerra del 1967, i profughi persero immediatamente qualsiasi diritto sulle loro proprieta', che furono dichiarate "proprieta' di assenti" e devolute allo Jewish National Fund che, secondo la sua definizione, "amministra le terre a nome dei possessori della terra d'Israele, gli ebrei che sono in tutto il mondo".

I profughi

I miei genitori, entrambi insegnanti, avevano fatto il possibile per tenere noi bambini lontani dalle brutture che il popolo palestinese si trovava a dover vivere. La mia vita ovattata termino' un giorno del 1976, quando avevo 19 anni e studiavo biologia all'universita' Giordana. Studiavamo i pipistrelli della Giordania. Con il gruppo di lavoro, arrivai alla citta' di Jerash, presso la foresta di Dibbine, dove tali volatili sono comuni. Dopo due ore di cammino sotto il sole cocente di luglio, mi imbattei in un gruppo di bambini che giocavano in un piccolo wadi (valle secca). Chiesi a loro se conoscevano caverne in cui si nascondevano pipistrelli. Due dei bambini piu' grandi si offrirono di accompagnarmi, quattro piu' piccoli ci seguirono. [...] Dopo aver terminato il mio lavoro, chiesi ai bambini dove avrei potuto fermarmi a bere qualcosa. Con la tipica ospitalita' araba, uno dei due bambini grandi insiste' affinche' andassi a casa sua. Mi indico' la "citta' " giu': era il campo profughi palestinese di Jerash, con le sue centinaia di case con tetti di lamiera che riflettevano il sole. Il fratello piu' piccolo corse a casa ad avvisare che stava arrivando un ospite. Non avevo mai visto un bambino correre cosi' velocemente prima. Lungo la strada, parlai con gli altri bambini, non dei pipistrelli, ma della loro vita. Facendomi sentire colpevole, mi nominarono villaggi di cui non avevo mai sentito parlare. Erano i villaggi palestinesi da cui genitori e nonni erano stati scacciati nel 1948. Mi parlarono delle bayyarat (fattorie di cedri), degli haquras (gli orti delle abitazioni), delle grandi case di pietra e di tante altre cose distanti dalla loro realta' attuale. Nessuno di essi aveva mai visto quei luoghi, ma le descrizioni erano cosi' vivide e reali che non si poteva non pensare alle volte in cui i bambini avevano ascoltato il racconto dei vecchi, nei minimi dettagli.

La "casa" che visitai quel giorno era una catapecchia di due stanze, non piu' grande di un fazzoletto. Il tetto era fatto di lamiera. La stanza in cui entrai era piccola e pulita, ma affollata, e serviva da stanza da pranzo e da letto. Un tavolinetto al centro della stanza era stato preparato con frutta, noccioline, limonata, una teiera ed alcune tazze. Mi sentivo svuotato e confuso. Chiesi ai miei giovani ospiti perche' erano li' e non in Palestina. "Perche' gli ebrei volevano la nostra terra", fu la risposta disarmante.
Mentre tornavo a casa, al tramonto, molti pensieri attraversavano la mia mente. Le fotografie fatte alla caverna dei pipistrelli, al campo profughi ed ai bambini erano improvvisamente diventate foto in bianco e nero, molto piu' antiche di quello che erano in realta'.

Resistenza

La resistenza palestinese, come quella di altri popoli colonizzati, ha preso diverse forme, non violente e violente. Tutte le forme rappresentano l'inevitabile risposta ai sistemi coloniali, come quello, disperato, opposto dai nativi d'America contro i bianchi che li massacravano a milioni. I palestinesi che resistevano alla confisca delle terre dovevano affrontare poi la politica del "pugno di ferro" israeliana. Un contadino che conoscevo fu ucciso mentre cercava di tornare ai suoi campi sulla terra che l'autorita' d'occupazione aveva confiscato. Un mio parente si vide demolire la casa perche' suo figlio, 12 anni, aveva tirato sassi contro una vettura militare israeliana. Mio cognato fu imprigionato diverse volte senza nessuna accusa, secondo la legge che prevede arresti "amministrativi" fino a sei mesi per ciascun palestinese, senza accusa e senza processo. Arrestato e rilasciato, di sei mesi in sei mesi, torturato (il risultato di quelle torture sono gravi problemi ai reni), aveva l'unica colpa di essere un giornalista e di denunciare la sofferenza palestinese. Tentavano cosi' di ridurlo al silenzio.
La mia esperienza dell'occupazione e' quella che vivono quotidianamente tanti giovani palestinesi: percosse, umiliazioni, ispezioni corporee e razzismo. Come insegnante in una scuola di Betlemme, fui testimone e protagonista di un'aggressione condotta contro la mia classe da un gruppo di militari che bastonarono ragazzi e ragazze dopo aver gettato, improvvisamente, lacrimogeni nell'aula in cui facevamo lezione. Per essermi ribellato, come insegnante, fui spinto a terra ed arrestato per sette ore insieme a molti dei miei studenti. Mi sono chiesto molte volte cosa provoco' quella violenza. Nulla, assolutamente nulla. La mia spiegazione, l'unica che riesco ancora a darmi, e' che soldati annoiati desideravano un po' di "movimento".

