IL   VENTO   GIALLO

 

Dello scrittore   israeliano David Grossman, che, dopo l’inizio dell’intifada palestinese, trascorre alcuni mesi nei campi profughi della Cisgiordania e da’ voce al drammatico confronto tra i palestinesi e gli occupanti della loro terra.

La  Lavanderia delle Parole  

Uno Stato che si trova in una situazione imbarazzante si reinventa un nuovo vocabolario. Israele non e’ il primo Stato che fa cio'. Pian piano si va sviluppando qui una nuova varietà – un nuovo “clone”, si direbbe in linguaggio scientifico – di parole impegnate, traditrici, parole che hanno perduto il loro significato originale, parole che non descrivono la realtà, ma cercano di nasconderla.

Per me, la precisione linguistica e’ (soprattutto in situazioni come quella in cui ci troviamo oggi) simile ad un’azione di sminamento; le parole devono essere come bandierine poste su ogni mina localizzata: non devono neutralizzare gli esplosivi, ma dare atto della loro presenza in un certo posto, dichiarandoli col loro vero ed esatto nome. Le parole ingannevoli sono sabbia che nasconde le mine. Sono sabbia che ci e’ buttata negli occhi.

Gia’ molto e’ stato scritto sul linguaggio col quale si scrivono I rapporti su cio’ che avviene nei territori occupati (Amos Eylon chiama questo fenomeno “lavanderia delle parole”, il cui compito e’ “sbiancare” le brutture); su quel linguaggio che e’ destinato a neutralizzare lo spiacevole contenuto di certe espressioni. Citero’ qui alcune di queste espressioni “passate per la lavanderia”.

Prima di tutto, naturalmente, non sta bene dire “territori conquistati” o “occupati”. Ci sono molte alternative, e la piu’ diffusa e’, come risaputo, l’abbreviazione “I Territori”. Il ministro degli esteri Shimon Peres ha cominciato ultimamente a chiamarli “the Territories”, forse perche’ chi vuole sfuggire ad un’inchiesta pone la propria testimonianza su un piano piu’ lontano – e questa parola, detta in lingua straniera, suona all’apparenza piu’ “pulita”. La maggioranza degli Israeliani dice “I Territori”, come se si trattasse di una questione geografica astratta; forse e’ un’esteriorizzazione del molto diffuso sentimento che quei territori ci appartengano, pero’, forse, col tempo sara’ chiarito che non ci appartengono affatto; che sono stati annessi con qualche de- (non proprio de-iure, non del tutto de-facto); che noi siamo responsabili di quello che succede cola’, ma d’altra parte non e’ affar nostro…

Sono gia’ anni che non si parla piu’ di “annessione di Gerusalemme est”, ma di “unificazione della citta’”. L’ondata di nuovi insediamenti ebraici nei territori arabi viene chiamata “condensamento”. Non c’e’ un’espressione di opinione araba, ma solo “sovversione”. Non ci sono intellettuali arabi, ma solo “uomini colti”. Non esistono agricoltori arabi, ma solo “contadini”. Non c’e’ una psicologia araba, ma solo una “mentalita’”. Nelle citta’ della West Bank non ci sono vie, ma solo “vicoli”. Non esistono lavoratori arabi, ma solo “operai”. Le forze dell’esercito israeliano non disperdono manifestanti, ma “li mettono in fuga”, e poi quelli non sono mai “manifestanti”, ma “folla turbolenta”, “massa incitata”, e non ci sono mai “dimostrazioni”, bensi’ solo “sommosse”, “disordini”; e nelle universita’ arabe ci sono “intralci” (cosa? Non ci sono abbastanza quaderni e gessetti?).

La disinfezione raggiunge cinici record nei rapporti su azioni violente con conseguenze mortali. Il portavoce dell’Esercito ha una sua speciale formula che usa per I comunicati su questi casi. Ogni comunicato comincia pressappoco cosi’: “Soldati israeliani di pattuglia, fatti stamattina oggetto di un attacco presso il campo profughi di Balata, hanno gridato avvertimenti e poi hanno sparato in aria” (e, udendo questo tono apologetico, gia’ indoviniamo che e’ successo qualcosa di molto brutto). Quando ci sono vittime non si dice mai che lo Zahal, l’Esercito israeliano, ha ucciso civili arabi: no, I civili “sono stati colpiti”, “sono stati uccisi” (dunque, non solo il patriottismo, ma anche la coniugazione al passivo dei verbi e’ “l’ultimo rifugio del mascalzone”). A volte, lo stile e’ quasi pastorale: “…nell’incidente, in cui due arabi hanno trovato la morte…”. Stupefacente, davvero: due tipetti sono andati a passeggiare, una sera, e cos’hanno trovato? La morte!

La trovata piu’ riuscita e’ stata poi quella del reporter della radio dell’Esercito (Galle’ Zahal – Le Onde dello Zahal) di stanza nei “Territori” che, qualche mese fa, chiuse il suo rapporto con le seguenti parole: “…I due sono rimasti colpiti secondo le norme”.

 

La colonia di Ofra, in Cisgiordania

“Cosa? Vai a Ofra? Guardati da quelli la’”, questa e’ stata la reazione di diverse persone a cui ho detto dove avevo intenzione di andare; e alcuni hanno aggiunto: “Sono dei pazzi. Sono fanatici. Sono ciechi”.

(…) E dissi: “Il movimento clandestino di terrorismo ebraico”, e mi risposero: “ Si, si, il movimento clandestino, da ogni parte ci buttate in faccia il movimento clandestino”. E, quasi d’un sol fiato mi imputarono di ipocrisia, perche’ abitavo nel quartiere di Talpiot che una volta era un paese arabo, e su questo non protestavo, ma non era anche questo un delitto contro la giustizia assoluta?

Risposi che chi cerca la giustizia assoluta rifugge anche lui da decisioni e da azioni, e che io non cerco una giustizia assoluta, ne’ una resa dei conti storica, ma una possibilita’ di vita, cerco una vita possibile anche se solo imperfetta e appena appena sopportabile, facendo agli altri il meno male possibile. “E Talpiot?”, insistettero, “E il tuo quartiere di Talpiot?”. Risposi che non posso essere responsabile di cose fatte prima che io nascessi e che, proprio perche’ vediamo oggi le conseguenze di altre guerre, dobbiamo stare bene attenti a non commettere altri errori.   (…)   (Gli abitanti dell’ insediamento) Accusano le sinistre politiche di peccare di spirito “ghettaiolo”, diasporico, ma loro stessi non sono dei veri “indigeni” di questa terra. I loro insediamenti sono costruiti con un’architettura estranea al panorama e all’ambiente, altosonante e altezzosa. Non conoscono affatto la lingua e la mentalita’ e I costumi dei loro vicini. Perfino l’ebraico che molti di loro parlano e’ rozzo e superficiale e stereotipato. Nelle loro case quasi non ci sono libri – all’infuori dei libri di religione – e il loro coinvolgimento nella vita culturale e’ piuttosto basso. Attorno alle loro villette ho visto giardini trascurati e miseri. Perfino il loro humor e’ simile a quello degli ebrei dei ghetti. “Tutto il mondo e’ contro di noi” e’ il messaggio che trasmettono continuamente. Si sono creati da se’, senza via di scampo, la loro prigione, la loro Sparta spirituale sui crinali dei monti, e di la’ scrutano, pronti a scattare, quelli che la pensano diversamente da loro. Ma chi sono questi uomini, mi chiedo, che mantengono in vita, come in una bolla d’aria, una quasi utopistica societa’ di valori sulla cima di una montagna di ottusita’ e di torti e di ignoranza dei diritti del prossimo? La Bibbia e’ il loro Manuale di Strategia , e loro ne eseguono gli ordini. (…) I ragazzi del Gush Emunim recepiscono dalla bocca dei loro genitori messaggi bivalenti, polivalenti, e il risultato ultimo delle loro acrobazie dialettiche e’ uno solo: nessuno si pente, nessuno prova rimorso. “Si, siamo contro il fatto dell’uccisione degli studenti nell’Universita’ araba”, mi dicono il marito e la moglie Granit, “ma qui nessuno ha rimorso dell’attentato ai sindaci arabi”.