Da cio' che ho visto e vissuto, posso dire che i piu' maltrattati sono i profughi del 1947-49 e quelli che ancora vivono nelle aree agricole occupate dopo il 1967. Israele vuole le terre palestinesi e rendera' la vita dei loro proprietari sempre piu' amara fino a che questi non decideranno di andar via.
Intanto le terre palestinesi vengono confiscate a ritmo sempre crescente. Israele ha gia' confiscato ampie porzioni di terra della parte nord di Beit Sahour a favore della colonia illegale di Har Homa. Negli ultimi 35 anni, le colline attorno a Gerusalemme sono state deturpate, trasformate, coperte da abitazioni a prezzo molto conveniente per gli ebrei di tutto il mondo che decidano di voler vivere nella nostra terra. Gli occhi stanchi dei miei genitori, dalla loro casa di Beit Sahour, hanno visto l'insediamento colonico di Har Homa crescere sempre piu' sul monte di Abu Ghneim, fino a trasformarlo, sino a minacciarlo.
I bei tempi sono andati, mi dicono quando ci sentiamo al telefono. Quando facevamo i pic-nic ad Abu Ghneim, andavamo a fare compere a Gerusalemme, facevamo il bagno nel Mar Morto e raccoglievamo fiori sulla montagna. Quegli appartamenti vuoti e pretenziosi, che si ergono arroganti sulle nostre teste, ci impediscono persino di vederla, Gerusalemme. Per non parlare delle autostrade by-pass per soli coloni ebrei che tagliano l'accesso in citta' a tutti i palestinesi della Cisgiordania, eccetto a quelli che ci vivono gia'.

Guardando tra le foto, mi soffermo su quella di Hiyam al-Sayed, ripresa nella nostra casa del Connecticut. Si tratta della bimba palestinese che arrivo' in Connecticut per ottenere un occhio artificiale. Era stata sparata in un occhio da un cecchino israeliano mentre camminava in strada con sua madre. Ha catturato i nostri cuori. Dal momento che sono un cittadino americano, realizzo che le mie tasse servono per finanziare questo tipo di oppressione. Con le mie tasse, contribuisco all'assassinio del popolo palestinese ed al protarsi di questa guerra ingiusta. E' un carico pesante da portare.

I cactus

Tra il 1947 ed il 1949, piu' di 450 villaggi e citta' furono distrutti ed i loro alberi demoliti. Nel 1967, gli abitanti di altri villaggi, tra cui il biblico Emmaus, furono sradicati. Emmaus fu distrutto da Israele dopo la guerra del 1967 ed al suo posto, oggi, vi e' un parco nazionale, popolato di alberi giunti come dono dal Canada.
Israele sradico' decine di migliaia di alberi d'olivo, 100.000 dei quali in soli dieci anni nella sola Cisgiordania. Eppure vi sono ancora alberi d'olivo, alcuni cosi' vecchi da risalire al tempo in cui Gesu' camminava per questa terra. Questo e' il tempo tradizionalmente dedicato alla raccolta delle olive, ma, quest'anno, il governo ed i coloni israeliani hanno impedito ai palestinesi di raccogliere i frutti di cio' che resta dei loro olivi.

Ma la storia del cactus e' la piu' interessante. In Palestina, i campi dei diversi villlaggi erano delimitati da piante di cactus. Quando questi furono demoliti con i bulldozers, a partire dal 1947, avvevve qualcosa di singolare. I cactus ricrescevano nei punti esatti da cui erano stati sradicati. E' semplicemente impossibile sradicarli. Appartengono a quella terra ostinatamente, come i figli della Palestina. Le radici sono altrettanto antiche e profonde. Cosi', nell'attuale Israele, in molti luoghi lasciati a se' stessi, i cactus crescono in fila nello stesso modo in cui, centinaia di anni fa, furono piantati dalle mani dei nativi. Duro fuori, tenero all'interno, con meravigliosi fiori gialli e rosa, il cactus e' diventato una metafora dei palestinesi, e viene cantato nelle canzoni e nei poemi nazionali.
Ci aggrappiamo alla speranza ed alla certezza che, come accaduto in Sudafrica, riusciremo un giorno a ritornare a vivere pacificamente nella nostra terra, la Terra di Canaan, la Terra Santa. Palestinesi musulmani, cristiani ed ebrei avevano condiviso la vita in quel luogo per migliaia di anni prima che la Gran Bretagna e le potenze coloniali occidentali adottassero il Sionismo e la sua distorsione razzistica ed impossibile. Solo allora la pioggia che filtra nel suolo benedetto in cui mio nonno ed il suo migliore amico, un ebreo di Palestina, sono sepolti, riuscira' a nutrire nuovi campi di faggus, i cetrioli dolci, e di ostinati cactus.

traduzione a cura di www.arabcomint.com
d
a "Palestine Chronicle"