Mi e’ molto difficile inquadrare la gente simpatica che ho incontrato a Ofra nell’atmosfera allucinata delle folle che cantano in coro versetti quali: “Non importa che cosa meditiate contro di noi, tanto lo sventeremo!”, pero’ sono proprio la stessa gente. Mi e’ difficile capire come una donna quale Avital, che mi ha parlato, commossa, di quanto devono certo soffrire gli arabi a cui abbiamo imposto la cittadinanza israeliana, non provi pero’ sentimenti simili per gli arabi di ‘Ayn Yabrud li’ vicino, per cui lei e la sua casa e le case dei suoi amici costituiscono una spina nel fianco. Mi e’ difficile accettare le dichiarazioni sul fatto che “da noi non lavorano arabi”, e poi, quando io chiedo chi ha costruito le case di Ofra, un uomo saggio e sensibile mi risponde: “Be’,non lo so… di notte sono venuti gli gnomi e hanno costruito le case”.

 

La Montagna che se n'e' andata

Ho goduto del valido aiuto di Nissim Krispil, e tengo a ringraziarlo. Krispil, che in passato ha lavorato per conto della Societa’ per la Protezione della Natura, compie lunghi viaggi nella West Bank; col suo modo di fare diretto ed espansivo riesce a stringere presto legami con tutti. Krispil cammina per le strade di citta’ e villaggi e campi profughi, parla arabo come un indigeno, ed e’ esperto in tutte le finezze delle tradizioni. I palestinesi li chiama “I padroni di casa” e dice che gli rammentano in tutto e per tutto I nostri antichi antenati. Gira disarmato anche nei villaggi piu’ ostili. A sentir lui, non hanno mai cercato di fargli del male. “Vederci armati e’ una cosa che mette in collera I palestinesi e li mortifica”, sostiene. “La conquista”, dice Krispil, “ha influenzato anche il folklore piu’ tradizionale: per esempio, ci sono dei posti che hanno cambiato nome. Il monte Ghilo’ si chiamava una volta ‘Ras Beit Jalla’, e oggi si chiama ‘Jebel Ma Rakh’, e cioe’ ‘La Montagna che se n’e’ andata’. E ci sono molti altri posti che sono diventati in bocca agli arabi ‘andati’”.

 

Cosa sognano i bambini

Il dottor Yoram Bilu, professore di psicologia all’Universita’ Ebraica di Gerusalemme, ha analizzato I sogni di bambini tra gli undici e I tredici anni viventi in varie parti di Israele e della West Bank. Una parte della ricerca ha riguardato I bambini del campo profughi di Kalandiya e del blocco di insediamenti ebraici attorno a Kfar Ezion. Il 17% dei sogni dei bambini ebrei sono occupati da incontri con arabi. Tra gli arabi, invece, un 30% dei bambini di Kalandiya ha sognato almeno una volta un incontro con ebrei. Il significato di tutto cio’ e’, secondo Bilu, che I bambini di Kalandiya   “hanno la mente ossessivamente occupata dal conflitto esistente”. Dai loro sogni emerge una realta’ dura e minacciosa, riflesso di un mondo fragile e del tutto indifeso. La “trama” caratteristica di un sogno di questo tipo si svolge entro I confini del campo: I limiti del sogno sono molto permeabili, niente gli conferisce difesa e sicurezza, gente estranea invade la casa e tormenta il bambino. Spesso lo torturano a morte. I suoi genitori non sono capaci di difenderlo.(…)

Il senso di colpevolezza appare solo nei sogni di bambini ebrei. Cosi’, per esempio,nel sogno di un bambino dodicenne di Kiriat Arba’: “…all’improvviso qualcuno mi afferra, e vedo che questo succede a casa mia, ma I miei se n’erano andati, e bambini arabi vanno su e giu’ nelle nostre stanze…e io non mi meraviglio affatto che sia cosi’, che quegli arabi abitino ora in casa mia. Lo accetto come se cosi’ dovesse essere.”

Khadigia

Bevo il te’ con tre donne, a Dheisha. Khadigia ha settantacinque anni e il suo senno e’ limpido e il suo corpo fine e sano. “Allah yahlikh” le dico, che Iddio ti conceda lunga vita, e lei sorride a se stessa, un sorrisetto fine di gengive vuote, e dice: “Perche’ dovrebbe farlo?” Da quarant’anni abita qui, in una casa standard da profughi, con il marchio dell’UNRWA ancora impresso sulle pareti.

“E se ti offrissero oggi un decimo di ettaro di buona terra in un posto bello e arieggiato e soleggiato?”. “Certo, certo”, sorride lei “certo, ma solo sulla mia terra. Laggiu’”. Beviamo il te’ in silenzio. Sul muro, due chiodi. Servono da attaccapanni. Chiunque abbia servito come soldato nei Territori sa come sono questi interni, di notte. Chiunque abbia partecipato a perquisizioni, all’imposizione del coprifuoco, all’arresto notturno di qualche individuo sospetto, ricorda il violento irrompere in queste stanze in cui dormono diverse persone strette l’una all’altra, quasi pronte ad ogni istante ad alzarsi dal giaciglio e ad andare dove sara’ loro detto di andare, svegliandosi terrorizzate, sbattendo le palpebre di contro al fascio di luce di un fanale, e I bambini strillano, a volte una coppia propriomentre sta facendo l'amore e soldati accerchiano la casa, e alcuni di loro – con gli scarponi infangati – calpestano le coperte calde di sonno…

La vecchia segue il mio sguardo che vaga sui nudi muri di cemento e all’improvviso si accende: “Ti sembriamo dei miserabili, eh? E invece siamo civili!”. Sua sorella fa con la testa grandi cenni, che si, che si, e il suo mento affilato le perfora il petto: “Si, si. Civili!”. Le due vecchie tacciono, affannate. La giovane cerca di cambiar discorso. Forse sua suocera vuole raccontare a questo israeliano qui qualcosa, per esempio, sulla sua infanzia ad ‘Ayn ‘Azrab? No. Forse vuol ricordare I giorni in cui lavorava la sua terra? No e poi no. Sale sulle ferite. Forse, yah mama, hai voglia di cantarci le canzoni che allora cantavano da voi I fellahin, I vignaioli, I pastori? No. La vecchia non fa che tentennare la testa un po’ calva, pero’ ecco che la sua gamba sinistra comincia a danzare un ritmo lontano, e il suo corpo si muove piano: “Civilta’, cultura! Voi non sapete nulla della nostra civilta’, della nostra cultura! Non le potete capire!”. D’un tratto si svuota del tutto della rabbia: la sua faccia prende di nuovo l’espressione vinta, onnisapiente, dell’antica missiva scritta sulle facce dei vecchi: “Il mondo e’ duro a viverci, tanto duro…”. Tentenna la testa con un dolore amaro, gli occhi le si otturano in fronte alla stanzetta angusta e buia: “Non puoi capire. Non puoi capire nulla, tu. Forse sara’ meglio che tu vada a chiedere a tua nonna, che te lo dica”.

Wadhah

La donna che e’ appena venuta – si chiama Wadhah Isma’il – sta per qualche tempo a sentire I discorsi degli altri. Poi comincia a parlare. Con tono tranquillo, senza apparente rancore, racconta: “Dopo che ci cacciarono dal paese, tornavamo ancora a lavorare le nostre terre. L’Esercito israeliano chiudeva un occhio per non vedere. I soldati facevano esercitazioni su in montagna, e noi lavoravamo giu’ a valle. Tutti I giorni venivamo a dorso d’asino, da Hebron. Un giorno sono venuta qui con mio padre. Ero una ragazzina, allora. Abbiamo lavorato per qualche ora, poi ci siamo preparati per ritornare a casa. Tutt’ad un tratto I soldati israeliani ci hanno circondato e sono stata separata da mio padre. Ho visto che gli bendavano gli occhi con uno straccio e lo spingevano tra I cespugli.

Ricordo che mio padre riusci’ a voltarsi verso di me e a chiamarmi con una voce velata, per via della benda che aveva sulla faccia. Subito dopo ho sentito degli spari. Molti spari. Ho cominciato a piangere. I soldati che erano rimasti con me hanno chiesto: “Cos’e’ quell’uomo per te? Un tuo parente?”. Ho risposto: “E’ mio padre”. Loro hanno detto: “Va’ giu’ nel frutteto e vedrai che e’ li’ che raccoglie insalata e melanzane”. Mentre mi allontanavo ho guardato indietro di sfuggita e ho visto che un soldato mi puntava il fucile contro. Ebbi paura e mi chinai. La pallottola mi colpi’ al collo, lo passo’ da parte a parte.” Io non so cosa dirle, e la donna interpreta il mio silenzio come una dimostrazione di incredulita’. “Guarda”, mi dice, e con le dita indurite dal lavoro scioglie il fazzoletto che porta in testa e vedo una brutta cicatrice sulla nuca e un’altra sul davanti. Wadhah se ne stette distesa tra I cespugli, fingendosi morta. I soldati si allontanarono e lei si alzo’, si fascio’ le ferite col fazzoletto, poi trovo’ suo padre che giaceva con le mani legate dietro la schiena e una grossa pietra sul collo, e trenta pallottole in corpo.

E allora io penso quanto poco dobbiamo credere a quelli che dalla mattina alla sera si dichiarano pietosi e clementi. E penso che ci hanno sempre inculcato il concetto del nostro essere incapaci di crudelta’ e di odiare I nemici. Siamo cosi’ bravi e buoni, cosi’ puliti…Pero’, ogni giorno spunta una nuova brutta storia, si scopre qualcosa di poco pulito che ha fatto la gente pietosa e misericordiosa come noi, gente che non sa odiare…

Tahar

Sedevamo, bevendo il caffe’, nel suo grande salotto adorno di pitture dal gusto delicato.

“Se noi (israeliani) resteremo qui?(nei Territori Occupati)”, gli chiedo

“Anche se resterete qui, sara’ la vostra fine. Noi vi sgretoleremo dal di dentro. Siete piccini e pretendete di essere un grande impero. Piu’ crescerete e piu’ vi avvicinerete alla vostra fine. Come un palloncino di quelli con cui giocano I bambini, che piu’ lo gonfiano e piu’ e’ vicino a scoppiare. E noi intanto ci rafforziamo. Oggi ci sono tra noi molte famiglie che possono mandare un ragazzo all’universita’ a studiare letteratura e storia, come ho fatto io, e prima chi avrebbe mai mandato un ragazzo in eta’ di lavorare a studiare poesia?”

“E se arriveremo ad un accordo, se usciremo di qui e voi avrete il vostro governo? Come ti figuri un futuro Stato Palestinese?”

Tahar sorride tranquillo: “Ne’ tu ne’ io faremo a tempo a vederlo, questo Stato Palestinese. E’ un sogno, un’utopia: se I giordani non ci hanno permesso di crearci un nostro governo, chi ce lo permettera’, Shamir? Sharon? E nemmeno Peres. E’ inutile sprecare energia sognando. La vita e’ gia’ abbastanza dura, qui, per noi, sempre con la paura che da un momento all’altro ci cacciate dalla nostra terra. E questa e’ l’unica differenza che passa tra I vostri partiti, buoni o cattivi: quando si cacceranno I palestinesi, subito o tra un po’? No, no, dobbiamo solo pensare a cose reali, non a sogni”. (…)

E voi dovete imparare a non romperci troppo…be’, hai capito. Per esempio, perche’ I vostri soldati devono fermarmi cinque volte se vado a comprarmi un sacco di farina nella strada principale di Hebron? Perche’ devono umiliarmi a una barriera davanti agli occhi dei miei bambini, che devono vedere come I soldati ridono del babbo e lo fanno scendere per forza dall’automobile? E’ vero: siete obbligarvi a comportarvi da conquistatori, perche’ cosi’ e’ scritto nella storia. E allora va bene, dico io, comportatevi da conquistatori, ma fatelo con un po’ di gentilezza. Fateci pressione, ma con garbo. Perche’ a volte voi premete cosi’ forte che noi possiamo vedere bene quanta paura avete.”

“Paura, noi? Spiegati!”.

“Sappi che la vostra situazione non e’ cosi’ buona. Quando ritorno dall’aver fatto visita a mio fratello ad Amman, e viene un soldato e mi dice di spogliarmi e mi scruta dentro le mutande, io lo guardo negli occhi e penso: yah Rab, Dio mio. Guarda quanto tutto il governo e tutto l’esercito di Israele ha paura di te, Tahar. E allora penso che siete come un potente re che se ne sta nel suo palazzo e si fa circondare da un mucchio di guardie, e non dorme la notte perche’ sa che ad ogni momento qualcuno puo’ andare a portargli via la corona. Voi stessi sentite dentro di essere fuori posto. Volete essere dei grandi conquistatori come furono una volta I Musulmani di Maometto, come I turchi, come Napoleone, e d’altra parte volete essere democratici come gli inglesi e gli americani; e qualunque cosa facciate, risulta sbagliata. Quando sto con un ebreo, sento come se tutt’e due fossimo in prigione sotto il dominio israeliano”.